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22 Gennaio 2026 - 08:51
Marocco nel Consiglio di pace di Trump: perché Mohammed VI scommette su Gaza, rischiando soldi, consenso interno e rottura con l’ONU
Il Marocco ha accettato di entrare come membro fondatore nel nuovo Consiglio di pace promosso dal presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. La decisione, annunciata a gennaio 2026, ha collocato il Paese nordafricano al centro di una costruzione diplomatica ancora incerta nei contorni, con costi potenzialmente rilevanti e un mandato che rischia di sovrapporsi a quello delle Nazioni Unite (ONU). Sullo sfondo resta la possibile partecipazione marocchina a una forza internazionale di stabilizzazione nella Striscia di Gaza e il delicato equilibrio interno di Rabat.
Nei giorni che hanno preceduto il Forum economico mondiale di Davos del gennaio 2026, ambienti diplomatici e finanziari hanno iniziato a far circolare una cifra ricorrente: 1 miliardo di dollari. Secondo indiscrezioni non smentite, sarebbe il contributo richiesto per garantire un’adesione pluriennale al nuovo Consiglio. È in questo contesto che il re Mohammed VI è diventato il primo capo di Stato africano e arabo ad accettare formalmente l’invito di Donald Trump, assumendo il ruolo di membro fondatore di un organismo nato attorno al dossier Gaza ma con ambizioni dichiarate ben più ampie. Una scelta che si inserisce nella tradizione diplomatica marocchina, ma che comporta anche rischi politici evidenti.

Il ministero degli Affari esteri del Marocco ha comunicato il 19 gennaio 2026 che Mohammed VI ha accolto favorevolmente l’invito del presidente statunitense, impegnandosi a ratificare la carta costitutiva del Consiglio di pace. La nota, diffusa dall’agenzia ufficiale MAP (Maghreb Arabe Presse), ha indicato come obiettivo il contributo agli sforzi di pace in Medio Oriente e l’adozione di un nuovo approccio alla risoluzione dei conflitti globali. Secondo ricostruzioni giornalistiche, altri Paesi avrebbero già dato un assenso informale, tra cui Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti (EAU), Ungheria e Kazakistan, mentre diverse capitali europee hanno espresso riserve o contrarietà. Il quadro resta fluido e il cantiere istituzionale aperto.
La nascita del Consiglio di pace è legata al Piano globale per porre fine al conflitto di Gaza, articolato in 20 punti e promosso dalla Casa Bianca, poi richiamato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 novembre 2025. La risoluzione ha autorizzato, in via temporanea, la creazione di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF – International Stabilization Force) a Gaza e ha accolto la nascita del Board of Peace come struttura transitoria di governance nella fase post-bellica. Nelle settimane successive, però, il perimetro del nuovo organismo si è ampliato. Bozze di statuto e dichiarazioni politiche hanno suggerito un mandato esteso alla mediazione di altri conflitti, con un assetto fortemente concentrato nella figura del presidente statunitense, dotato di poteri di nomina, rimozione e veto. Questo ha alimentato il timore, in più di una capitale, di una possibile competizione con l’ONU.
A rafforzare questi sospetti è intervenuta la decisione dell’amministrazione statunitense, all’inizio di gennaio 2026, di uscire o sospendere i finanziamenti a 66 organizzazioni internazionali, incluse 31 entità del sistema ONU. Una scelta che ha fatto apparire il Consiglio di pace come una cornice alternativa, costruita e controllata da Washington.
Nonostante l’ampliamento delle ambizioni, Gaza resta il banco di prova principale. Il 16 gennaio 2026 la Casa Bianca ha annunciato la creazione del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG – National Committee for the Administration of Gaza), un organismo tecnocratico palestinese incaricato di ricostruire i servizi essenziali sotto la supervisione di un Alto rappresentante per Gaza, l’ex inviato ONU Nickolay Mladenov, e di un Gaza Executive Board che include figure come Tony Blair, Jared Kushner, Reem Al-Hashimy e Sigrid Kaag. La componente militare della ISF è stata affidata al generale Jasper Jeffers. È in questo contesto che si colloca l’eventuale contributo marocchino.
Secondo media statunitensi, Marocco e Indonesia figurano tra i potenziali principali contributori di truppe nella seconda fase del piano, dedicata a demilitarizzazione, ricostruzione e governi tecnici. Tuttavia il capo del governo marocchino, Aziz Akhannouch, non ha confermato ufficialmente alcun dispiegamento militare, e il comunicato reale non menziona l’invio di truppe. La linea adottata finora è stata prudente.
