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Ospedale di Settimo: diffida shock. Una settimana per pagare. Stop ai servizi!

La Cooperativa Quadrifoglio mette in mora la SAAPA: fatture scadute, servizi a rischio e conti fuori controllo. Sullo sfondo una liquidazione infinita, altri 5 milioni regionali e una sanità sospesa tra promesse e buchi di bilancio. Si aggiungono le visioni della sindaca Elena Piastra

Ospedale di Settimo: diffida shock. Una settimana per pagare. Stop ai servizi!

Elena Piastra, sindaca di Settimo Torinese

Un milione e centonovantaduemila euro. È la cifra che campeggia al centro di una diffida formale che rischia di aprire una falla profonda nella gestione dei servizi socio-assistenziali dell’ospedale civico Città di Settimo Torinese. A scriverla è la Cooperativa Sociale Quadrifoglio. La firma è della presidente Marina Quadro. Ha messo ufficialmente in mora la S.A.A.P.A. S.p.A., società titolare della gestione della struttura, denunciando fatture scadute, servizi erogati e pagamenti mai arrivati.

Il documento, datato 20 gennaio, non è una lettera come le altre. Si tratta della seconda diffida (la precedente risale a dicembre 2025) inviata per conoscenza anche all’ASL TO4, alla Regione Piemonte, al Comune di Settimo Torinese, alla Prefettura di Torino, al collegio dei liquidatori, ai sindacati di categoria. Una platea ampia, quasi a voler dire che questa non è più una questione privata tra contraenti, ma un problema che tocca la sanità pubblica e la sua tenuta quotidiana.

Quadrifoglio elenca i numeri senza giri di parole: 1.192.001,83 euro di corrispettivi già scaduti e non pagati, relativi a prestazioni svolte nei mesi di settembre e ottobre 2025. Ma non finisce qui. La cooperativa precisa che ci sono altri 1.199.000,53 euro già fatturati ma non ancora scaduti, oltre a ulteriori servizi già erogati e non ancora messi a bilancio. Tradotto: il debito complessivo supera ampiamente i due milioni di euro, mentre il lavoro continua ad essere svolto.

Il tono della diffida è tutto fuorché burocratico. Le parole usate pesano come macigni: le ripetute promesse di pagamento vengono definite “sostanzialmente inevase”, la morosità non più tollerabile, la credibilità finanziaria compromessa. È il punto in cui la pazienza si esaurisce e la cooperativa decide di mettere un limite chiaro.

La scadenza è netta: sette giorni dal ricevimento della lettera per saldare quanto dovuto. In caso contrario, Quadrifoglio annuncia che il contratto si intenderà risolto di diritto e che procederà a interrompere irrevocabilmente l’erogazione dei servizi, oltre ad avviare azioni legali per il recupero del credito e il risarcimento dei danni. Una prospettiva che, applicata a un contesto ospedaliero, non è un dettaglio tecnico ma una questione che riguarda pazienti, operatori e continuità dell’assistenza.

C’è poi un passaggio che racconta bene la tensione tra rigidità contrattuale e responsabilità sociale. La cooperativa scrive di essere consapevole della delicatezza dei servizi erogati e, pur confermando la diffida, si dichiara disponibile a supportare un’eventuale internalizzazione del servizio oppure il passaggio di consegne a un nuovo soggetto, se indicato. Una disponibilità che suona come un ultimo argine per evitare strappi traumatici, ma che non cancella il resto: nessuna proroga del contratto, in scadenza il 15 marzo 2026, e nessuna rinuncia ai crediti maturati. 

La lettera vale anche come dichiarazione preventiva di assoluta indisponibilità a qualsiasi estensione contrattuale.

Saapa

SAAPA

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Resta ora da capire se, davanti a una diffida così esplicita e a cifre di questa portata, qualcuno risponderà con i fatti o se si lascerà che la questione continui a galleggiare, come se fosse un dettaglio amministrativo qualunque.

Perché qui non si parla solo di contabilità. Si parla di servizi essenziali, di lavoro già svolto e di un sistema sanitario che, ancora una volta, mostra crepe proprio dove dovrebbe garantire solidità. Insomma, una diffida che non è solo carta bollata, ma l’ennesimo campanello d’allarme che risuona forte dentro e fuori l’ospedale di Settimo Torinese.

Per la cronaca, SAAPA è in liquidazione dal settembre 2021. Un limbo che dura da troppo tempo. I bilanci pubblicati raccontano una storia sempre uguale: perdite costanti, patrimonio netto negativo, ricavi insufficienti persino per l’ordinario.

E ora, con questa seconda diffida, il quadro — se possibile — appare ancora più drammatico.

