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“Un insulto a chi è caduto”: l’onda d’urto delle parole di Trump sull’Afghanistan fa "incazzare" Londra

A Davos, una frase riapre vecchie ferite: il premier britannico reagisce con durezza, la Casa Bianca raddoppia la difesa del proprio primato nella NATO. Dati, contesto e perché la polemica conta ora.

“Un insulto a chi è caduto”: l’onda d’urto delle parole di Trump sull’Afghanistan scuote Londra e l’Alleanza

Keir Starmer

Una lapide di granito nella cittadina inglese di Wootton Bassett porta incisi 457 nomi. È il numero dei militari britannici caduti in Afghanistan tra il 2001 e il 2021: un elenco di età, gradi e reparti che racconta due decenni di guerra molto meglio di qualsiasi talk show. Eppure, da un palcoscenico lontano – i corridoi ovattati del World Economic Forum a Davos – le parole di Donald Trump hanno fatto il giro del mondo: gli alleati della NATO in Afghanistan “si sono tenuti un po’ indietro”, e gli Stati Uniti “non ne hanno mai avuto bisogno”. Un giudizio lapidario che ha provocato, a Londra, un contraccolpo immediato. Keir Starmer, primo ministro britannico, ha definito quelle frasi “offensive e francamente spaventose”, rendendo omaggio ai 457 caduti del Regno Unito. Il caso è diventato in poche ore una controversia diplomatico-politica di prima grandezza, con la Casa Bianca che ha difeso l’impegno americano, rivendicando di aver fatto “più di qualsiasi altro Paese” per l’Alleanza.

Secondo le ricostruzioni coincidenti di più testate internazionali, le dichiarazioni di Trump sono arrivate in un’intervista del giovedì a Fox Business, a margine degli incontri di Davos, il 22-23 gennaio 2026. L’ex presidente – oggi di nuovo alla guida dell’esecutivo – ha messo in dubbio la disponibilità degli altri 31 membri dell’Alleanza Atlantica a intervenire in difesa degli USA e, a proposito dell’Afghanistan, ha sostenuto che i partner “sono rimasti un po’ fuori dalle prime linee”. Parole che hanno immediatamente infiammato il dibattito sia nel Regno Unito sia nella più ampia costellazione euro-atlantica.

Keir Starmer e  Donald Trump

La replica di Keir Starmer è arrivata con toni insolitamente diretti verso un presidente statunitense in carica: “insultanti” e “francamente spaventose”, ha detto, ricordando i 457 britannici morti e citando anche i feriti con “lesioni permanenti”. Da Downing Street è poi arrivata una puntualizzazione istituzionale: Trump “ha torto” a sminuire il ruolo di NATO e forze britanniche in Afghanistan, un teatro in cui l’Articolo 5 del Trattato fu invocato per la prima – e finora unica – volta dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Non è soltanto politica della memoria. I dati sostengono la posizione britannica. Il Parlamento di Westminster riporta 457 morti del Regno Unito nel ventennio afgano; i picchi di perdite e feriti gravi si registrarono nel 2009 e 2010, gli anni più sanguinosi della missione nella provincia di Helmand, dove i soldati britannici operarono in prima linea. Complessivamente, oltre 150.000 militari britannici hanno prestato servizio in Afghanistan, il secondo contingente per dimensioni dopo gli Stati Uniti.

Mentre a Londra montava l’indignazione – con prese di posizione pubbliche anche da parte del principe Harry, veterano con due turni in teatro afgano – a Washington la Casa Bianca respingeva le critiche. Un portavoce ha affermato che il presidente Trump “ha assolutamente ragione: gli Stati Uniti d’America hanno fatto per la NATO più di quanto qualsiasi altro Paese abbia fatto, messi insieme”. È la sintesi di una tesi che la presidenza ripete da settimane: Washington sostiene di aver imposto un’accelerazione senza precedenti agli investimenti europei nella difesa e di restare il pilastro militare e finanziario dell’Alleanza.

Nella stessa giornata, dopo un’ondata di critiche nel Regno Unito, Trump ha diffuso un messaggio elogiando i soldati britannici, definendoli “tra i più grandi guerrieri”, e riconoscendo il sacrificio dei 457 caduti. Non si è trattato di un vero mea culpa, ma di un tentativo di ammorbidire i toni, confermato da un colloquio telefonico tra Trump e Starmer.

Cosa dice davvero la storia dell’Afghanistan

Per misurare la fondatezza della frase “si sono tenuti un po’ indietro”, conviene tornare alle cronologie operative.

  1. L’Articolo 5 fu invocato il 12 settembre 2001 e confermato il 2 ottobre 2001: fu il segnale politico che l’attacco agli USA era un attacco a tutti. Da lì, e su richiesta ONU, la NATO assunse nel 2003 il comando dell’ISAF, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza, operativa fino al 2014.
  2. Nel 2008, le truppe ISAF contavano circa 50.700 militari da 43 Paesi: 20.600 americani (con presenza totale USA in teatro di oltre 48.000), 8.330 britannici, 3.310 tedeschi, 2.830 canadesi, 2.730 francesi, 2.350 italiani, e così via. Una ripartizione che mostra come numerosi contingenti europei e partner non europei fossero presenti in aree ad alto rischio.
  3. Il tributo di sangue dell’intera coalizione è stimato in oltre 3.600 morti tra il 2001 e il 2021; di questi, circa 3.485 nel periodo di piena attività NATO/ISAF (fino al 2014). Il Regno Unito conta 457 caduti; il Canada 158-165; la Danimarca 44, con uno dei tassi pro capite più alti; la Francia 90; la Germania 60; l’Italia oltre 50.

