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23 Gennaio 2026 - 18:58
Moreno e Manolo Maugeri della Lega
Il Consiglio comunale aveva deciso. All’unanimità. Era novembre 2023 quando l’aula approvava un Ordine del Giorno chiaro, preciso, senza ambiguità: avviare un Protocollo di Intesa tra il Comune di Settimo Torinese e l’Associazione Unione degli Istriani, per promuovere iniziative di approfondimento storico sulle vicende del Confine orientale, delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, in occasione del Giorno del Ricordo.
Una decisione condivisa da tutte le forze politiche, rafforzata da un emendamento congiunto che attribuiva un compito ben definito: sarebbe dovuto essere il Presidente del Consiglio comunale a convocare una Conferenza dei Capigruppo, incaricata di redigere una proposta di Protocollo da sottoporre al Sindaco. Un percorso istituzionale lineare, trasparente, votato e messo nero su bianco.
Peccato che, a distanza di oltre due anni, di quel percorso non si veda traccia.
È questo il cuore dell’interpellanza depositata il 22 gennaio 2026 dai gruppi consiliari di opposizione, che mettono nero su bianco una situazione difficile da spiegare: la Conferenza dei Capigruppo non è mai stata convocata, l’Ordine del Giorno non è mai stato né modificato né revocato, e dunque risulta formalmente ancora vigente, ma di fatto ignorato.
Nel frattempo, rilevano Lega e Fratelli d’Italia, le iniziative comunali legate al Giorno del Ricordo sono andate avanti lo stesso, ma attraverso interlocuzioni con altre associazioni, senza dare seguito all’indirizzo politico espresso dal Consiglio comunale. Una scelta che, secondo i firmatari dell’interpellanza, rappresenta uno scostamento evidente dalla volontà dell’aula e solleva interrogativi sul rispetto degli atti consiliari.
L’interpellanza, firmata da Manolo e Moreno Maugeri per la Lega, Enzo Maiolino, Francesco D'Ambrosio e Carlo Zigiotto dei Fratelli d'italia richiama anche un punto istituzionale tutt’altro che secondario: la convocazione della Conferenza dei Capigruppo rientra nelle funzioni proprie del Presidente del Consiglio comunale, come stabilito dallo Statuto e dal Regolamento. L’Ordine del Giorno, inoltre, non attribuiva alcun obbligo ai singoli consiglieri o ai capigruppo, ma indicava un impegno diretto e specifico in capo alla Presidenza del Consiglio.
Da qui le tre domande secche rivolte al Presidente del Consiglio comunale e al Sindaco: qual è lo stato di attuazione dell’Ordine del Giorno approvato nel novembre 2023? Perché, fino ad oggi, non è stata convocata la Conferenza dei Capigruppo prevista dall’atto? E soprattutto: si intende finalmente dare seguito a quell’impegno, oppure l’Amministrazione ha deciso di proporne formalmente la modifica o la revoca al Consiglio comunale?
Domande politiche, ma prima ancora istituzionali. Perché qui non si discute solo di memoria storica e Giorno del Ricordo, ma di un principio fondamentale della vita democratica: gli atti approvati dal Consiglio comunale si applicano, non si archiviano nel silenzio. Insomma.

Le mozioni e gli ordini del giorno sono creature gentili. Non mordono, non urlano, non fanno cadere i governi. Nascono con le migliori intenzioni e muoiono con una certa dignità, spesso senza che nessuno se ne accorga. Vengono votati, applauditi, dichiarati “importanti” e poi, con discrezione, riposti in un cassetto.
Dentro ci sono atti approvati all’unanimità, impegni solenni, promesse trasversali, frasi come “il Consiglio impegna il Sindaco” o “si dà mandato alla Presidenza”. Frasi bellissime, che però hanno un difetto strutturale: non camminano da sole.
Il Consiglio comunale vota. Tutti alzano la mano. Maggioranza e opposizione si scoprono improvvisamente concordi, uniti, quasi commossi. Poi arriva il momento più delicato della vita democratica: quello in cui qualcuno dovrebbe fare qualcosa. Ed è lì che la magia svanisce. Perché l’atto è approvato, sì, ma nessuno ha fretta di applicarlo. E soprattutto nessuno paga dazio se non lo fa.
Così le mozioni e gli ordini del giorno diventano esercizi di stile o arredamento istituzionale. Servono a dimostrare che il Consiglio lavora, che discute, che si esprime. Non servono, però, a cambiare la realtà. E non perché siano inutili in sé, ma perché vengono trattati come se lo fossero.
La cosa più affascinante è il linguaggio. Gli atti non vengono mai “ignorati”. Vengono “rinviati”, “approfonditi”, “assorbiti in un percorso più ampio”. A volte vengono semplicemente dimenticati, che è la forma più elegante di disobbedienza amministrativa. Nessuna polemica, nessuna revoca, nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzio. Che è molto più efficace.
Eppure un ordine del giorno approvato non è un post-it, né un promemoria emotivo. È un atto politico. Rappresenta una volontà espressa. Ma in molti Comuni italiani – piccoli, medi, grandi, virtuosi o presunti tali – vige una regola non scritta: conta ciò che fai, non ciò che voti. E siccome votare è facile e fare è complicato, il sistema trova un suo equilibrio.
L’opposizione protesta, la maggioranza minimizza, la Presidenza prende nota. Poi si va avanti. Fino alla prossima mozione. Che verrà discussa, votata, magari approvata. E infine accompagnata, con affetto, verso il cassetto.
Non è un problema di destra o di sinistra. È un problema di credibilità delle istituzioni. Perché quando un Consiglio vota e l’Amministrazione non attua, il messaggio è semplice: la politica parla, ma l’amministrazione decide. O peggio: non decide affatto.
Insomma. Le mozioni non servono a nulla solo quando nessuno pretende che servano a qualcosa. E gli ordini del giorno lasciati in un cassetto non sono dimenticanze. Sono scelte. Educate, silenziose, molto italiane.
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