Si può dire di più. Nel bilancio regionale 2026 è stato infatti inserito un emendamento per aggiungere 5 milioni di euro ai 15 già stanziati con la legge regionale 26/2024. Non è solo una cifra, ma l’ammissione implicita che i conti, fin dall’inizio, non tornavano. Serviranno proprio per chiudere tutte le partite aperte e internalizzare i servizi.

Ufficialmente si parla di “integrazione”. In realtà, leggendo la relazione dell’emendamento, emerge un fatto politicamente rilevante: il tetto fissato meno di un anno fa non è bastato. E non per dettagli marginali, ma perché la liquidazione della SAAPA è tutt’altro che conclusa.

Per la cronaca la Regione aveva autorizzato l’Asl To4 ad acquisire e internalizzare le attività della SAAPA, stanziando fino a 15 milioni di euro per chiudere pendenze, definire contenziosi e garantire la continuità del servizio sanitario. Ma gli organi di controllo della società in liquidazione, dopo aver passato al setaccio bilanci e contabilità, hanno dovuto prendere atto che non tutte le posizioni debitorie sono state ricondotte entro quella soglia. Alcune sì, grazie ad accordi transattivi. Altre no. E quelle rimaste aperte – contenziosi ancora in corso sia con l’Asl sia con la Regione – bloccano la conclusione della liquidazione e, di conseguenza, l’internalizzazione vera e propria delle attività sanitarie.

Tradotto: senza questi altri soldi, l’operazione si sarebbe ferma. Da qui l’emendamento, che alza il tetto massimo di spesa di ulteriori 5 milioni di euro. 

Piastra la visionaria...

C’è una cosa che riesce sempre benissimo alla politica: parlare d’altro. Non mentire. Non negare. Parlare d’altro.
E la sindaca Elena Piastra, sull’ospedale di Settimo Torinese, lo fa con una puntualità quasi scientifica.

Proprio mentre sul tavolo arrivano diffide da oltre 2 milioni di euro, fatture scadute, creditori stanchi e una società in liquidazione, la sindaca sceglie di rilanciare. Coincidenze. Quelle care alla legge di Murphy: se c’è il momento peggiore per parlare di futuro, è esattamente quello in cui lo si fa.

Mentre qualcuno chiede di essere pagato per servizi già svolti, Piastra racconta un’altra storia. Una storia fatta di prospettive, tavoli, integrazioni, visioni. Il futuro. Sempre il futuro. Il presente, evidentemente, è roba da ragionieri.

Nel suo racconto pubblico va tutto bene. Anzi, benissimo. La Regione ha fatto la sua parte. L’assessore ha mantenuto gli impegni. Il Comune dialoga. L’ospedale è centrale. Talmente centrale da aver bisogno di altri milioni pubblici, perché quelli messi prima non bastavano. Ma questo è un dettaglio tecnico. Noioso. Meglio parlare di hospice.

Il trucco è noto: separare i piani. Da una parte le “vicende tecniche”. Dall’altra la visione politica. Le prime hanno cifre, scadenze e firme. La seconda ha parole. E le parole, si sa, non vanno in liquidazione.

Così la liquidazione di SAAPA diventa una parentesi fastidiosa. Una pratica lunga, certo, ma niente di drammatico. Solo quattro anni di conti che non tornano, un tetto di spesa saltato e cinque milioni aggiunti in corsa. Non un errore di valutazione: una fase. Non un buco: integrazione. La semantica, quando serve, fa miracoli.

Poi arriva la rassicurazione finale, quella obbligatoria. I lavoratori. I servizi. La continuità. Tutto garantito. Come, quando e con quali soldi non è dato saperlo. Ma l’importante è dirlo con tono sicuro, guardando un po’ più in là. Al 2026. Al domani. A un futuro che ha il grande pregio di non presentare fatture.

Il risultato è semplice: mentre i creditori scrivono diffide, la sindaca scrive visioni. Mentre qualcuno chiede conto del passato, qualcun altro parla del domani. E tra le due cose c’è un abisso che non si colma con i tavoli.

Insomma, sull’ospedale di Settimo Torinese va tutto bene. Talmente bene che servono sempre nuovi soldi pubblici, le liquidazioni non finiscono mai e le diffide arrivano puntuali. Ma tranquilli: la sindaca ha avuto una visione, l'ennesima.

La storia

L’ospedale di Settimo, in realtà, ospedale non lo è mai stato. Nasce come Rsa per lungodegenti e terapie riabilitative, sul modello del Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese o del Trompone di Moncrivello.

