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Maxi aula, dalle promesse al nulla: Ivrea resta a piedi

Dopo gli annunci trionfali di novembre, i collegamenti dal Giappone e lo spumante stappato, il Ministero della Giustizia chiude la porta: niente fondi, niente struttura. I grandi processi del 2026 emigrano a Torino e il Tribunale di Ivrea paga il conto del silenzio politico

Maxi aula, dalle promesse al nulla: Ivrea resta a piedi

Il governatore Alberto Cirio

No, non ci sta il governatore della Regione Piemonte Alberto Cirio a passare per quello che ha fatto solo parole per la maxi aula del Tribunale di Ivrea.

Al palazzo di vetro dicono che dopo aver ricevuto la notizia abbia fatto un salto su sé stesso.
«Io ho fatto tutto quello che si doveva fare – si sarebbe messo  a dire – abbiamo stanziato 500 mila euro, sono lì, a bilancio... Cosa potevo fare di più?".

Il problema infatti non è lui. Fine del sogno. E fine dell’euforia.

Perché a novembre sembrava davvero fatta. Ivrea, finalmente, avrebbe avuto la sua maxi aula per i grandi processi. Quelli veri, quelli pesanti, quelli che segnano una comunità.

Il sindaco di Ivrea Matteo Chiantore lo raccontava ovunque, con entusiasmo contagioso. Il governatore Cirio si collegava addirittura dal Giappone, come nelle grandi occasioni. Bottiglie di spumante – quello buono – baci, abbracci, pacche sulle spalle. L’atmosfera era quella delle svolte storiche. Traduzione: si fa. E invece? 

Il sindaco Matteo Chiantore

Il sindaco con le funzionarie del Ministero e la procuratrice capo Gabriella Viglione

Come l’uomo del Monte, il Ministero della Giustizia ha detto semplicemente “no”. Secco. Nessuna poesia. Fine della storia.
La maxi aula a Ivrea non si farà. Almeno non ora. E probabilmente non nei termini annunciati.

Dentro il Tribunale di Ivrea la notizia non è più un retroscena: la conoscono anche i muri. Magistrati, cancellieri, avvocati sanno che il Ministero non metterà i fondi necessari per realizzare l’aula promessa e sbandierata in pompa magna.
I grandi processi attesi per il 2026 – dalla strage di Brandizzo al filone Echidna, fino ai procedimenti su Asl To4 e carcere di Ivrea – finiranno con ogni probabilità nell’aula bunker delle Vallette, a Torino.

Con una conseguenza tutt’altro che marginale: il personale di Ivrea, dai pubblici ministeri ai cancellieri, dovrà spostarsi per ogni singola udienza. Un pendolarismo giudiziario forzato, costoso, inefficiente. Una soluzione che ha il sapore amaro della resa.

Eppure in quei giorni la narrazione era diametralmente opposta.

Durante la Conferenza permanente del Tribunale di Ivrea, riunita in seduta allargata, Cirio aveva annunciato ufficialmente che la Regione Piemonte era pronta a finanziare la costruzione della maxi aula. Un annuncio formale, fatto davanti a tutti: la procuratrice capo Gabriella Viglione, la presidente del Tribunale Antonia Mussa, la presidente del Coa Patrizia Lepore, il Comune di Ivrea, la Città Metropolitana e persino il Ministero, rappresentato da due funzionari.

Due le ipotesi sul tavolo: una tensostruttura tecnologica nei parcheggi comunali adiacenti al palazzo di giustizia, sul modello Genova–Ponte Morandi, oppure il recupero di un grande spazio in un immobile contiguo al Tribunale, preferibilmente comunale.
Non un “tendone”, era stato chiarito più volte. Ma una struttura moderna, sicura, attrezzata, in grado di sostenere processi complessi con decine di imputati, parti civili, avvocati, stampa, traduzioni, sistemi audio-video e gestione dei flussi di pubblico.

I numeri, del resto, non lasciavano spazio a interpretazioni: 80 terabyte di atti solo per il procedimento Brandizzo, mesi di lavoro tecnico, scadenze processuali già alle porte. L’udienza preliminare ipotizzata tra febbraio e marzo. Il tempo stringeva, ma la macchina sembrava essersi finalmente messa in moto.

Anche il sopralluogo successivo – con tecnici del Ministero, ufficio tecnico comunale, magistratura e avvocatura – aveva confermato che “tutti remavano nella stessa direzione”. Si parlava del Meeting Point di piazza Piero Mascagni, di archivi da riorganizzare, di un prefabbricato progettato per durare nel tempo.
Entro fine anno, assicurava Chiantore, ci sarebbe stato almeno un progetto. Un obiettivo ambizioso per un ufficio tecnico già al limite, ma condiviso in un clima da corsa contro il tempo.

Poi, improvvisamente, il silenzio.

E oggi la realtà che emerge è molto meno brillante delle conferenze stampa di novembre. Il Ministero ha chiuso la porta. I fondi non arriveranno. La competenza sugli edifici giudiziari resta statale e, senza l’autorizzazione di via Arenula, la disponibilità regionale si è schiantata contro un muro burocratico.
Il risultato è semplice: Ivrea resta senza maxi aula e i processi più importanti emigrano a Torino.

Colpisce – e non poco – il silenzio totale dell’Amministrazione comunale. Nessuna presa di posizione pubblica. Nessuna spiegazione. Nessuna parola su una promessa evaporata nel giro di pochi mesi.
Eppure, a novembre, la maxi aula non veniva presentata come un’ipotesi, ma come una strada già imboccata.

«La decisione non è più se farla, ma dove e come farla», si diceva.

Oggi scopriamo che la decisione, in realtà, l’ha presa qualcun altro. E non nella direzione annunciata.

Insomma, dalle bottiglie stappate al bicchiere mezzo vuoto il passo è stato brevissimo. Ivrea, secondo Tribunale del Piemonte per popolazione servita, resta ancora una volta a guardare mentre i grandi processi prendono la strada di Torino.

Con buona pace delle promesse, dei collegamenti dal Giappone e delle foto di rito.

E con una domanda che resta sospesa, pesante, inevitabile: quando Chiantore troverà il coraggio politico di affidare a un comunicato stampa tutte le sue critiche e dire, senza giri di parole, che Ivrea è stata sfanculata?

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