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Michelle Hunziker allo specchio parla con la bambina che non ha mai smesso di essere

Un video realizzato con l’intelligenza artificiale diventa un atto di coraggio emotivo: a 49 anni Michelle Hunziker parla al suo io bambino, affronta le paure, le ferite e i sogni che resistono al tempo

Michelle Hunziker allo specchio del tempo: il dialogo con la bambina che non ha mai smesso di essere

Michelle Hunziker allo specchio del tempo: il dialogo con la bambina che non ha mai smesso di essere

Basta uno scroll distratto, in un sabato mattina qualunque, per inciampare in deepfake ironici, tormentoni usa e getta, trend che durano lo spazio di un battito di ciglia. Questa volta però lo schermo si ferma. Si resta lì. Perché Michelle Hunziker non balla, non scherza, non strizza l’occhio all’algoritmo. Parla. E parla con la bambina che è stata. Niente skibidipoppi, niente siparietti, nessuna smorfia studiata. Solo lei, uno specchio e una conversazione che vibra di qualcosa di sempre più raro sui social: autenticità.

Il 24 gennaio 2026 Michelle Hunziker compie 49 anni. Li festeggia come sa fare, circondata dagli affetti più stretti, in un contesto raccolto, con addosso un abito rosso Ferragamo che non è solo eleganza, ma dichiarazione di presenza, energia, vitalità. Ma il vero autoregalo è un altro. È un video affidato all’intelligenza artificiale che sorprende proprio perché non vuole stupire. Non cerca l’effetto wow. Cerca il sentire.

Con la collaborazione di Luca Oldani, Hunziker ricostruisce la propria immagine da bambina partendo da una fotografia del 1990. Davanti allo specchio compare quella Michelle con il vestitino chiaro e lo sguardo diretto, disarmante. Le domande sono semplici, e proprio per questo inevitabili: sei felice? Hai avuto paura? Hai realizzato i tuoi sogni? Ne hai ancora? È un dialogo tecnicamente artificiale, ma emotivamente vero fino a far male. Un confronto senza sconti tra ciò che siamo diventati e ciò che siamo stati, attraversato da ombre profonde e da una luce che arriva solo dopo averle guardate in faccia.

Michelle Hunziker non si nasconde. Quando la bambina le chiede se abbia mai avuto davvero paura, la risposta è netta, priva di filtri: «Sì, paura di non bastare. Molto spesso non mi sono sentita vista o capita e ho permesso che mi facessero cose che mi hanno ferita profondamente». È una confessione che tocca nervi scoperti, che parla a molte donne e a molte vite: il confondere l’amore con lo sforzo, il dare troppo, il proteggersi troppo tardi. Poi arriva la consapevolezza, maturata nel tempo: «Ho capito che tutto cambia forma e che perdere non è sempre perdere. Anzi, sono state proprio queste lezioni le più preziose».

Questo video funziona perché ribalta il senso stesso dell’uso dell’AI. Non è un trucco, non è una maschera, non è un gioco ammiccante come quelli che popolano i feed, dai finti dialoghi tra star globali ai deepfake virali. Qui la tecnologia diventa uno strumento di introspezione, una lente che amplifica l’empatia invece di sostituirla. E mentre guardi, la domanda smette di riguardare lei e diventa tua: cosa diremmo al nostro io bambino? Di cosa ci scuseremmo? Cosa avremmo difeso prima? Quali confini avremmo avuto il coraggio di alzare?

Se potesse tornare indietro con la consapevolezza di oggi, racconta, Michelle Hunziker si difenderebbe prima, si amerebbe di più, ascolterebbe meglio quella ragazzina che la guarda dallo specchio. I sogni ci sono ancora, «sono molti», ma non scappano più. È l’immagine di una maturità che non frena, ma orienta. Le rughe non si cancellano, suggerisce con ironia e lucidità: si idratano, e intanto raccontano. Raccontano una vita fatta di amore, famiglia, amicizie, lavoro, cadute e risalite. Raccontano una donna che a 49 anni riesce a guardare negli occhi la propria storia senza tremare.

C’è coraggio nel chiedere alla propria infanzia se siamo stati all’altezza di quel patto silenzioso che avevamo con la vita. Questo video non pretende di essere una verità assoluta. È una verità possibile. Dice che invecchiare può voler dire aggiungere senso, non solo anni. E dimostra che l’intelligenza artificiale, quando non fa rumore fine a sé stessa, può diventare un amplificatore di emozioni, non il loro surrogato. Un gesto semplice, ma potente. E, in mezzo al frastuono digitale, sorprendentemente umano.

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