La scelta di Rabat si inserisce in una traiettoria avviata nel 2020, quando il Marocco ha ripreso relazioni ufficiali con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo, ottenendo in cambio il riconoscimento statunitense della propria posizione sul Sahara Occidentale. Partecipare come membro fondatore a un organismo che incide sul futuro di Gaza consente al Marocco di restare nei luoghi dove si ridisegnano gli equilibri regionali, tutelando al tempo stesso i propri dossier strategici. Inoltre, essere il primo Paese africano e arabo ad aderire rafforza il profilo internazionale di Mohammed VI come interlocutore capace di muoversi tra Africa, mondo arabo e Occidente.
Restano però diverse zone d’ombra. La principale riguarda il mandato effettivo del Consiglio di pace. Mentre la Risoluzione 2803 lo collega esplicitamente alla fase transitoria di Gaza, documenti informali lo proiettano verso una dimensione globale. Molte diplomazie europee e ambienti ONU hanno segnalato il rischio di un organismo parallelo, privo delle garanzie di trasparenza e responsabilità proprie del sistema delle Nazioni Unite. A questo si aggiunge l’incertezza sui costi. L’ipotesi di un contributo fino a 1 miliardo di dollari per un’adesione pluriennale non è stata confermata ufficialmente, ma resta politicamente sensibile in un Paese dove l’opinione pubblica segue con attenzione l’uso delle risorse statali.
Sul piano interno, la decisione del re è maturata in un contesto segnato da un forte sostegno popolare alla causa palestinese. Nel 2025 si sono svolte manifestazioni di massa a Rabat contro la guerra a Gaza e contro la normalizzazione con Israele. Sondaggi citati dalla stampa internazionale indicano un consenso limitato per gli Accordi di Abramo e una larga simpatia per i palestinesi. In vista delle elezioni legislative del 2026, il governo guidato da Aziz Akhannouch dovrà gestire con attenzione la comunicazione politica, evitando che l’adesione al Consiglio venga percepita come un allineamento acritico agli Stati Uniti.
La seconda fase del piano americano su Gaza prevede la demilitarizzazione di Hamas, il ritiro graduale delle Forze di difesa israeliane (IDF – Israel Defense Forces), una governance tecnocratica e l’avvio della ricostruzione. La ISF dovrebbe garantire sicurezza di base e corridoi umanitari. Secondo fonti statunitensi, esisterebbero segnali informali di disponibilità alla demilitarizzazione da parte di Hamas, ma permangono forti dubbi sia a Gerusalemme sia all’interno della stessa dirigenza islamista. È un processo fragile, esposto a continui rischi di stallo.
Per il Marocco, l’ingresso nel Consiglio di pace offre visibilità e possibilità di incidere sulle scelte relative alla ricostruzione e agli standard di sicurezza, oltre a potenziali ritorni economici nei settori della logistica, dei servizi e della formazione amministrativa. Al tempo stesso comporta il rischio di un’eccessiva esposizione, soprattutto se il mandato dell’organismo dovesse estendersi a conflitti lontani dall’interesse diretto marocchino, dal Sahel all’Europa orientale. Anche il rischio reputazionale interno resta concreto, in assenza di chiarezza su costi, limiti e tutela dei civili a Gaza.
Molto dipenderà dai prossimi passaggi. La versione definitiva della carta costitutiva chiarirà poteri, finanziamenti e rapporti con l’ONU. La composizione dei Paesi membri e dei contributori alla ISF dirà se l’equilibrio regionale sarà sostenibile. La posizione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e il grado di legittimazione locale della governance transitoria saranno decisivi. Infine, il comportamento dell’Unione Europea, divisa tra rifiuti espliciti e attendismo, influenzerà la credibilità complessiva del progetto.
L’adesione di Mohammed VI al Consiglio di pace appare coerente con una diplomazia orientata a rafforzare il peso internazionale del Marocco. Ma arriva in una fase in cui l’organismo promosso da Donald Trump deve ancora definire la propria identità. Finché resteranno ambiguità su mandato, governance e trasparenza, il rischio è che il Consiglio venga percepito più come strumento politico che come reale meccanismo multilaterale. Per Rabat, la linea più solida resta quella di una partecipazione vigile, ancorata al diritto internazionale, alle priorità umanitarie e a limiti chiari su costi e impegni. Solo così la scelta potrà tradursi in influenza concreta e non in un azzardo difficile da gestire.
Fonti utilizzate:
Ministero degli Affari esteri del Marocco, MAP (Maghreb Arabe Presse), Casa Bianca, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Nazioni Unite, Forum economico mondiale, Washington Post, Reuters, Associated Press, Al Jazeera, Financial Times.
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