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La testimonianza di Sara Cornelio raccontata ai giovani come seme di speranza e comunità

Una serata di incontro e condivisione che ha unito giovani, famiglie e comunità dell’unità pastorale

La testimonianza di Sara Cornelio raccontata ai giovani come seme di speranza e comunità

Sara Cornelio

Una serata intensa, fatta di volti, ascolto e silenzi pieni di significato, ha riunito giovani, famiglie e animatori delle parrocchie del territorio nell’ambito delle attività dell’unità pastorale. L’incontro, promosso dagli animatori del mercoledì sera di Favria, Oglianico e Busano, si è svolto proprio a Busano e ha registrato una partecipazione numerosa e sentita, segno di una comunità che ha ancora voglia di incontrarsi, condividere e camminare insieme.

Al centro della serata, la storia di Sara Cornelio, giovane donna del territorio, la cui vita è stata profondamente segnata dalla fibrosi cistica ma attraversata da una fede autentica e da una straordinaria capacità di dono. Una testimonianza che non ha bisogno di retorica: parlano i suoi scritti, le sue parole, oggi raccolte e diffuse anche attraverso i social, che restituiscono il ritratto di una ragazza capace di trasformare la sofferenza in occasione di amore, la fragilità in forza, il dolore in speranza.

Sara ha vissuto con intensità ogni istante, senza risparmiarsi, affrontando anche il difficile e complesso percorso del trapianto. Quattro anni dopo quell’esperienza, la sua vita si è conclusa, ma non si è interrotto il segno profondo che ha lasciato. La sua testimonianza continua a parlare, soprattutto ai più giovani, invitandoli ad andare oltre l’apparenza, a non sprecare il tempo, a riscoprire il valore del dono reciproco e dell’ascolto autentico.

L’obiettivo dell’incontro era chiaro e condiviso: creare legami, rafforzare la rete tra le diverse realtà parrocchiali, superare confini e abitudini consolidate per costruire un senso di appartenenza più ampio e consapevole. Un passo concreto verso una comunità viva, capace di riconoscersi nelle storie che sanno generare luce e orientare il cammino comune.

Esperienze come questa ricordano che una vita non si misura dal numero degli anni, ma dalla profondità con cui viene vissuta. E che anche quando una voce si spegne, ciò che ha saputo donare continua a camminare nelle coscienze di chi resta, come un raggio di luce che non smette di illuminare.

Chi era Sara?

Aveva l’arcobaleno nel cuore. Così la ricordano in tanti. E forse non c’è immagine più adatta per raccontare Sara Cornelio, una giovane donna capace di trasformare la fragilità in luce, la malattia in racconto, la sofferenza in dono.

Sara scriveva libri, li illustrava, componeva musica. Scriveva soprattutto di sé, della sua vita segnata fin dall’infanzia dalla fibrosi cistica. Non amava le parole roboanti, non si definiva una guerriera. «Non mi piace parlare di battaglie perché non sono una guerriera», scriveva. Eppure, con il sorriso che non l’ha mai abbandonata, ha combattuto davvero la sua lotta per la vita, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro.

Originaria di Pavone Canavese, laureata al Dams, a Sara la fibrosi cistica era stata diagnosticata quando aveva appena due anni. Una presenza costante, invasiva, mai negata. A 17 anni decide di raccontarsi aprendo un blog dal titolo poetico e potentissimo: “65 rose nella mia vita”. Un nome che nasce da un gioco linguistico diventato simbolo. “Cystic fibrosis”, pronunciata in inglese, diventa “sixty-five roses”, sessantacinque rose: un’immagine che nel mondo anglosassone accompagna da anni i bambini affetti dalla malattia. Sara la fa sua e la trasforma in racconto.

Nel blog scrive con ironia, lucidità, profondità. «Ho una famiglia, una casa, un grande gruppo di amici, tanti sogni nel cassetto. A dire il vero non so più come farli stare, perché tra tutte le medicine che contiene, lo spazio per i sogni si fa sempre più piccolo. Ah, ho anche la fibrosi cistica». La racconta così, senza sconti ma senza rabbia. Una malattia genetica che colpisce soprattutto i polmoni, che ruba fiato e tempo, ma che non le ruba mai lo sguardo sulla vita.

«Conosco il dolore fin da piccola», scrive ancora. E aggiunge parole che restano: «Se sono quello che sono è anche grazie a lei, alla fibrosi cistica. Mi ha insegnato il coraggio, la pazienza, la capacità di rinunciare e di godermi al meglio ciò che posso fare». Ricoveri lunghi, anche di settimane, attese infinite, paura. Ma anche una maturità rara, costruita nel silenzio delle corsie d’ospedale.

Nel 2016 affronta uno dei passaggi più delicati della sua vita: un doppio trapianto di polmoni. Un dono immenso, che lei riconosce e racconta con gratitudine. Nel 2019 porta la sua storia al Salone del Libro di Torino, presentando “Un dono mi ha salvato”, il libro in cui intreccia la malattia, la rinascita, la consapevolezza che dietro ogni trapianto c’è una scelta d’amore assoluto.

Con il tempo il suo racconto diventa sempre più social. Su Facebook condivide ricoveri, operazioni, paure, ma anche sorrisi luminosi e una gratitudine disarmante verso la vita. «È quasi Natale, ma per me lo è già stato tutte quelle volte che ho riscoperto la bellezza di rinascere dopo un momento difficile. Una grande festa, un dono d’amore», scrive la vigilia di Natale.

Nel febbraio del 2022 Sara viene intubata a causa di una grave polmonite virale. Le sue condizioni, già critiche, peggiorano rapidamente. Muore a 23 anni. Pavone Canavese, il Canavese intero, si stringono nel dolore. Sara lascia la mamma Irene, il papà Marco, il fratello Luca. E lascia soprattutto una scia di parole, affetto, luce.

I messaggi di cordoglio si moltiplicano. «La tua voglia di vivere sarà uno sprone per tutti noi». «Ora corri e respira libera». Un’amica le scrive: «Un giorno mangeremo quella Sacher con tanta panna che ci eravamo promesse. Un giorno saremo luce insieme. Se puoi, vienimi a tenere la mano tra le stelle».

Sara non amava definirsi una guerriera. Ma ha insegnato a molti cosa significa essere coraggiosi senza fare rumore. Perché alcune vite, anche se brevi, sanno lasciare un segno che continua a respirare nel tempo.

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