Il quadro che emerge da documenti ufficiali e archivi storici della stessa NATO contraddice l’idea di un’Europa defilata dalle prime linee. In particolare, la permanenza britannica in Helmand, le operazioni canadesi a Kandahar, l’impiego danese in settori caldi del sud del Paese, la presenza italiana a Herat e quella francese in Kapisa e Surobi raccontano una realtà fatta di combattimenti intensi, perdite e rotazioni su scala pluriennale.

Perché allora la polemica esplode adesso

Le parole di Trump non arrivano nel vuoto. Sullo sfondo ci sono almeno tre fattori.

  1. Il primo è la discussione interna all’Alleanza sulle soglie di spesa: dalla vecchia raccomandazione del 2% del PIL agli annunci più recenti con cui Washington rivendica un obiettivo del 5% per i partner, presentandolo come risultato della pressione americana. Questo discorso si intreccia con l’argomento “gli USA sostengono più di tutti”, che la Casa Bianca usa per giustificare una retorica muscolare.
  2. Il secondo fattore è la sicurezza euro-atlantica in un momento di guerre ai confini e instabilità globale. Mettere in dubbio – anche solo a parole – la tenuta dell’Articolo 5 (“ci saranno quando ne avremo bisogno?”) equivale a toccare il cuore del deterrente politico della NATO. E da Bruxelles il richiamo alla memoria del 2001 è stato puntuale: “gli alleati c’erano, e ci saranno”.
  3. Il terzo elemento è la politica britannica: per Starmer, leader laburista a Downing Street, difendere la memoria dei caduti è anche un gesto di politica estera realista, che protegge il capitale strategico del rapporto con gli USA senza accettare letture considerate ingenerose verso i partner europei.

Le reazioni oltre il Regno Unito

La polemica ha superato i confini britannici. In Australia, veterani e figure istituzionali hanno definito “incomprensibili” e “oltraggiose” le frasi di Trump, ricordando 47 caduti e 261 feriti, con quasi 40.000 persone impiegate nel più lungo impegno militare della storia australiana. Il dibattito ha coinvolto ex comandanti, parlamentari veterani e associazioni d’arma.

Anche in Europa la reazione è stata netta: critiche sono arrivate da Italia e Francia, mentre diversi ex comandanti statunitensi – tra cui l’ammiraglio James Stavridis, già comandante supremo alleato – hanno respinto la lettura di Trump, sottolineando di aver perso “centinaia di alleati” sotto comando NATO in combattimento.

I fatti essenziali da ricordare

  1. L’Articolo 5 del Trattato di Washington è stato invocato il 12 settembre 2001 e reso pienamente operativo il 2 ottobre 2001: è la pietra angolare della reazione collettiva all’11 settembre.
  2. La missione ISAF sotto comando NATO ha operato dal 2003 al 2014, con punte di oltre 50.000 effettivi da 40+ Paesi.
  3. Il Regno Unito ha registrato 457 caduti; i picchi di 2009 e 2010 sono stati gli anni più duri sul campo per le truppe britanniche.
  4. Il totale delle perdite tra USA, alleati NATO e partner in Afghanistan supera quota 3.600; circa 3.485 appartengono al periodo di operazioni sotto ombrello NATO/ISAF.

“Mai avuti bisogno di loro”? Cosa c’è dietro una frase

Dire che gli Stati Uniti “non hanno mai avuto bisogno” degli alleati semplifica un ventennio di interdipendenza militare. Gli USA hanno sostenuto il carico maggiore in termini assoluti – uomini, mezzi, spesa e perdite – ed è un dato indiscutibile. Ma la deterrenza e la legittimazione politica che l’Alleanza ha garantito, la condivisione degli oneri (anche quando insufficiente secondo Washington), il sostegno in missioni di combattimento e stabilizzazione, compongono un mosaico che va oltre la contabilità nazionale. È su questo terreno che Downing Street e molti alleati contestano l’idea di partner “arretrati”, ricordando che molte unità europee hanno combattuto – e sono cadute – nelle stesse valli e negli stessi wadi delle truppe americane.

L’episodio che resta

Dopo la tempesta, Trump ha pubblicamente lodato i militari del Regno Unito, parlando di “457 eroi” e confermando la “forza dei legami” con Londra. È un gesto politico utile a contenere l’incendio, senza ritrattare il punto di partenza: il messaggio che gli USA hanno fatto – e fanno – più di tutti nella NATO. I prossimi mesi diranno se la frizione resterà un episodio o se diventerà un nuovo capitolo nella difficile conversazione transatlantica su oneri condivisi, regole d’ingaggio e definizione di “prima linea” in conflitti dove la linea del fronte, spesso, non è mai stata una sola.

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