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26 Gennaio 2026 - 08:12
Il pinguino sbagliato: l'IA della Casa Bianca che ha trasformato un meme in incidente diplomatico
La neve è compatta, le montagne all’orizzonte. Un uomo di spalle — cappotto scuro, passo deciso — avanza affiancato da un pinguino che regge una bandierina a stelle e strisce. Davanti a loro sventola la bandiera rossa e bianca della Groenlandia. “Embrace the penguin”, recita la didascalia. Non è l’inizio di un film surreale: è l’immagine generata dall’IA e pubblicata dall’account ufficiale della Casa Bianca il 23 gennaio 2026, con Donald Trump protagonista. Un post concepito per strizzare l’occhio alla cultura dei meme e all’iconico documentario di Werner Herzog del 2007, ma travolto da una pioggia di sarcasmo: i pinguini non vivono nell’Artico. Mai. E certamente non in Groenlandia. L’errore, evidente, ha trasformato un’operazione di comunicazione in un boomerang politico e simbolico.
Per capire la genesi di quel “pinguino”, bisogna tornare a “Encounters at the End of the World”, il film in cui Herzog segue scienziati e tecnici tra i ghiacci antartici. Lì c’è la sequenza divenuta virale in questi mesi: un pinguino si stacca dalla colonia e cammina verso le montagne, lontano dal mare e dalla vita. È un’immagine di spaesamento e destino, non un invito all’espansione territoriale. Proprio da quel frammento — accompagnato dalla voce del regista che osserva “con 5.000 chilometri davanti a sé, va incontro a morte certa” — nasce l’estetica del “pinguino nichilista” che internet ha rilanciato nel 2026. La Casa Bianca ha provato a cavalcare quell’onda, ma ha ignorato un dettaglio sostanziale: la scena è antartica, non artica.
La tempesta social è partita da un fatto semplice: i pinguini sono uccelli esclusivamente dell’emisfero australe. Vivono in Antartide, in Sud America, in Sudafrica, in Australia e fino alle Galápagos (grazie alle acque fredde della corrente di Humboldt). Nell’Artico, invece, non ce ne sono. Punto. Lo spiegano con chiarezza fonti autorevoli come lo Smithsonian e la Britannica, che smentiscono anche il mito pop “orsi polari vs pinguini”: i primi stanno a Nord, i secondi a Sud, e non si incontrano in natura. L’immagine della Casa Bianca, dunque, sbaglia contesto ecologico prima ancora che politico.
Il tempismo ha amplificato l’impatto. Da settimane Trump ha riacceso la sua ossessione per la Groenlandia, rilanciando l’idea — già ventilata nel 2019 e poi abbandonata tra incidenti diplomatici — di un’“acquisizione” dell’isola. All’epoca, la premier danese Mette Frederiksen liquidò come “assurda” l’ipotesi di vendita; in risposta, Trump cancellò la visita ufficiale a Copenaghen. Una ferita mai del tutto rimarginata. Oggi, nella sua seconda presidenza, il tema è tornato, con toni più assertivi: minacce di dazi verso Paesi europei, un linguaggio muscolare a Davos e dichiarazioni su un presunto “accesso totale” degli Stati Uniti all’isola, subito smentite da Danimarca e Groenlandia. In questo contesto, il pinguino “groenlandese” diventa benzina sul fuoco.
Groenlandeses responden a Trump tras difusión de polémica imagen con un pingüino en el Ártico ( Video)#Trump #ローソン50周年記念ライブ https://t.co/n2NFeRhqUG
— notivick (@revolucionact99) January 25, 2026
Nelle ore successive al post, il governo di Nuuk ha ribadito che nessun accordo è stato raggiunto con Washington e che qualsiasi discussione sul futuro dell’isola passa attraverso il rispetto della sua autonomia all’interno del Regno di Danimarca. Anche la premier danese Frederiksen ha chiarito che la sovranità non è oggetto di contrattazione, mentre fonti della NATO hanno smentito l’esistenza di intese che comportino concessioni territoriali. L’episodio del pinguino, quindi, cade dentro una fase già tesa, e contribuisce a cristallizzare le posizioni.
L’idea creativa del post sarebbe stata quella di piegare un meme esistenziale alle ragioni della comunicazione politica: “abbracciare il pinguino” — cioè il destino — come gesto di determinazione rispetto alla “missione Groenlandia”. Ma internet non perdona. Giornalisti e utenti hanno evidenziato la gaffe zoologica, ricordando che “non ci sono pinguini nell’Artico”. Il risultato è stato un’ondata di ironia che ha oscurato il messaggio politico originale. Anche testate internazionali hanno rilanciato la storia, sottolineando la natura AI-generated dell’immagine e l’accostamento maldestro tra simboli e geografie.
