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Il bidet del sindaco di New York a Gracie Mansion: il gesto quotidiano che cambia il bagno d'America

Dalla «People’s House» di New York a milioni di case negli Stati Uniti: perché l’idea di installare bidet a Gracie Mansion è più di un vezzo, e racconta un mercato in piena trasformazione

Il bidet a Gracie Mansion: la piccola rivoluzione che cambia il bagno d'America

Il bidet a Gracie Mansion: la piccola rivoluzione che cambia il bagno d'America

Le scatole degli scatoloni sono ancora impilate nell’atrio, tra ritratti ottocenteschi e parquet lucidati. Sulla soglia, il nuovo inquilino di Gracie Mansion abbozza un sorriso e infila—metaforicamente—una chiave inglese nella storia della residenza ufficiale dei sindaci di New York: «Installeremo qualche bidet». Bastano quelle parole perché il giorno del trasloco di Zohran Mamdani e di sua moglie Rama Duwaji diventi notizia virale, meme, discussione sui social e, soprattutto, un segnale che il bagno degli americani sta cambiando pelle. Non è una boutade: il sindaco lo ribadirà nel suo primo incontro con la stampa dal portico della casa del 1799, con un’aggiunta pragmatica per gli scettici: «Vanno bene anche i doccini da mettere accanto al water»—i comuni sprayer manuali, economici e facili da installare.

Gracie Mansion non è un appartamento qualunque. È una dimora storica affacciata su Carl Schurz Park, dichiarata punto di riferimento della città e vincolata dalle norme della Landmarks Preservation Commission. Anche interventi interni apparentemente banali—come aggiornare impianti idraulici o installare accessori da bagno—possono richiedere un passaggio autorizzativo, di norma tramite un Certificate of No Effect quando non si toccano elementi architettonici protetti. La sostanza è semplice: perfino un bidet, qui, racconta la relazione fra innovazione quotidiana e tutela del patrimonio.

Che il dossier “bagno” sia arrivato sulla scrivania del sindaco non stupisce. Nelle ore del trasloco del 12 gennaio 2026, diverse testate—dalla stampa locale ai network nazionali—hanno ripreso il passaggio sui bidet, con clip televisive, rilanci social e commenti a metà tra folklore e politica municipale. La frase di Mamdani—«È una speranza aspirazionale, vediamo se riusciamo a farlo»—è rimbalzata su tv e siti, mentre i portavoce della NYC Department of Environmental Protection hanno colto l’occasione per ribadire la loro campagna “Trash it. Don’t Flush it.” contro le famigerate “wet wipes”, le salviettine che intasano le fogne e costano milioni di dollari l’anno alla città. Meno salviettine, più acqua: anche questo, in fondo, è il messaggio.

Dietro l’ironico “momento bidet” di Mamdani si muove un’onda lunga di consumi. Negli Stati Uniti, l’oggetto che per italiani e portoghesi è un’abitudine, e per i giapponesi una tecnologia da manuale, è passato in pochi anni da curiosità a prodotto “wellness” e “smart”. Un’indicazione concreta arriva dall’industria: l’NKBA (l’associazione dei professionisti di cucine e bagni) nel suo report tendenze 2026 registra una crescita di bidet e “smart toilets” nelle richieste dei progettisti; in più della metà dei casi gli addetti ai lavori si aspettano un aumento di popolarità di sedili e accessori intelligenti nel bagno principale. È una fotografia di mercato che spiega perché le aziende bussino alla porta del sindaco.

A livello di brand, la “nuova normalità” ha nomi noti: TOTO, che ha superato i 60 milioni di Washlet venduti nel mondo; TUSHY, la startup di Brooklyn che ha cavalcato il lockdown e la crisi della carta igienica; Bio Bidet by Bemis, che rileva tassi di adozione e soddisfazione in aumento nelle sue indagini; i marchi storici come Kohler, American Standard, Brondell. Tutti si contendono una platea dove l’interesse è alto e le barriere all’ingresso (prezzo, diffidenza culturale, installazione) si abbassano.

  1. Secondo dichiarazioni pubbliche di dirigenti TUSHY, l’azienda avrebbe superato la soglia dei 2 milioni di unità vendute complessivamente: un numero che non fotografa l’intero mercato, ma rende l’idea della domanda generata da prodotti-ponte come gli “attachments” da installare in 10 minuti senza elettricità.
  2. I report NKBA per cucina e bagno 2025–2026 indicano che i designer prevedono l’affermazione di funzioni “wellness” e multi-funzione: docce walk-in, superfici antibatteriche, ma anche sedili-bidet con acqua calda, aria tiepida e regolazioni personalizzate.

