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25 Gennaio 2026 - 01:00
Keir Starmer
Una lapide di granito nella cittadina inglese di Wootton Bassett porta incisi 457 nomi. È il numero dei militari britannici caduti in Afghanistan tra il 2001 e il 2021: un elenco di età, gradi e reparti che racconta due decenni di guerra molto meglio di qualsiasi talk show. Eppure, da un palcoscenico lontano – i corridoi ovattati del World Economic Forum a Davos – le parole di Donald Trump hanno fatto il giro del mondo: gli alleati della NATO in Afghanistan “si sono tenuti un po’ indietro”, e gli Stati Uniti “non ne hanno mai avuto bisogno”. Un giudizio lapidario che ha provocato, a Londra, un contraccolpo immediato. Keir Starmer, primo ministro britannico, ha definito quelle frasi “offensive e francamente spaventose”, rendendo omaggio ai 457 caduti del Regno Unito. Il caso è diventato in poche ore una controversia diplomatico-politica di prima grandezza, con la Casa Bianca che ha difeso l’impegno americano, rivendicando di aver fatto “più di qualsiasi altro Paese” per l’Alleanza.
Secondo le ricostruzioni coincidenti di più testate internazionali, le dichiarazioni di Trump sono arrivate in un’intervista del giovedì a Fox Business, a margine degli incontri di Davos, il 22-23 gennaio 2026. L’ex presidente – oggi di nuovo alla guida dell’esecutivo – ha messo in dubbio la disponibilità degli altri 31 membri dell’Alleanza Atlantica a intervenire in difesa degli USA e, a proposito dell’Afghanistan, ha sostenuto che i partner “sono rimasti un po’ fuori dalle prime linee”. Parole che hanno immediatamente infiammato il dibattito sia nel Regno Unito sia nella più ampia costellazione euro-atlantica.

La replica di Keir Starmer è arrivata con toni insolitamente diretti verso un presidente statunitense in carica: “insultanti” e “francamente spaventose”, ha detto, ricordando i 457 britannici morti e citando anche i feriti con “lesioni permanenti”. Da Downing Street è poi arrivata una puntualizzazione istituzionale: Trump “ha torto” a sminuire il ruolo di NATO e forze britanniche in Afghanistan, un teatro in cui l’Articolo 5 del Trattato fu invocato per la prima – e finora unica – volta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Non è soltanto politica della memoria. I dati sostengono la posizione britannica. Il Parlamento di Westminster riporta 457 morti del Regno Unito nel ventennio afgano; i picchi di perdite e feriti gravi si registrarono nel 2009 e 2010, gli anni più sanguinosi della missione nella provincia di Helmand, dove i soldati britannici operarono in prima linea. Complessivamente, oltre 150.000 militari britannici hanno prestato servizio in Afghanistan, il secondo contingente per dimensioni dopo gli Stati Uniti.
Mentre a Londra montava l’indignazione – con prese di posizione pubbliche anche da parte del principe Harry, veterano con due turni in teatro afgano – a Washington la Casa Bianca respingeva le critiche. Un portavoce ha affermato che il presidente Trump “ha assolutamente ragione: gli Stati Uniti d’America hanno fatto per la NATO più di quanto qualsiasi altro Paese abbia fatto, messi insieme”. È la sintesi di una tesi che la presidenza ripete da settimane: Washington sostiene di aver imposto un’accelerazione senza precedenti agli investimenti europei nella difesa e di restare il pilastro militare e finanziario dell’Alleanza.
Nella stessa giornata, dopo un’ondata di critiche nel Regno Unito, Trump ha diffuso un messaggio elogiando i soldati britannici, definendoli “tra i più grandi guerrieri”, e riconoscendo il sacrificio dei 457 caduti. Non si è trattato di un vero mea culpa, ma di un tentativo di ammorbidire i toni, confermato da un colloquio telefonico tra Trump e Starmer.
Per misurare la fondatezza della frase “si sono tenuti un po’ indietro”, conviene tornare alle cronologie operative.
Il quadro che emerge da documenti ufficiali e archivi storici della stessa NATO contraddice l’idea di un’Europa defilata dalle prime linee. In particolare, la permanenza britannica in Helmand, le operazioni canadesi a Kandahar, l’impiego danese in settori caldi del sud del Paese, la presenza italiana a Herat e quella francese in Kapisa e Surobi raccontano una realtà fatta di combattimenti intensi, perdite e rotazioni su scala pluriennale.
Le parole di Trump non arrivano nel vuoto. Sullo sfondo ci sono almeno tre fattori.
La polemica ha superato i confini britannici. In Australia, veterani e figure istituzionali hanno definito “incomprensibili” e “oltraggiose” le frasi di Trump, ricordando 47 caduti e 261 feriti, con quasi 40.000 persone impiegate nel più lungo impegno militare della storia australiana. Il dibattito ha coinvolto ex comandanti, parlamentari veterani e associazioni d’arma.
Anche in Europa la reazione è stata netta: critiche sono arrivate da Italia e Francia, mentre diversi ex comandanti statunitensi – tra cui l’ammiraglio James Stavridis, già comandante supremo alleato – hanno respinto la lettura di Trump, sottolineando di aver perso “centinaia di alleati” sotto comando NATO in combattimento.
Dire che gli Stati Uniti “non hanno mai avuto bisogno” degli alleati semplifica un ventennio di interdipendenza militare. Gli USA hanno sostenuto il carico maggiore in termini assoluti – uomini, mezzi, spesa e perdite – ed è un dato indiscutibile. Ma la deterrenza e la legittimazione politica che l’Alleanza ha garantito, la condivisione degli oneri (anche quando insufficiente secondo Washington), il sostegno in missioni di combattimento e stabilizzazione, compongono un mosaico che va oltre la contabilità nazionale. È su questo terreno che Downing Street e molti alleati contestano l’idea di partner “arretrati”, ricordando che molte unità europee hanno combattuto – e sono cadute – nelle stesse valli e negli stessi wadi delle truppe americane.
Dopo la tempesta, Trump ha pubblicamente lodato i militari del Regno Unito, parlando di “457 eroi” e confermando la “forza dei legami” con Londra. È un gesto politico utile a contenere l’incendio, senza ritrattare il punto di partenza: il messaggio che gli USA hanno fatto – e fanno – più di tutti nella NATO. I prossimi mesi diranno se la frizione resterà un episodio o se diventerà un nuovo capitolo nella difficile conversazione transatlantica su oneri condivisi, regole d’ingaggio e definizione di “prima linea” in conflitti dove la linea del fronte, spesso, non è mai stata una sola.
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