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22 Gennaio 2026 - 06:25
Macron sfida Trump a Davos: dazi al 200%, messaggi privati pubblici e l’Europa pronta a colpire con l’arma anti-coercizione
Emmanuel Macron ha scelto Davos per alzare il tono dello scontro con Donald Trump e per spostare il confronto dal piano personale a quello delle regole. Lo ha fatto dopo che il presidente degli Stati Uniti aveva reso pubblico un messaggio privato del capo dell’Eliseo e aveva minacciato dazi fino al 200% su vino e champagne francesi. Al World Economic Forum (Forum economico mondiale) il presidente francese ha parlato senza giri di parole, rivendicando il primato del rispetto e dello Stato di diritto rispetto alla forza e alla pressione economica. Il messaggio è stato chiaro: la crisi non riguarda solo Parigi e Washington, ma chiama in causa l’Unione europea e la sua capacità di difendere la propria sovranità commerciale.
La sequenza degli eventi si è accelerata il 20 gennaio 2026, quando Trump, sul suo social Truth Social, ha pubblicato lo screenshot di un messaggio attribuito a Macron. Nel testo, il presidente francese proponeva un G7 (Gruppo dei Sette) rapido a Parigi, con riferimenti a Ucraina, Danimarca, Siria e Russia, e manifestava perplessità sulla posizione americana riguardo alla Groenlandia. L’Eliseo ha confermato l’autenticità del messaggio, sottolineando che la linea francese sulla sovranità e sull’integrità territoriale è rimasta coerente nel tempo. Quasi in parallelo, Trump ha evocato pubblicamente dazi punitivi fino al 200% contro vino e champagne francesi, accompagnando l’annuncio con attacchi personali. In poche ore, uno scambio riservato è diventato un caso politico globale.

A Davos, il giorno successivo, Macron ha scelto di non rispondere sullo stesso terreno. Ha spostato il confronto su un piano più ampio, parlando di regole condivise, di autonomia strategica europea e del rischio di un ritorno alla legge del più forte. Il riferimento alla Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca e area strategica nell’Artico, è stato centrale. L’idea, più volte evocata da Trump, di una possibile acquisizione per motivi di sicurezza nazionale ha allarmato Copenaghen, Bruxelles e numerose capitali europee, che hanno ribadito l’inviolabilità dei confini e il principio di sovranità.
Nel suo intervento, Macron ha adottato un registro insolitamente diretto per un contesto come il World Economic Forum. Ha detto che l’Europa non accetterà passivamente pressioni o intimidazioni e ha ricordato che l’Unione europea dispone di strumenti concreti per reagire. Il passaggio più rilevante è stato proprio questo: la trasformazione di una polemica politica in una questione operativa, con il richiamo esplicito a meccanismi commerciali di difesa.
Il riferimento è allo Strumento anti-coercizione (Anti-Coercion Instrument, ACI), varato dall’Unione europea nel 2023 ed entrato in vigore alla fine dello stesso anno. Si tratta di una cornice giuridica pensata per rispondere a pressioni economiche esercitate da Paesi terzi a fini politici. Lo strumento prevede, in primo luogo, il riconoscimento formale di un atto di coercizione e il tentativo di risolvere la controversia attraverso il dialogo. Solo in ultima istanza consente l’adozione di contromisure proporzionate e temporanee, che possono riguardare commercio, investimenti, appalti pubblici, proprietà intellettuale e accesso al mercato. È stato progettato come deterrente e come risposta graduata, per evitare escalation incontrollate e limitare i danni all’economia europea.
Evo carlo nei confronti degli Stati Uniti, lo ACI assume un peso politico rilevante. Significa riconoscere che pratiche coercitive possono arrivare anche da un alleato storico e non solo da attori come Cina o Russia. È questo uno dei punti più delicati del discorso di Macron a Davos, dove ha definito sconvolgente l’idea di dover prendere in considerazione contromisure europee contro Washington, ma ha anche lasciato intendere che l’Europa non può permettersi di restare senza difese se la minaccia di dazi diventa uno strumento abituale di pressione.
