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Trump confonde Islanda e Groenlandia a Davos: errore o segnale di una strategia sull’Artico?

Il lapsus del presidente degli Stati Uniti davanti al World Economic Forum non è solo una gaffe: riapre lo scontro con Danimarca e NATO sulla Groenlandia, tra smentite ufficiali, interessi militari e controllo dell’Artico

Trump confonde Islanda e Groenlandia a Davos: errore o segnale di una strategia sull’Artico?

Trump confonde Islanda e Groenlandia a Davos: errore o segnale di una strategia sull’Artico?

Un video, una smentita ufficiale e una questione geopolitica che, a dispetto delle apparenze, non riguarda solo la geografia. Il 21 gennaio 2026, durante l’intervento più atteso del World Economic Forum (Forum Economico Mondiale) di Davos, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha pronunciato più volte la parola Islanda mentre stava parlando, senza ombra di dubbio, della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca. Le immagini hanno iniziato a circolare quasi in tempo reale, facendo il giro del mondo prima ancora che qualcuno riuscisse a capire se si trattasse di una metafora, di una provocazione o di una semplice confusione tra due isole separate da qualche migliaio di chilometri.

La frase è rimasta impressa, anche perché ripetuta con una certa insistenza: «La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) non è lì per noi sull’Islanda… Il nostro mercato ha avuto il primo calo a causa dell’Islanda». Una dichiarazione che ha lasciato perplessa la platea internazionale, composta da capi di Stato, banchieri e manager globali, improvvisamente costretti a chiedersi quando l’Islanda avesse iniziato a influenzare la sicurezza artica e i mercati finanziari statunitensi.

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La Casa Bianca ha reagito con la rapidità tipica delle giornate complicate, negando qualsiasi confusione geografica. La portavoce Karoline Leavitt ha spiegato che il presidente si riferiva alla Groenlandia, definita negli appunti come “a piece of ice”, un pezzo di ghiaccio di importanza strategica globale. Secondo la versione ufficiale, sarebbero stati i media a creare l’equivoco. Un dettaglio curioso, considerando che i filmati e le trascrizioni diffuse in diretta dai principali network internazionali mostrano Trump utilizzare il nome Islanda più volte, attribuendole responsabilità economiche e militari che riguardano esclusivamente la questione groenlandese.

Al netto dell’incidente linguistico, la linea politica è rimasta sorprendentemente coerente. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti non intendono usare la forza per ottenere la Groenlandia, precisazione che, di per sé, ha contribuito a mantenere alta l’attenzione. Subito dopo ha chiarito che l’interesse americano resta centrale, definendo il territorio «freddo, in una posizione sfavorevole, ma cruciale per la pace e la protezione del mondo». Il riferimento diretto al progetto di scudo antimissile Golden Dome e alla necessità di un controllo pieno per garantire la difesa ha completato il quadro. In un altro passaggio, il presidente ha spiegato che «per difendere la Groenlandia serve la proprietà», una frase che ha avuto l’effetto di riaprire una questione che a Copenaghen non è mai stata davvero chiusa.

La Groenlandia non è soltanto un punto bianco sulle mappe. Ospita infrastrutture strategiche come la base di Pituffik, nota in passato come Thule Air Base, ed è posizionata lungo rotte polari sempre più rilevanti con lo scioglimento dei ghiacci. Il suo sottosuolo contiene risorse minerarie considerate essenziali per le future catene di approvvigionamento. È su questo insieme di elementi che si fonda l’interesse americano, già emerso nel 2019 con una proposta di acquisto che la premier danese Mette Frederiksen liquidò come «assurda», decisione che portò alla cancellazione di una visita ufficiale del presidente a Copenaghen.

Anche questa volta la linea danese non ha subito variazioni. Frederiksen ha ribadito che la sovranità non è negoziabile e che la Groenlandia «non è in vendita». Le autorità groenlandesi hanno ricordato che qualsiasi decisione sul futuro dell’isola deve coinvolgere direttamente la popolazione locale, sottolineando che non si tratta di una distesa disabitata, ma di una comunità con una cultura, un’autonomia riconosciuta e un percorso politico definito. La definizione di “pezzo di ghiaccio” è stata giudicata riduttiva e, soprattutto, poco aderente alla realtà.

Nel corso della stessa giornata, Trump ha parlato di un presunto “framework” discusso con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, che garantirebbe agli Stati Uniti un accesso più ampio alla Groenlandia. Da Bruxelles, però, non sono arrivate conferme su negoziati relativi alla sovranità del territorio. Una deputata groenlandese ha fatto notare che la NATO non ha alcun mandato per trattare lo status politico dell’isola, lasciando intendere che l’annuncio somigli più a una dichiarazione d’intenti che a un accordo vero e proprio.

Sul piano diplomatico, il presidente ha escluso esplicitamente l’uso della forza, precisazione accolta con sollievo dalla Danimarca e dall’Unione Europea. Nello stesso contesto, sono stati accantonati, almeno per il momento, i dazi annunciati verso otto Paesi europei coinvolti indirettamente nel confronto sull’Artico. Anche qui, la lettura prevalente è quella di una pausa tattica, utile a guadagnare tempo più che a cambiare direzione.

Resta centrale la questione comunicativa. Le trascrizioni pubblicate dal World Economic Forum e i resoconti indipendenti confermano che Trump ha confuso Islanda e Groenlandia nello stesso segmento di discorso, attribuendo alla prima conseguenze economiche e militari che riguardano solo la seconda. La smentita della Casa Bianca non ha cancellato l’evidenza dei video e ha finito per rafforzare le critiche sulla gestione del dossier. In un contesto come Davos, dove ogni parola viene pesata, l’imprecisione ha avuto un costo in termini di credibilità internazionale.

Le reazioni europee hanno oscillato tra irritazione e pragmatismo. Le principali capitali hanno ribadito che la sovranità non è oggetto di scambio, ma hanno anche mostrato disponibilità a rafforzare il coordinamento sulla sicurezza artica, sulle infrastrutture critiche e sulle catene di fornitura. Una linea già adottata nel 2019, ma oggi inserita in uno scenario più complesso, con Russia e Cina sempre più presenti nell’Artico.

Nel suo intervento, Trump ha intrecciato il dossier groenlandese con temi di politica interna, annunciando l’intenzione di nominare a breve un nuovo presidente della Federal Reserve, e insistendo su una visione transazionale della NATO, secondo cui gli alleati europei dovrebbero restituire quanto ricevuto in decenni di protezione americana. Il riferimento a un presunto calo di Borsa “a causa dell’Islanda” non trova riscontri nelle analisi indipendenti, che collegano le oscillazioni di quei giorni soprattutto alle minacce tariffarie rivolte all’Unione Europea.

Nel mezzo di questa vicenda, l’Islanda, membro della NATO ma senza alcuna competenza sulla Groenlandia, si è ritrovata citata come se fosse parte in causa. Un cortocircuito che non è stato solo semantico: evocare il Paese sbagliato durante un attacco pubblico agli alleati rischia di generare incomprensioni in una regione dove anche le parole vengono lette come segnali politici.

La confusione tra Islanda e Groenlandia resterà probabilmente come l’episodio simbolico di Davos 2026. Ma il messaggio che ne è emerso è chiaro. Per Washington, la Groenlandia è un asset strategico. Per Copenaghen e Nuuk, è un territorio con una popolazione e un’autonomia da rispettare. Per la NATO, è una soglia geografica decisiva per la deterrenza nell’Artico. In questo contesto, la precisione delle parole non è un dettaglio secondario, ma parte integrante della politica internazionale.

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