Se volessimo tirare una riga, la “rivoluzione del bidet” in America non nasce sulla soglia di Gracie Mansion, ma la vista da lì migliora: l’oggetto è uscito dal perimetro delle nicchie etniche o dei viaggiatori di ritorno dal Giappone per sedersi al tavolo del mainstream.

Il fattore prezzo (e perché i “doccini” piacciono ai sindaci)

La seconda parte della notizia è pratica: installare un bidet non è un salasso. Le stime HomeAdvisor/Angi per il 2025–2026 fissano il costo medio dell’installazione attorno a 640 dollari, con un range tipico tra 400 e 1.500 a seconda del tipo—sprayer, attacco non elettrico, sedile elettrico, combinato WC-bidet, o il tradizionale elemento stand-alone—e delle eventuali modifiche all’impianto. Per gli “attachments” e i doccini manuali si parte da poche decine di dollari; i sedili elettrici alzano l’asticella ma offrono funzioni comfort e igieniche. Le guide HomeGuide e Fixr confermano gli ordini di grandezza. In una parola: il costo non è più una barriera invalicabile.

Se poi l’intervento riguarda un edificio vincolato come Gracie Mansion, entra in gioco la burocrazia “soft”: in linea di principio, nuove linee idrauliche o lavori che richiedano permessi del Department of Buildings passano in rassegna LPC a livello di staff (Certificate of No Effect), purché non alterino elementi storici. Anche questo aspetto—una parola chiave per chi vive in immobili storici—aiuta a misurare la fattibilità di un “piano bidet” pubblico senza scivolare nella caricatura.

Il terzo tassello è culturale ma si traduce in costi e infrastrutture per una metropoli come New York. La città spende ogni anno circa 19 milioni di dollari per rimuovere detriti, salviettine e ingrassi dalle reti fognarie, riparare macchinari e prevenire i famigerati “fatberg”. La campagna del DEP—“Trash it. Don’t Flush it.”—da anni insiste sulle “quattro P” (pee, poop, puke, paper) come uniche cose degne di scendere nello scarico. Ogni alternativa “a secco” alla carta o alle salviettine, sostiene il messaggio istituzionale, aiuta. In questo quadro, più bidet significa anche meno wet wipes, meno intasamenti, meno spese a carico della collettività.

Il tema non è soltanto newyorkese. Nel 2025 Thames Water ha dovuto frantumare un fatberg da 100 tonnellate sotto ovest di Londra, e i costi legati alle salviettine “flushable” (spesso non tali) gravano sui gestori in mezzo mondo. I bidet non cancellano il problema da soli, ma fanno parte di un’alfabetizzazione igienica che punta su acqua, infrastrutture e comportamenti.

Sul piano ambientale, la correlazione più immediata riguarda la carta igienica: negli USA il consumo medio pro capite viaggia intorno a 141 rotoli l’anno. Ridurre anche solo una frazione di quell’uso con dispositivi ad acqua comporta meno pressione su fibra, foreste e processi energivori. Non è un automatismo—entra in gioco quanta carta si usa per asciugarsi, se si attiva l’asciugatura ad aria, la fonte energetica—ma la letteratura divulgativa e i toolkit dei produttori indicano un saldo potenziale favorevole, soprattutto quando si abbandonano del tutto le salviettine.

Una fotografia dei consumi: tra hype pandemico e consolidamento

La “conversione” americana al bidet ha accelerato durante la pandemia, nel 2020, complice la corsa alla carta igienica. All’epoca TUSHY registrò picchi di vendite giornaliere e una crescita multipla dei ricavi; a distanza di anni, secondo interviste recenti, i volumi si sarebbero stabilizzati su livelli superiori al pre-pandemia, con incrementi annui nell’ordine del 20%. È un segmento ancora giovane, ma che si sta maturando: i dati di osservatori e-commerce stimano per il sito hellotushy.com una dozzina di milioni di dollari di fatturato online annuo, al netto di vendite su marketplace e retail fisico, dove il marchio è sbarcato già nel 2021 con un attacco da scaffale a 69,99 dollari.

Nel frattempo, produttori più “tradizionali” avanzano con campagne e sondaggi: Bio Bidet by Bemis ha misurato tra 2025 e 2026 una crescita dell’uso dichiarato e un attaccamento sorprendente degli utenti al prodotto (il 63% preferirebbe rinunciare allo smartphone piuttosto che al bidet, stando a un comunicato aziendale). È marketing, certo, ma segnala il passaggio da curiosità a abitudine.