Nel frattempo, il fronte europeo ha mostrato segnali di compattezza. Il Parlamento europeo ha annunciato la sospensione della ratifica del nuovo accordo commerciale Unione europea–Stati Uniti, firmato nell’estate 2025. L’intesa prevedeva zero dazi in ingresso per molti beni statunitensi sul mercato europeo e una tariffazione al 15% su diverse esportazioni europee verso gli USA, in attesa di una convergenza progressiva. Senza la ratifica di Strasburgo, l’accordo resta bloccato. Bernd Lange, presidente della commissione INTA (Commercio internazionale), ha motivato la scelta con l’uso dei dazi come strumento di coercizione e con le implicazioni per la sovranità di uno Stato membro. Anche Manfred Weber, leader del PPE (Partito Popolare Europeo), ha parlato di una pausa inevitabile.
La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha ribadito che un accordo firmato va rispettato, ma ha intensificato i contatti per definire una risposta comune e proporzionata. Secondo diverse ricostruzioni, sul tavolo restano sia un pacchetto di contromisure mirate sia l’eventuale attivazione della procedura prevista dallo Strumento anti-coercizione.
Il quadro si è complicato ulteriormente durante i giorni di Davos, quando Trump ha dichiarato di aver raggiunto con Mark Rutte, segretario generale della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), un “framework” preliminare sull’Artico, legato alla sicurezza e al coordinamento tra alleati. Nello stesso intervento ha annunciato la cancellazione dei dazi aggiuntivi precedentemente minacciati contro gli alleati europei. Resta da capire se si tratti di una vera de-escalation o di una pausa tattica in un confronto ancora aperto.
Per Copenaghen e per Nuuk, capitale della Groenlandia, la questione centrale resta il riconoscimento della sovranità danese e il coinvolgimento diretto delle istituzioni groenlandesi in qualsiasi architettura di sicurezza artica. In Europa si è consolidata una posizione condivisa: la Groenlandia appartiene ai suoi cittadini e alle istituzioni che li rappresentano, e non può essere oggetto di trattativa unilaterale.
La minaccia di dazi al 200% su vino e champagne ha avuto un forte valore simbolico, ma anche conseguenze potenzialmente concrete. Una tariffa di questa entità renderebbe di fatto proibitiva l’importazione di prodotti europei negli Stati Uniti, con effetti a catena su filiere produttive che coinvolgono anche Italia e Spagna. L’impatto non riguarderebbe solo i produttori francesi, ma anche importatori e distributori statunitensi che negli ultimi anni hanno investito sui vini europei di denominazione. Non a caso, accanto ai canali diplomatici, si sono attivati anche quelli delle lobby del settore vinicolo e della distribuzione oltreoceano.
Un ulteriore elemento di tensione è stato rappresentato dalla pubblicazione di messaggi privati tra capi di Stato, una pratica rara proprio perché mina la fiducia necessaria per gestire le crisi. In questo caso, la divulgazione ha trasformato un tentativo di contatto politico in un confronto pubblico ad alta visibilità, con effetti anche sulle dinamiche interne dei due Paesi. A Davos, voci della società civile come Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, hanno invitato l’Europa a non cedere a logiche di appeasement e a difendere con coerenza i propri principi.
Nei prossimi mesi, il confronto si giocherà su più piani intrecciati. Sul versante diplomatico, sarà decisivo capire se il “framework” artico annunciato da Trump si tradurrà in un percorso negoziale strutturato con NATO, Danimarca e Groenlandia. Sul piano commerciale, la sospensione della ratifica dell’accordo UE-USA rappresenta un incentivo per Washington a rientrare in un perimetro di cooperazione, ma lascia aperta la possibilità di una risposta europea più dura se le minacce tariffarie dovessero ripresentarsi. Sul piano politico interno, la scelta di Macron di assumere una postura più assertiva mira a rafforzare la leadership francese, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità dell’Europa di mantenere una linea comune.
Quello emerso a Davos non è stato solo uno scontro di personalità. È stato un test sulla tenuta della governance internazionale in una fase in cui dazi, sanzioni e strumenti commerciali sono sempre più usati come estensione della politica estera. Se l’Unione europea riterrà coercitive le pressioni viste in questi giorni, lo Strumento anti-coercizionepotrebbe passare dalla teoria alla pratica. Sarebbe un passaggio politicamente rilevante, perché segnerebbe la volontà di difendere regole e sovranità anche nei confronti di un alleato storico, evitando al tempo stesso una deriva protezionistica. Per ora, la mossa di Macron ha avuto un obiettivo preciso: riportare il confronto dalle piattaforme social al terreno delle regole. La prossima mossa spetterà a Washington.
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