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25 Gennaio 2026 - 22:01
La scena comincia con un gesto ordinario nell’America di oggi: uno smartphone puntato verso agenti in assetto operativo. A pochi secondi di distanza, quello stesso marciapiede di Nicollet Avenue si trasforma in teatro di un’uccisione a colpi d’arma da fuoco. A terra, immobile, c’è Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva del Minneapolis VA Health Care System: aveva filmato, aveva cercato — dicono i testimoni — di proteggere una donna spinta a terra. Poi lo spray urticante, le manette, una colluttazione a più corpi e infine gli spari: secondo l’analisi del collettivo investigativo Bellingcat, almeno due agenti hanno esploso circa dieci colpi, diversi quando Pretti era già inerme.
— hāalata hālatamti (@floriankwiatek) January 25, 2026
L’uccisione di Pretti il 24 gennaio 2026 arriva nel pieno di una massiccia stretta federale contro l’immigrazione a Minneapolis, dopo altre uccisioni legate a operazioni di polizia dell’immigrazione nelle settimane precedenti. La città è attraversata da proteste e da un muro contro muro istituzionale tra autorità locali e federali sulla gestione dell’ordine pubblico e sull’accesso alle prove. Nel giro di poche ore, un giudice federale del Minnesota ha imposto al Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) di preservare integralmente ogni elemento probatorio dello scontro a fuoco, accogliendo un ricorso d’urgenza delle autorità statali incaricate delle indagini.
Di fronte a un quadro già teso, la morte di un cittadino statunitense, infermiere conosciuto e rispettato nel suo ospedale, aggiunge un elemento morale difficile da dissolvere. Per la famiglia e per molti colleghi, Pretti era un professionista calmo e meticoloso, impegnato nei diritti umani; la sua storia personale stride con la narrazione federale che lo descrive come un “individuo violento” che si sarebbe presentato armato davanti agli agenti.
I filmati raccolti in quel tratto di Nicollet Avenue e 26th Street permettono di ricostruire una sequenza essenziale:
Questi elementi non smentiscono in sé che Pretti potesse essere legalmente armato — circostanza confermata anche dalle autorità cittadine — ma minano la tesi che egli abbia “brandito” o puntato l’arma contro gli agenti al momento degli spari. Nei filmati, poco prima dei colpi, nelle mani di Pretti si vede unicamente un telefono.
Il DHS ha diffuso sui social un’immagine di una pistola Sig Sauer P320 9 mm, sostenendo si tratti dell’arma che Pretti portava addosso. L’identificazione del modello è stata rilanciata da media locali, ricordando che la P320 è diffusa tra forze dell’ordine federali e locali. Ma né i video né le perizie giornalistiche indipendenti mostrano Pretti brandire quell’arma prima degli spari; in almeno un filmato, un agente sembra recuperare una pistola dalla sua cintura durante l’immobilizzazione. Resta dunque da chiarire in che momento esatto l’arma sia stata estratta dalla fondina e da chi ne abbia avuto il controllo nell’immediatezza dei colpi.
Sul punto, occorrono verifiche tecniche: impronte, residui di sparo, compatibilità balistica, eventuali impronte sull’arma e sui caricatori, nonché l’audio integrale delle bodycam (se presenti) e delle radio. Proprio per questo l’ordinanza del giudice che impone a DHS e agenzie federali di non distruggere o alterare dati e reperti viene considerata cruciale per il prosieguo delle indagini.
Poche ore dopo i fatti, le autorità statali del Minnesota hanno denunciato un ostacolo sostanziale: all’arrivo degli investigatori del BCA, gli agenti federali avrebbero impedito l’accesso alla scena, pur in presenza di un mandato per le aree pubbliche. Nella notte, un giudice federale ha concesso un’ordinanza restrittiva temporanea che ingiunge al DHS di preservare qualsiasi evidenza, compresi i materiali già sottratti dall’area e quelli finiti nella custodia esclusiva federale. La richiesta, firmata anche dall’Attorney General del Minnesota, rimarca che “lo Stato non accetterà nulla di meno di un’indagine completa, equa e trasparente”.