Politica, identità e quotidiano: cosa comunica la “rivoluzione del bidet”

Il gesto di Mamdani è anche un discorso sul corpo politico e le sue sensibilità. Per molti newyorkesi di origine sud-asiatica, mediorientale, latinoamericana ed europea continentale, il bidet è un bene culturale quotidiano più che un gadget; per altri resta un tabù o un “lusso” da rivista di design. L’idea che la “People’s House” ospiti un bagno “ibrido”—tra doccino manuale, sedili elettronici e forse un elemento stand-alone in futuro—normalizza una pratica, la sottrae al folklore e la riporta alla sua funzione: igiene e salute della pelle, soprattutto per chi soffre di irritazioni, emorroidi, dermatiti. Le cronache lifestyle statunitensi lo ribadiscono da tempo, tra dermatologi e imprenditori di settore.

La risposta politica non si è fatta attendere: tra ironie e frecciate, c’è chi ha etichettato il progetto come un vezzo da “ricchi socialisti” e chi, dall’altra parte, l’ha letto come segnale pragmatico—“meno salviettine, meno problemi”—coerente con campagne ambientali cittadine. La verità, come spesso accade, sta nella somma: una scelta privata con ovvi simbolismi pubblici, in una città dove l’infrastruttura del quotidiano (trasporti, case popolari, fogne) è terreno di politica tanto quanto i grandi piani di sviluppo.

Cosa ci dicono i numeri (oltre Gracie Mansion)

  1. Il costo medio d’installazione in USA è di circa 640 dollari, con ampio margine verso il basso per attachments e doccini; i sedili elettrici oscillano tra poche centinaia e oltre 1.000 dollari, gli stand-alone restano un investimento più impegnativo.
  2. Il consumo pro capite di carta igienica negli USA (141 rotoli/anno) offre una misura dell’impatto potenziale di una transizione verso l’acqua, specie se accompagnata dall’abbandono delle wet wipes.
  3. I designer di NKBA prevedono per i prossimi 3 anni un aumento delle richieste di smart toilets e bidet nell’ambito delle soluzioni “wellness” del bagno principale.
  4. I produttori storici come TOTO hanno superato soglie globali (oltre 60 milioni di Washlet), mentre i nativi digitali come TUSHY dichiarano vendite oltre i 2 milioni di unità: segnali convergenti di un mercato che si allarga.

Manuale minimo per capirci qualcosa (e scegliere bene)

  1. Tipologie.
  2. Doccino manuale: economico (40–120 $), installazione semplice, acqua fredda, manutenzione minima.
  3. Attachment non elettrico: si inserisce tra sedile e tazza, 80–120 $, nessuna presa necessaria.
  4. Sedile elettrico: acqua calda, asciugatura, notte, ugelli autorientanti, da 250 a 1.000 $ installato.
  5. Standalone: richiede spazio e talvolta scarichi dedicati, 700–2.600 $ installato.
  6. Casa storica? Prima di cambiare impianto, verificate se l’edificio ricade sotto vincolo: per New York, l’LPC spiega online quando serve permesso e quale. Nel dubbio, chiedere un Certificate of No Effect evita grane.
  7. Ambiente e fogne. Con un bidet si può ridurre—talvolta drasticamente—la carta e si eliminano le salviettine: un bene per il portafogli e per le reti fognarie. New York spende circa 19 milioni l’anno tra pulizia e danni; ogni salviettina lasciata nel cestino è un favore a tutti.

E adesso?

Quando Zohran Mamdani ha promesso di “custodire” la residenza del sindaco come bene della città, ha usato la lingua della cura. Portare il bidet nella People’s House è un’estensione coerente di quella parola: una cura dell’ambiente domestico che parla a milioni di americani—per cultura d’origine, per sensibilità “green”, per semplice ricerca di comfort—e che rimbalza sui conti pubblici, se riduce anche di poco gli interventi di manutenzione della rete e l’uso di carta. È una storia minuta e insieme gigantesca: riguarda rubinetti e ugelli, ma racconta come le abitudini civiche cambiano davvero—non con un decreto, ma con un gesto quotidiano dentro casa.

Magari, alla fine, a Gracie Mansion arriveranno “solo” dei doccini accanto alla tazza, la soluzione più pragmatica. Ma anche questo basterà a sedimentare un’idea: che l’America del bagno non sia più un ossimoro tra giganti di carta e stanze hi-tech, bensì un ecosistema in cui la pulizia con l’acqua—concetto cardine in mezzo mondo—entra nel mainstream statunitense. E non è poco, per un accessorio che per decenni è stato preso sottogamba o guardato con sospetto. Se la rivoluzione del bidet comincia a New York, è perché a New York le rivoluzioni iniziano spesso così: con un dettaglio domestico che, a guardarlo bene, è già politica.

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