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Siria, l’ombra lunga dell’ISIS tra la ritirata curda e la corsa al petrolio

Dalla “fortezza” del Rojava ai cancelli semiaperti di Al-Hol: perché il vuoto di potere nel nord-est siriano rischia di riaccendere una minaccia data per finita

Siria, l’ombra lunga dell’ISIS tra la ritirata curda e la corsa al petrolio

Siria, l’ombra lunga dell’ISIS tra la ritirata curda e la corsa al petrolio

All’alba, nella polvere piatta dell’Hasakah, una fila di bambini si mette in coda per l’acqua vicino a reti arrugginite e baracche sbrindellate. Hanno meno di dieci anni, molti non hanno mai visto una scuola. Alle loro spalle, oltre la recinzione di Al-Hol, c’è il rumore ovattato di un mondo che cambia: guardie che si diradano, torrette che non vedono più tutto, camion che caricano in fretta. È la scena di un equilibrio che si spezza. E quando gli equilibri in Siria si spezzano, c’è sempre qualcuno pronto a occupare lo spazio rimasto libero.

Per oltre un decennio, il racconto del nord-est siriano ha avuto un volto preciso: le YPG e le YPJ, le unità di protezione curde, diventate simbolo della resistenza contro lo Stato Islamico. Con il supporto aereo della coalizione guidata dagli Stati Uniti, quelle forze hanno fermato l’avanzata del “califfato” città dopo città, fino al crollo territoriale dell’ISIS a Baghuz nel 2019. In quell’epopea si è formata l’SDF – Syrian Democratic Forces, una struttura ibrida ma efficace, spina dorsale della sicurezza nell’area e custode, gioco forza, di migliaia di detenuti e familiari legati a ISIS in campi e prigioni distribuiti in tutta la regione.

Oggi quella stagione è in ritirata. Di fronte a una nuova offensiva lanciata nell’est siriano e al logoramento di alleanze esterne, le forze curde hanno arretrato su più fronti. La perdita di posizioni strategiche ha messo in discussione il controllo di nodi sensibili, aprendo una finestra di vulnerabilità che le cellule dormienti di ISIS – mai del tutto scomparse – tentano di sfruttare. Che l’intensità degli attacchi di ISIS nel quadrante SDF non fosse azzerata lo documentavano già i monitoraggi indipendenti: solo nel 2024, nelle aree controllate dalle SDF, si sono registrati oltre duecento episodi tra imboscate, attentati e omicidi mirati attribuiti a cellule jihadiste, con decine di vittime tra miliziani e civili. È un dato che conferma un trend insidioso: meno visibilità non significa minore pericolosità.

Tra i fattori che hanno accelerato il riposizionamento curdo c’è la spinta militare guidata da Ahmed Al‑Sharaa – meglio noto con il nome di battaglia di Abu Mohammad al‑Jolani – alla testa di Hayat Tahrir al‑Sham (HTS). Figura controversa della galassia insurrezionale siriana, Al‑Sharaa ha capitalizzato negli anni un controllo di fatto sul nord‑ovest (area di Idlib), costruendo una governance parallela e presentandosi, in più fasi, come argine tanto a ISIS quanto a al‑Qaeda “ufficiale”. Secondo diverse testimonianze locali e analisi di campo, l’attuale proiezione militare verso il nord‑est ha una direttrice chiara: i nodi energetici. La riga che unisce gli impianti petroliferi dell’area di Deir Ezzor e Hasakah fino a lambire Raqqa è, in Siria, una riga di potere.

Il punto non è solo militare. È politico ed economico. Chi controlla i pozzi controlla le rendite, e chi controlla le rendite può negoziare da una posizione di forza ogni assetto successivo. Questo spiega perché l’offensiva – attribuita ad HTS e a forze alleate – abbia premuto proprio lungo quell’asse. Ed è anche la ragione per cui la ritirata delle YPG/YPJ assume un significato che va oltre la cartografia: meno forze curde sul terreno significa meno copertura sulle infrastrutture critiche, più spazio per attori rivali e, soprattutto, stress su quel sistema di custodia dei detenuti di cui le SDF sono state, loro malgrado, il perno.

