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Cronaca

Andrea Cricca muore a 25 anni travolto da un macchinario in una stalla

L'infortunio sul lavoro nella serata di mercoledì 21 gennaio. Indagano Procura di Ivrea e Spresal dell'Asl To4

Andrea Cricca muore a 25 anni travolto da un macchinario in una stalla

Andrea Cricca muore a 25 anni travolto da un macchinario in una stalla

Dramma sul lavoro ieri sera, mercoledì 21 gennaio, nel Chivassese. Andrea Cricca, 25 anni, è morto mentre stava svolgendo alcune attività all’interno di una stalla a Brusasco, in borgo Case Sparse, civico 30. È la seconda vittima sul lavoro del 2026 nel Torinese, un dato che pesa e che riporta l’agricoltura al centro di una cronaca che non smette di ripetersi.

Secondo una prima ricostruzione, il giovane, classe 2001, residente a Monteu da Po, stava effettuando piccole operazioni di routine quando sarebbe caduto all’interno di un macchinario per lo sminuzzamento del fieno, un carro autocaricante. Un attimo, forse una manovra sbagliata o un equilibrio perso, e il macchinario non gli ha lasciato scampo. L’impatto è stato fatale: Andrea Cricca è morto sul colpo.

L’allarme è scattato poco prima delle 20. Sul posto sono arrivati i sanitari del 118 e i carabinieri di Cavagnolo agli ordini del maresciallo Alessio Guzzon, ma ogni tentativo di soccorso si è rivelato inutile. La stalla fa parte dell’azienda agricola “Il Clastlas”, realtà attiva nell’allevamento di bovini e altre specie, dove il 25enne lavorava come dipendente. Una giornata di lavoro come tante, conclusa nel modo più violento.

Ora l’area è al centro degli accertamenti. Procede l’indagine dello Spresal dell’Asl To4, incaricato di verificare la dinamica dell’incidente e il rispetto delle misure di sicurezza. I tecnici dovranno chiarire se il macchinario fosse correttamente manutenuto, se le procedure operative fossero adeguate e se vi siano state carenze nella prevenzione. L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Ivrea, come previsto nei casi di infortunio mortale sul lavoro.

La morte di Cricca arriva a pochi giorni da un’altra tragedia che ha colpito il mondo agricolo e forestale del Canavese.

Danilo Bergagna, 35 anni, boscaiolo e titolare di una piccola azienda di Barbania, è deceduto dopo essere stato colpito alla testa da un ramo mentre stava tagliando alcuni alberi a San Francesco al Campo. Ricoverato al Cto di Torino, non ce l’ha fatta. Due vite spezzate, due contesti diversi, lo stesso denominatore comune: il lavoro manuale, esposto, spesso solitario.

Danilo Bergagna

Dopo la morte di Bergagna, la comunità di Barbania ha reagito cercando di trasformare il dolore in aiuto concreto. È stata avviata una raccolta fondi online su GoFundMe per sostenere la moglie e i due figli piccoli, rimasti senza il principale sostegno economico. L’iniziativa nasce da un appello diffuso sui social da chi lo conosceva personalmente, un messaggio semplice e diretto che racconta una vita fatta di lavoro continuo, tra boschi e animali, lontana dai riflettori. In poche ore la mobilitazione ha raccolto adesioni e condivisioni, segno di una comunità che prova a non lasciare soli i familiari.

Le due vicende, lette insieme, restituiscono una fotografia dura ma reale. Agricoltura e lavori forestali restano tra i settori con il più alto tasso di rischio, soprattutto per l’uso di macchinari pesanti, la gestione di attrezzature complesse e la frequente assenza di condizioni operative protette. Ogni inchiesta aperta dallo Spresal non è solo un passaggio tecnico, ma un banco di prova per l’intera catena della prevenzione: formazione, manutenzione, organizzazione del lavoro, vigilanza quotidiana.

Nel Torinese, come nel resto del Paese, il numero degli infortuni mortali continua a segnare la cronaca. Cambiano i nomi, i luoghi, le dinamiche, ma il finale è sempre lo stesso. La sicurezza sul lavoro resta una promessa incompiuta, soprattutto nei settori meno visibili e più frammentati. La morte di Andrea Cricca e quella di Danilo Bergagna non sono episodi isolati: sono l’ennesimo richiamo alla necessità di trasformare ogni tragedia in prevenzione concreta. Perché lavorare, nei campi come nei boschi, non può e non deve significare rischiare la vita.

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