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Davos, il giorno dell’“Onu di Trump”: chi ha firmato il Board of Peace, chi ha detto no e perché conta davvero

Una cerimonia che divide: ventidue Paesi nel Board of Peace voluto da Trump, adesioni annunciate ma non visibili sul palco, assenze pesanti e un’Europa scettica. Tutti i dettagli, oltre il flash delle foto.

Davos, il giorno dell’“Onu di Trump”: chi ha firmato il Board of Peace, chi ha detto no e perché conta davvero

Davos, il giorno dell’“Onu di Trump”: chi ha firmato il Board of Peace, chi ha detto no e perché conta davvero

Nel salone principale del Kongresszentrum di Davos, il fondale mostra un globo lucido, il logo del nuovo Board of Peace. Tra gli scatti, si notano i tradizionali alpine boots accanto a lucide Oxford shoes: è l’immagine di un’alleanza in costruzione, tra entusiasmo e diffidenza. Quando Donald Trump solleva la penna per firmare la carta inaugurale del Consiglio di Pace — come lo chiamano i media italiani — si capisce che qui non si sta giocando solo la “fase 2” della ricostruzione di Gaza, ma una scommessa più ampia sulla governance globale. Sul palco, i rappresentanti di una parte del mondo. Nell’aria, le domande del resto del mondo. E un dettaglio sorprende: Israele annuncia l’adesione, ma non manda nessuno alla cerimonia; l’Egitto risulta nel novero dei partecipanti secondo la Casa Bianca, ma la delegazione non si vede; il Belgio compare nelle liste ufficiali, poi smentisce pubblicamente la firma. È l’istantanea di un progetto appena nato e già conteso.

firma

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA, NIKOL PASHINYAN PRIMO MINISTRO DELL'ARMENIA

Nato come strumento operativo della “fase 2” del piano per Gaza — demilitarizzazione, tecnocrazia di transizione, ricostruzione su larga scala — il Board of Peace prende forma a Davos il 22 gennaio 2026, con Trump nel ruolo di presidente e un “executive council” composto da figure politiche e finanziarie di primo piano, da Marco Rubio a Jared Kushner, dall’ex premier britannico Tony Blair al presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, fino all’imprenditore Marc Rowan. La carta fondativa, lunga poche pagine, non menziona esplicitamente Gaza: un segnale della vocazione più ampia dell’organismo, che nelle parole del presidente americano potrebbe “estendersi ad altre crisi” e “collaborare con le Nazioni Unite”, pur candidandosi — nei fatti — a occupare spazi di influenza oggi dell’Onu.

Secondo il comunicato della Casa Bianca e i resoconti dei maggiori media internazionali, il consiglio prevede una membership triennale e una quota da 1 miliardo di dollari per chi volesse la permanenza, mentre i contributi per la ricostruzione di Gaza restano “attesi” ma formalmente volontari. È un assetto che rassicura i Paesi pronti a investire e inquieta chi teme un organismo “a geometria variabile”, guidato da Washington con ampio potere di agenda e veto in capo al presidente.

La lista dei 22: chi c’era, chi ha firmato, chi è stato contato

Alla vigilia e nelle ore della cerimonia, la Casa Bianca diffonde una lista di 22 Paesi partecipanti. Oltre agli Stati Uniti, figurano: Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan. La fotografia ufficiale a Davos ritrae molti di questi protagonisti, con i primi due firmatari indicati in Bahrein e Marocco.

Ma la lista, subito, scricchiola. Il Belgio compare tra i firmatari, poi il ministro degli Esteri Maxime Prévot corregge: “Belgio non ha firmato la Carta del Board of Peace; l’annuncio è inesatto. Vogliamo una risposta europea coordinata”. Anche la stampa belga riferisce di un possibile scambio con la Bielorussia nelle comunicazioni statunitensi. È un inciampo non solo simbolico: segnala la fluidità del perimetro e l’imbarazzo europeo.

Sul fronte mediorientale, un altro nodo: l’Egitto risulta incluso nelle note diffuse ai media, e fonti statunitensi lo collocano tra i Paesi che hanno “accettato” l’invito, ma alla firma inaugurale la delegazione non si vede. È un’assenza che pesa, visto il ruolo del Cairo negli scambi con Hamas e nel controllo del valico di Rafah; ed è una cautela coerente con la linea egiziana di evitare mosse irrevocabili senza contropartite chiare su sicurezza e finanziamenti.

Il caso Israele: adesione annunciata, palco vuoto, polemica accesa

Il capitolo Israele sintetizza bene la contraddizione del Board. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu rende noto che Israele aderirà al Board of Peace, pur dopo settimane di resistenze. Ma alla cerimonia di Davos nessun rappresentante israeliano si presenta: una scelta che riflette la frizione con Washington sull’“executive board” per Gaza, dove siedono anche la Turchia e il Qatar. Netanyahu lo dice esplicitamente: “Non ci saranno soldati turchi o qatarioti nella Striscia”, affermando che la composizione annunciata dagli Stati Uniti “non è stata coordinata con Israele” e “contraddice” la sua politica. L’opposizione israeliana, per parte sua, accusa Netanyahu di “fallimento diplomatico” per aver consentito, di fatto, il coinvolgimento turco e qatariota nel disegno postbellico. Risultato: annuncio sì, firma e presenza no.

Chi applaude e chi diffida: perché l’Europa si tiene alla larga

Se guardiamo alla mappa politica dei 22, colpisce l’assenza dell’Unione Europea come blocco. Nelle ore della firma, i grandi Paesi europei — Francia, Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia — si chiamano fuori, per ragioni diverse ma convergenti: dubbi sulla governance, timori di sovrapposizione con l’Onu, perplessità sull’inclusione di Russia e Bielorussia tra gli invitati, e sull’idea — più volte evocata da Trump — che il Board possa “fare da solo” una volta “completamente formato”. In pubblico, il presidente Macron respinge “i bulli” e la “legge del più forte”; altri leader, come il finlandese Stubb, richiamano la necessità di un passaggio parlamentare per aderire a un organismo internazionale di nuovo conio.