È qui che entra in gioco la parola che nessuno ama pronunciare: Al‑Hol. Da anni definito una “bomba a orologeria”, il maxi‑campo nell’Hasakah è il contenitore più problematico del post‑califfato. Per dimensioni, composizione, radicalizzazione strisciante. Le stime variano perché i numeri cambiano con repatri e rilocalizzazioni, ma descrivono sempre una massa critica: in alcune fasi recenti, Al‑Hol e il vicino Roj hanno cumulato decine di migliaia di persone; quote rilevanti sono donne e minori, inclusi bambini sotto i 12 anni. È in questi spazi, dove educazione, assistenza sanitaria e sicurezza sono intermittenti, che l’ideologia di ISIS non è mai scomparsa del tutto.

Il nodo, oggi, non è astratto: con l’arretramento di unità SDF e la pressione su varchi e strade, si sono moltiplicate le finestre temporali in cui posti di guardia e perimetri restano scoperti o sotto‑presidiati. Bastano ore – non giorni – di vuoto per generare disordini, evasioni, trasferimenti caotici o, più banalmente, per erodere quel minimo di deterrenza che teneva a bada le reti interne. È già successo: lo si è visto, con un’altra configurazione, durante il grande assalto al carcere di al‑Sina’a a Hasakah nel 2022, quando un’operazione di ISIS contro la prigione SDF innescò giorni di combattimenti feroci e una fuga su larga scala di detenuti. La lezione di allora è rimasta scolpita: il sistema carcerario del nord‑est è un bersaglio e un moltiplicatore di rischio.

Oggi, secondo diverse fonti locali e umanitarie, ad Al‑Hol restano comunque tante persone – in alcune stime recenti, circa 25.000 – tra affiliati, familiari e persone sospettate di legami con ISIS. Le oscillazioni dipendono dai rimpatri (in primis dall’Iraq) e dalle uscite graduali di nuclei siriani verso comunità di origine; ma il problema di fondo non cambia: un campo così grande, con un corpo di guardia assottigliato e un perimetro vastissimo, è intrinsecamente fragile.

La faglia della “custodia per conto terzi”

Per anni, la comunità internazionale ha chiesto alle SDF di “custodire per conto terzi” un problema globale: foreign fighters, mogli e figli di miliziani europei, asiatici, nordafricani; una platea plurale, spesso apolide o indocumentata, che pochi Paesi hanno voluto riprendersi. È stata una scelta comoda, e in parte inevitabile nell’emergenza, ma ha creato una asimmetria: il costo della detenzione e della gestione è rimasto a carico di un soggetto non statale, impegnato in un conflitto e privo di strumenti giudiziari adeguati per garantire due process, separazione dei minori, programmi di deradicalizzazione.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetuto negli anni gli stessi punti: la detenzione indefinita di donne e bambini senza capo d’imputazione viola standard minimi; la mancata restituzione alla giustizia dei presunti miliziani (o, in alternativa, la loro reintegrazione monitorata dove possibile) alimenta un serbatoio di rancore e propaganda. Con la ritirata curda, questo impianto vacilla ulteriormente: se gli onorari custodi devono correre a difendere il fronte, chi resta a gestire prigioni e campi?

Il “fattore petrolio”: geoeconomia della riconquista

Al netto della retorica, la spinta verso i pozzi non è un dettaglio tecnico: è la chiave. Il petrolio del nord‑est siriano è poca cosa se paragonato ai grandi giacimenti mediorientali, ma in un Paese frammentato e sanzionato vale oro. Offre entrate per stipendi e servizi, arma la clientela politica, alimenta milizie e apparati. La corsa a Raqqa e lungo l’Eufrate è, per questo, una corsa a ricollegare rubinetti e raffinerie artigianali, a mettere dazi sui flussi di autocisterne, a stabilire check‑point in grado di monetizzare il traffico.

Per ISIS – che vive oggi di estorsione, tassazione clandestina, contrabbando e protezione – qualsiasi disordine lungo quelle linee logistiche è un dono. Più milizie contendono il controllo delle condotte informali, più cresce lo spazio per cellule che attaccano a basso costo: un ordigno su un tracciato, una minaccia a un autista, un rapimento mirato. Non serve “prendere città”: basta erosione costante per mostrare che lo Stato non controlla tutto e che pagare pizzo a chi si presenta come “Stato Islamico” è, per molti, un’assicurazione sulla vita.