Dietro l’estetica del post c’è un obiettivo politico reale. La Groenlandia è un tassello cruciale della sicurezza artica e delle rotte polari che si aprono con lo scioglimento dei ghiacci. L’isola ospita infrastrutture strategiche come la base di Thule ed è ricca di terre rare e minerali appetiti dalle filiere tecnologiche. Per Washington, consolidare la presenza a Nord significa anche bilanciare l’attivismo di Russia e Cina nell’Artico. Ma nessuna di queste valutazioni giustifica scorciatoie comunicative o rappresentazioni fuorvianti: quando si parla di territori e identità — e di foto ufficiali — i simboli hanno peso.
Conviene ricordarlo: la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, con ampie competenze interne e un proprio governo, il Naalakkersuisut. Copenaghen mantiene la titolarità su esteri e difesa, in un equilibrio istituzionale consolidato dal 1979 (home rule) e rafforzato dal 2009. La bandiera groenlandese, l’“Erfalasorput”, è stata adottata il 21 giugno 1985: disco rosso e bianco su bicolore orizzontale, un simbolismo identitario forte e riconoscibile. Sono elementi elementari per chiunque voglia comunicare sull’isola senza scivolare nel folklore.
L’uso dell’intelligenza artificiale generativa nella comunicazione politica sta crescendo per capacità di sintesi, impatto visivo e rapidità. Ma proprio l’IA, se usata senza rigore, amplifica il rischio di “errori di realtà”: un dettaglio sbagliato — come un pinguino collocato nell’Artico — diventa la notizia, oscurando il messaggio. In più, l’IA porta con sé un tema di accountability: chi ha approvato il contenuto? Sono state previste procedure minime di fact-checking? Nel caso in esame, il difetto non è tecnico (l’immagine è ben confezionata), ma culturale: l’incapacità di connettere l’estetica del meme con la coerenza scientifica e il contesto geopolitico.
C’è un’altra ironia involontaria nel “pinguino groenlandese”: la scena di Herzog non è un inno alla conquista, ma una meditazione sul limite. Quel pinguino che cammina verso l’interno dell’Antartide — dunque verso la morte — è diventato nell’immaginario collettivo una figura di smarrimento. È un’immagine, se vogliamo, anti-trionfalista. La scienza, poi, ci ricorda che proprio i pinguini imperatori sono tra le specie più esposte al cambiamento climatico: la perdita del ghiaccio marino durante la stagione riproduttiva ha già provocato — in alcune aree — fallimenti riproduttivi quasi totali. Prendere a prestito questo simbolo per raccontare un progetto di potenza rischia di tradirne il significato profondo.
L’ultimo scivolone comunicativo ripropone un copione noto. Nel 2019, quando Trump propose di “comprare” la Groenlandia, la risposta danese fu un no secco, accompagnato da una parola — “assurdo” — che scatenò un incidente diplomatico e il rinvio della visita del presidente statunitense a Copenaghen. L’episodio segnò uno spartiacque nel rapporto tra Danimarca e USA su questo dossier. Oggi, con i toni più duri usati a Davos e le minacce tariffarie, la posta è più alta. Eppure, di fronte alle smentite di Nuuk e Copenaghen, la traiettoria sembra la stessa: proposta muscolare, reazione europea, aggiustamento retorico. In mezzo, una comunicazione che — come il pinguino — sembra dirigersi ostinatamente verso il punto sbagliato dell’orizzonte.
Se c’è un insegnamento operativo, è che i team digitali delle istituzioni devono introdurre tre filtri prima di pubblicare contenuti AI su temi sensibili:
Sono passaggi minimi per evitare che la comunicazione si trasformi in un’arma contro sé stessi.
Al netto della tempesta social, la Groenlandia resta un dossier reale. L’isola — 836.000 miglia quadrate di territorio, per circa 56.500 abitanti — è sempre più centrale per rotte marittime, risorse, monitoraggio spaziale e difesa. Ma è anche una comunità con identità e aspirazioni proprie, nel quadro dell’autogoverno e del rapporto storico con la Danimarca. Chi la vede come “pezzo” di una scacchiera ignora la dimensione umana: un errore che si paga, anche quando è “solo” un pinguino di pixel.
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