L’episodio alimenta un precedente inquietante: nelle settimane precedenti, operazioni di ICE e Border Patrol avevano già generato scontri e accuse di eccessi; il timore espresso da giuristi e associazioni civili è che, in assenza di un protocollo condiviso e di bodycam attive, si consolidi una “versione unica” degli eventi fondata su comunicati federali anziché su evidenze tecniche aperte al contraddittorio.
Per spiegarne l’ondata emotiva, basta ascoltare colleghi e amici. Alex Pretti era un infermiere di terapia intensiva alla VA di Minneapolis, apprezzato per sangue freddo e attenzione ai pazienti più fragili — in larga parte veterani. Era un cittadino statunitense, senza precedenti penali di rilievo, e detentore di regolare permesso di porto d’arma secondo la normativa del Minnesota. Impegnato su temi sociali e civici, aveva partecipato a manifestazioni e reti di solidarietà. La sua morte, in pieno giorno e davanti a tanti testimoni, ha acceso veglie, cortei e una vasta domanda di accountability.
I ritratti tracciati dalla stampa nazionale e locale, così come i messaggi di esponenti del mondo accademico e sanitario, convergono: un professionista scrupoloso, non un provocatore. Proprio per questo la definizione di “terrorista domestico” circolata in ambienti federali è stata bollata dalla famiglia come una diffamazione che ferisce due volte.
Dal primo momento, la comunicazione federale ha usato toni drastici: “massacro sventato”, “minaccia immediata”, “individuo armato”, “resistenza violenta”. Alcune affermazioni sono risultate in contrasto con i filmati e con testimonianze giurate depositate in tribunale nelle ore successive. Un’analisi della Washington Post sottolinea, per esempio, che un agente sembra recuperare la pistola dalla parte bassa della schiena di Pretti subito prima degli spari; e che nei video precedenti Pretti non ha alcuna arma in mano. La Associated Press rileva lo stesso disallineamento tra narrativa e fotogrammi. In democrazia — ricordano gli osservatori — l’onere della prova grava su chi usa la forza, specialmente quella letale.
La presenza di squadre della Border Patrol e di ICE in assetto urbano a Minneapolis è legata a un’operazione federale definita “mirata”, ma di fatto molto ampia per uomini e mezzi. Secondo più ricostruzioni giornalistiche, si tratta di un dispiegamento che ha generato numerosi scontri con cittadini e attivisti, anche lontano dai valichi di frontiera. È un uso della forza che, in assenza di chiare regole di ingaggio condivise con le autorità locali, apre fronti legali su giurisdizione, catena di comando e responsabilità in caso di incidenti mortali. La morte di Pretti è il punto d’impatto più visibile di questo conflitto istituzionale.
Sul luogo dell’uccisione è sorto un memoriale spontaneo. Le piazze si sono riempite nel giro di ore. Il sindaco di Minneapolis e il governatore del Minnesota hanno definito le immagini “sconvolgenti” e chiesto la rimozione delle squadre federali dalla città fino a chiarimento dei fatti. Al contempo, vertici del DHS e della Border Patrol hanno difeso gli agenti e la legittimità dell’operazione, insistendo sull’imprevedibilità e la pericolosità del contesto. Il risultato è un duello di narrative che — senza un rilascio completo delle evidenze — rischia di procedere parallelo alla verità fattuale.
Nel mondo sanitario e accademico, colleghi e docenti che hanno lavorato con Pretti ricordano un professionista capace e compassionevole, un vicino di casa “sempre pronto ad aiutare”. Anche associazioni per il diritto alle armi del Minnesota hanno chiesto un’indagine trasparente, rimarcando che essere legalmente armati non equivale a perdere i diritti costituzionali né autorizza automaticamente l’uso della forza letale da parte dello Stato.
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