Fanno eccezione due capitali dell’Est: Budapest e Sofia. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Bulgaria aderiscono fin da subito, confermando una linea proattiva verso il progetto americano e segnando una spaccatura intraeuropea su Gaza e, più in generale, sull’architettura multilaterale che andrà delineandosi nei prossimi mesi.

Soldi, potere, mandato: i tre nodi aperti

  1. Il prezzo della permanenza. La quota da 1 miliardo di dollari per lo status di membro permanente è il dettaglio più mediatico, ma il vero punto è la leva finanziaria: chi paga — e quanto — sulla ricostruzione di Gaza, stimata in decine di miliardi? Per ora, la promessa è di “mobilitare capitali” pubblici e privati, con strumenti che vanno dai sovereign wealth funds ai project bonds. Manca, però, un quadro di condizionalità e di trasparenza comparabile agli standard Banca Mondiale/BEI.
  2. Il baricentro politico. Il presidente del Board controlla agenda e veto; l’executive council è composto da figure scelte dalla stessa regia statunitense. È una verticalità che rassicura chi vuole decisioni rapide ma preoccupa chi teme una centralizzazione in contrasto con la Carta Onu e con gli equilibri multilaterali.
  3. Il mandato reale. La Carta del Board non cita Gaza, pur nascendo per essa; si parla di un organismo capace di intervenire in altre crisi: il rischio, per i critici, è un mandato elastico che sottragga competenza all’Onu senza la legittimazione universale. La promessa degli Stati Uniti è di “collaborare” con le Nazioni Unite, non di sostituirle. Ma le parole di Trump — “una volta completato, potremo fare quasi tutto ciò che vogliamo” — restano appuntate sui taccuini dei diplomatici.

La timeline: dal piano per Gaza alla firma di Davos

  1. Autunno 2025. Washington propone un piano in 20 punti per Gaza, poi accolto in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che “accoglie favorevolmente” la creazione di strumenti per la stabilizzazione e ricostruzione della Striscia. In parallelo, matura l’idea di un Board of Peace più ampio.
  2. Gennaio 2026. In vista di Davos, la Casa Bianca annuncia la costituzione del Board e di un Gaza Executive Board consultivo; trapelano i primi nomi del consiglio esecutivo e dei Paesi invitati (tra 50 e 60).
  3. 22 gennaio 2026. A Davos, la Carta viene firmata. Trump parla di “organizzazione internazionale” a pieno titolo e di un impegno prioritario su Gaza, con l’obiettivo di passare rapidamente alla ricostruzione. Il palco mostra la diversità dei firmatari; il parterre europeo resta, in gran parte, defilato.

Il paradosso belga e l’ombra di Minsk

L’episodio del Belgio merita un capitolo a sé. Inserito nella lista dei 22, Bruxelles smentisce nel giro di poche ore e chiede una linea comune europea. Agenzie e media belgi parlano di un errore di omonimia: al posto del Belgio, gli Stati Uniti avrebbero inteso (o voluto) indicare la Bielorussia di Alexander Lukashenko, che in altre sedi ha fatto sapere di accettare l’invito. Se confermato, sarebbe un segnale pesante: la compagine reale del Board includerebbe un Paese sanzionato dall’Occidente, vicino a Mosca, e la sovrapposizione con i dossier Ucraina e Russia renderebbe la geometria del Board ancora più sensibile.

La partita mediorientale: tra pragmatismo del Golfo e mosse del Cairo

Tra i 22 spiccano gli Stati del GolfoQatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein — e Paesi-ponte come Giordania e Marocco. Sono attori con capacità finanziaria, canali diplomatici verso Gaza e interesse strategico alla stabilità del Levante. Il Qatar e la Turchia, in particolare, entrano anche nell’executive board sulla Striscia, diventando il bersaglio delle critiche israeliane; ma per Washington sono interlocutori indispensabili per l’implementazione sul terreno e per l’interlocuzione con le componenti palestinesi.

L’Egitto, come detto, appare in lista ma non sul palco. È plausibile che il Cairo stia negoziando garanzie su sicurezza del confine, ruolo amministrativo del comitato palestinese tecnocratico e risorse per la ricostruzione. Nelle ore di Davos, media egiziani e internazionali sottolineano l’orientamento positivo ma anche la necessità di tempi e condizioni: l’Egitto non può permettersi passi falsi su un dossier che tocca la propria sicurezza nazionale.

Gli Stati Uniti, tra ambizione e realpolitik

Per la Casa Bianca, il Board di Davos è un successo di immagine e un primo mattone operativo verso la ricostruzione. A fare da contraltare, però, è la percezione — diffusa tra alleati europei e osservatori — di un organismo che nasce con ambizioni globali e con una leadership personale di Trump poco compatibile con l’universalismo Onu. Lo dimostrano due fatti politici nelle stesse ore: l’assenza europea, salvo Ungheria e Bulgaria, e l’irritazione di Israele sulla composizione dell’executive per Gaza.

A complicare il quadro si aggiunge il caso Mark Carney: il presidente americano ritira l’invito al primo ministro canadese dopo un duro scambio di messaggi e un discorso di Davos giudicato sferzante verso l’ordine internazionale. L’episodio, per quanto collaterale, segnala quanto il Board sia anche una piattaforma politica su cui si misureranno alleati e competitori di Washington.

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