Da Idlib al triangolo Hasakah–Deir Ezzor–Raqqa: il salto di scala di HTS

Che HTS tenti di presentarsi come “ordine alternativo” non è nuovo. Negli ultimi anni Al‑Sharaa ha provato a rebrandizzarsi agli occhi esterni, giocando una partita delicata: reprimere le cellule di ISIS e di al‑Qaeda “ufficiale”, mentre consolidava la propria autorità nel nord‑ovest. La novità, oggi, sarebbe la spinta – diretta o mediata da forze alleate – oltre l’area tradizionale, in direzione dei pozzi e di Raqqa. Non è un passaggio scontato né lineare: la geografia delle alleanze in Siria è una geometria variabile, con interessi turchi, reticoli tribali arabi, rimescolamenti di sigle e comandanti. Ma è proprio in questa fluidità che si spiegano i rapidi arretramenti curdi e le convergenze tattiche di breve periodo.

L’interesse di HTS verso le risorse energetiche non è solo finanziario. È posizionale: presentarsi come attore in grado di “normalizzare” aree di degrado di sicurezza, ripristinare flussi e servizi minimi, schiacciare sacche jihadiste concorrenti. È un messaggio rivolto tanto alla popolazione quanto agli interlocutori esterni: “noi possiamo”, dove altri hanno fallito. Il rovescio della medaglia è evidente: in questa contesa, la popolazione curda e le comunità arabe locali diventano terreno di scontro, e la custodia di campi e prigioni rischia di essere il primo costo collaterale.

Il precedente di Hasakah 2022: perché le prigioni contano

Quando si parla di campi e carceri, è utile ricordare il gennaio 2022. Allora un’operazione di ISIS contro la prigione di al‑Sina’a ad Hasakah mise in seria difficoltà le SDF per giorni. Fu necessaria una controffensiva su larga scala, con il supporto della Coalizione, per ristabilire il controllo, e nel frattempo centinaia di detenuti si dispersero. Quell’episodio è ancora oggi una lezione operativa: le prigioni sono hub; se cadono, non liberano solo uomini ma anche reti, competenze, propaganda.

La situazione attuale – ritirate curde, pressione su nodi logistici, attenzione alle rendite petrolifere – ripropone lo stesso scheletro di rischio. La differenza è che l’usura di anni ha fiaccato le capacità SDF di tenere più fronti aperti. Laddove le YPG/YPJ erano prima in grado di ruotare reparti, oggi ogni squadra spostata dal perimetro di un carcere è un pezzo di sicurezza in meno per Al‑Hol, Roj o altri siti minori.

Cosa significa “ritorno” dell’ISIS

Parlare di “ritorno dell’ISIS” è seducente, ma rischia di essere fuorviante. ISIS non è mai sparito: ha perso territorio e governance, non la capacità di proiettare violenza mirata e di infiltrarsi nelle pieghe di un ordine fragile. Il ritorno di cui si discute è, più precisamente, un ritorno di opportunità. Il vuoto di potere creato dall’arretramento curdo e la ristrutturazione delle catene di controllo su pozzi, strade e campi abbassano i costi operativi delle cellule. È questo che cambia la curva del rischio.

Un segnale chiave da monitorare è il salto di ambizione: dalla guerriglia a bassa intensità (imboscate su strade secondarie, estorsioni a mercati locali, minacce a mukhtar o funzionari) a operazioni in grado di rompere il dispositivo di un campo o di una prigione. Se questi episodi passeranno da eccezioni a tendenza, allora si potrà parlare di un ritorno con un significato più pieno.

Conclusione: chi riempie il vuoto

Torniamo alla fila per l’acqua, a Al‑Hol. La domanda è semplice, come spesso lo sono le domande difficili: se le YPG/YPJ arretrano e HTS avanza verso i pozzi, chi si prende cura di ciò che resta nel mezzo? Se la risposta è “nessuno”, allora lo Stato Islamico – privo di territorio, ma ricco di pazienza – avrà già trovato la fessura per rientrare. Non serve un califfato per cambiare la vita di una regione: bastano reti che si riaccendono, minacce che tornano credibili, bambini che crescono dietro un filo spinato credendo che il mondo sia fatto così.

Il ritorno dell’ISIS non è un film d’azione. È il risultato di scelte mancate. E ogni giorno di vuoto lo avvicina di un passo.

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