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“Ci sono troppi lupi in giro”. Sindaco scrive al presidente Alberto Cirio: «Aiutaci»

Attacchi al bestiame in aumento in provincia di Torino e difficoltà crescenti per gli allevatori. Dal territorio della Val Chisone l’appello alle istituzioni per una gestione equilibrata della fauna selvatica

“Ci sono troppi lupi in giro”. Sindaco scrive al presidente Alberto Cirio: «Aiutaci»

“Ci sono troppi lupi in giro”. Sindaco scrive al presidente Alberto Cirio: «Aiutaci»

Con un decreto, il governo ha disposto il declassamento del lupo da specie protetta a specie con protezione semplice. Il provvedimento segna un passaggio rilevante nella gestione della fauna selvatica. Non una cancellazione delle tutele, ma l’apertura alla possibilità di interventi di contenimento regolati, attraverso quote definite e ripartite tra le Regioni. Una decisione che arriva mentre, sul territorio, la convivenza tra attività umane e fauna selvatica continua a mostrare criticità sempre più evidenti.

In provincia di Torino, negli ultimi due mesi, gli attacchi al bestiame si sono intensificati, soprattutto a danno di ovini e caprini. Le segnalazioni arrivano da molte aree del territorio, senza una distinzione netta tra zone marginali e contesti abitati. È questo uno degli elementi che più colpisce: gli episodi avvengono spesso in aree urbanizzate, prossime a strade, case, infrastrutture, e non in luoghi isolati o difficilmente accessibili.

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La Bassa Valle di Susa è tra le zone più colpite. Qui un allevatore ha subito ripetute predazioni nel giro di poche settimane, nonostante l’adozione di misure di prevenzione considerate ormai standard, come i recinti elettrificati. Il bilancio è pesante: oltre venti capi persi, tra pecore e capre. Perdite che non rappresentano soltanto un danno economico, ma incidono direttamente sulla sostenibilità dell’attività, sulla continuità del lavoro e sulla tenuta di aziende già esposte a margini ridotti e costi crescenti.

Il tema, tuttavia, non si esaurisce nel numero degli attacchi. Al centro c’è una questione più ampia che riguarda l’equilibrio faunistico e la sua gestione.

A sottolinearlo è Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Torino, che richiama le istituzioni alle proprie responsabilità: «Regione e Città Metropolitana devono attuare programmi di riequilibrio delle popolazioni di lupo in provincia di Torino». Una richiesta che non si traduce in una contrapposizione alla presenza del lupo, ma nella necessità di governare un fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto senza un adeguato accompagnamento sul piano delle politiche pubbliche.

Accanto a questo, Coldiretti insiste su due aspetti centrali per gli allevatori: «Risarcimenti congrui e soprattutto tempestivi, oltre a un maggiore sostegno per le pratiche di difesa passiva del bestiame». Tempi lunghi e ristori parziali, spiegano dal mondo agricolo, finiscono per aggravare una situazione già fragile, scaricando sugli allevatori il peso di una convivenza che dovrebbe invece essere condivisa e sostenuta dalle istituzioni.

Nel frattempo, le segnalazioni di avvistamenti continuano ad aumentare. I lupi vengono osservati soprattutto nelle ore notturne lungo l’autostrada della Valle di Susa e sulle statali di fondovalle, ma anche in altre zone rurali e periurbane della provincia. Una presenza che suscita preoccupazione tra i residenti, non tanto per un allarmismo generalizzato, quanto per la sensazione di un territorio in cui le dinamiche naturali e quelle umane si sovrappongono senza una regia chiara.

Non mancano, inoltre, episodi che coinvolgono cani predati, segnalati da tempo in diverse aree rurali. Eventi che contribuiscono ad alimentare il senso di insicurezza percepita e che vengono letti dagli esperti come il segnale di un contesto in cui le prede naturali del lupo sono in contrazione, anche a causa della pressione esercitata da altri predatori e da un ecosistema profondamente modificato dall’uomo.

I dati ufficiali aiutano a inquadrare il fenomeno. In attesa delle statistiche complete per il 2025, nel corso del 2024 i Servizi Veterinari hanno registrato sul sistema informativo regionale ARVET 534 eventi predatori ai danni del bestiame domestico, per un totale di 1.894 capi coinvolti: 1.092 morti, 81 feriti e 721 dispersi. Nel 2023, i capi coinvolti erano stati 1.501, con 1.009 morti. Numeri che mostrano una crescita significativa e che confermano come il tema non possa più essere affrontato solo in chiave emergenziale.

Anche il monitoraggio scientifico segnala una presenza in aumento. Il progetto Life WolfAlps stima in 464 gli esemplari presenti in Piemonte, un dato superiore a quello registrato soltanto due anni fa. Un incremento che testimonia il successo delle politiche di tutela degli ultimi decenni, ma che oggi pone nuove domande sulla capacità di gestione e di convivenza in territori densamente abitati e fortemente utilizzati dall’uomo.

In questo scenario, iniziano a emergere anche prese di posizione da parte degli amministratori locali. Coldiretti Torino evidenzia con favore l’impegno di diversi sindaci che stanno segnalando alle istituzioni sovraordinate le difficoltà vissute nei territori. Tra questi, il sindaco di Roure, che ha scritto a Regione e Prefettura per rappresentare la situazione della Val Chisone, dove la presenza del lupo è diventata strutturale e incide in modo diretto sulle attività agricole e sulla vita quotidiana delle comunità locali.

Il punto, ribadiscono dal mondo agricolo, non è rimettere in discussione il valore ambientale del lupo né il suo ruolo negli ecosistemi alpini. Nessuno parla di estinzione o di ritorno a politiche del passato. Ma la convivenza, oggi, appare sempre più complessa e richiede scelte chiare, strumenti efficaci e tempi certi. Perché l’allevamento di montagna non è solo un’attività economica, ma un presidio del territorio, una pratica che da millenni accompagna l’equilibrio tra uomo e ambiente.

Senza una gestione attenta e responsabile, il rischio è che a venire meno non sia la fauna selvatica, ma la presenza umana in montagna, con tutto ciò che questo comporta in termini di cura del paesaggio, sicurezza del territorio e tenuta delle comunità locali. Una riflessione che il decreto del governo rende inevitabile e che ora chiama le istituzioni a trasformare le norme in politiche concrete.

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