L’idea è di una classe politica decisamente più “politica” di quella che oggi popola Settimo. Una stagione in cui si pensa in grande e si costruisce, mattone dopo mattone, ciò che si sogna. Ci riescono nel 1997, con al loro fianco l’allora assessore regionale di Alleanza Nazionale, Antonio D’Ambrosio. Convinti com’erano che la città meritasse un presidio sanitario vero e che da qualche parte bisognasse partire, firmano un patto tra gentiluomini.
Per dare concretezza al progetto viene coinvolta la società francese Sias, incaricata di costruire l’immobile su un terreno dell’Asl e, in parte, del Comune di Settimo.

I lavori finiscono, ma la storia no. L’edificio rimane per anni vuoto, abbandonato, con un solo inquilino: Michel Veillet, francese trapiantato a Settimo, che ogni giorno telefona ai giornali per dire che lo hanno “ciulato”. Lo dice con accento d’oltralpe ma in un italiano tagliente. Un giorno chiama anche il Gabibbo, e così Settimo finisce su Striscia la Notizia. Indimenticabile la sua intervista, quella in cui definisce l’Italia una “repubblica bananiera”.

Ne dice tante, e con tale convinzione, che alla fine la politica – a ogni livello – si vergogna e decide di mantenere le promesse fatte. La prima parte della telenovela si chiude il 25 giugno 2008, con la cessione delle azioni di Sias Italia Spa a una nuova compagine composta da Asl To2 e Asl To4 (52%), Asm Spa (31,5%) e Cooperativa Frassati(16,5%).

Alla conferenza stampa di presentazione siedono Marina Fresco e Giulio Fornero per le Asl, Silverio Benedetto per Asm, Giuseppe Palena (assessore alla Sanità di Settimo) e Amelia Argenta per la Frassati.
La Regione Piemonte, con la legge regionale 12/2008, autorizza una sperimentazione gestionale rinnovabile ogni cinque anni: alle Asl la parte sanitaria, ad Asm la gestione energetica, alla Frassati l’assistenza. Il progetto parte con 170 posti letto: 90 per le dimissioni protette, 20 per la lungodegenza e 60 per la riabilitazione.

È un successo. Un riscatto politico e civico firmato Aldo Corgiat e Mercedes Bresso, allora presidente della Regione.

Nel 2008 nasce Saapa S.p.A.Società Assistenza Acuzie e Post Acuzie – a controllo pubblico, che subentra alla Sias. Contestualmente la Regione sottoscrive con Monte dei Paschi di Siena un mutuo da circa 30 milioni di euro, con scadenza al 31 dicembre 2041.

In origine l’ospedale è inserito nella rete pubblica come struttura di post-acuzie, ma nel 2015 viene declassato a struttura privata accreditata. È la svolta, e l’inizio del declino.

Dopo alcuni anni di perdite – circa 7 milioni di euro – la Saapa riesce comunque a raggiungere il pareggio e poi un utile di circa 200 mila euro annui. L’obiettivo della sperimentazione è chiaro: restituire il debito e coprire gli interessi, pari a 1,5 milioni di euro l’anno.
Dal 2017 al 2019, la gestione funziona: surplus di oltre 1,8 milioni di euro annui. E tutto questo anche grazie al lavoro di Aldo Corgiat, che, smessi i panni di sindaco, accetta, part-time, l’incarico di direttore amministrativo, passando al part-time anche all’Istituto Zooprofilattico di Torino.

Poi arriva il 2020, l’anno del caos. La sindaca Elena Piastra tenta il colpaccio di far nominare alla guida di Saapa Alessandro Scopel, ma non ci riesce, non se la filano, nessuno le dà retta. Arriva Alessandro Rossi, che si dà subito da fare per rimuovere Corgiat – e ci riesce. Si impegna anche ad allontanare la Cooperativa Frassati, che in quanto socia evidentemente guardava agli anziani in modo diverso. Poi arrivano la Cm Service e la pandemia.

Due piani su tre dell’ospedale vengono convertiti in reparti Covid per casi non gravi: una scelta necessaria, ma costosa. Le perdite superano i 3,5 milioni di euro, solo in parte riconosciute dalla Regione.

Da lì, la caduta. Invece di tentare un piano di risanamento – come i decreti Covid del Governo consentono, spalmando le perdite su cinque esercizi – si sceglie la via più facile: vendere tutto.

Nel marzo 2023, la struttura viene messa all’asta a 50 milioni di euro. Nessuno la compra. Così, nell’aprile 2024, la Regione annuncia trionfalmente l’acquisto dell’ospedale per 23 milioni di euro. Poi ne mette sul piatto altri 15 per internalizzare il servizio. La prima operazioni si conclude, la seconda è ancora aperta... e ce ne vogliono altri 5....

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