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Un minuto di rumore per Mark: l’Europa Unita di Chivasso si ferma. I compagni: "Ti volevamo bene" (VIDEO)

Alle 11 gli studenti hanno ricordato il 14enne morto mentre andava a prendere l’autobus: letta la lettera della 1A, nell’atrio della scuola un altarino di fiori e messaggi

Un minuto di rumore per Mark: l’Europa Unita di Chivasso si ferma. I compagni: "Ti volevamo bene" (VIDEO)

Un minuto di rumore per Mark: l’Europa Unita di Chivasso si ferma. I compagni: "Ti volevamo bene" (VIDEO)

Alle 11 in punto, nel cortile dell’Istituto Europa Unita di Chivasso, è successa una cosa che nessuno dimenticherà facilmente: centinaia di studenti hanno smesso di parlare per un istante, e subito dopo hanno fatto l’esatto contrario. Hanno riempito lo spazio con un minuto di rumore. Un rumore vero, fisico, collettivo. Un rumore che non aveva nulla della festa e nulla dello show. Era un modo per dire che Mark Ricard Mariut non è una foto appesa a un muro e non è una notizia consumata in poche ore. È uno di loro. Era uno di loro. E adesso non c’è più.

Il dolore, a scuola, è arrivato come arriva sempre: non con eleganza, ma con forza. È entrato nelle classi, nei corridoi, nei bagni, nella gola di chi prova a parlare e non ci riesce. E chiunque abbia messo piede oggi all’Europa Unita ha avuto la stessa sensazione: qui non si sta facendo finta di niente. Qui si sta provando a reggere un colpo che, a 14 anni, non dovrebbe esistere.

Mark frequentava la 1A Itis, indirizzo meccanica meccatronica. Quattordici anni, un’età in cui la vita dovrebbe essere tutta davanti, anche quando la scuola pesa, anche quando la mattina fa freddo, anche quando non hai voglia di uscire di casa. Mark invece è morto venerdì 16 gennaio, mentre stava facendo una cosa banale, la più banale del mondo: andare a prendere l’autobus per andare a scuola.

L’incidente è avvenuto intorno alle 7 del mattino, in località Abate di San Sebastiano da Po, lungo la strada provinciale 590 della Val Cerrina. Mark era uscito di casa per raggiungere la fermata del pullman diretto a Chivasso. Un tragitto breve, familiare, ripetuto mille volte. Ed è proprio questa normalità a rendere tutto più feroce: non è successo in un posto “pericoloso” nel senso cinematografico del termine. È successo in un punto che, per chi ci vive, è parte della routine. Proprio per questo, dopo, restano solo due domande che non smettono di girare in testa: perché e come è possibile.

Alla guida dell’auto coinvolta, una Mercedes Classe E, c’era un uomo di 55 anni, torinese, diretto verso gli uffici di Lauriano della Luxottica. La ricostruzione è ancora al vaglio degli inquirenti: sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno effettuato i rilievi e stanno ricostruendo la dinamica. L’automobilista, in stato di choc, avrebbe raccontato che il ragazzo si sarebbe spostato improvvisamente sulla carreggiata e che non avrebbe avuto il tempo di evitarlo. Ma oggi, qui, nessuno vuole fare il processo in anticipo. C’è solo un fatto che non si discute: Mark è stato investito e ha riportato ferite gravissime.

I soccorsi del 118 sono arrivati rapidamente e hanno compreso subito la gravità. Mark è stato trasportato in codice rosso all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino. È morto prima delle 19 dello stesso venerdì. Secondo quanto emerso, aveva già avuto un arresto cardiaco prolungato. Troppo lungo.

E allora, quando a morire è un ragazzo, non resta solo il lutto. Resta la frattura. Una crepa che attraversa la famiglia, gli amici, la classe, l’intera comunità scolastica. Perché la morte di un adolescente non è una perdita privata: è un trauma collettivo. E non esiste un modo davvero “corretto” per attraversarlo.

All’Europa Unita lo hanno capito subito. Lunedì 19 gennaio gli studenti lo hanno ricordato con un minuto di silenzio. Oggi, martedì 20 gennaio, hanno scelto un gesto diverso: il minuto di rumore. Un gesto che sembra istintivo ma in realtà è lucidissimo. Perché il rumore non è solo un suono: è una presenza. È il contrario dell’assenza. È dire: non lo lasciamo scivolare via in punta di piedi.

Chi entrava nell’atrio della scuola, questa mattina, lo vedeva ancora prima di capire. In un angolo, vicino alle vetrate, è nato un piccolo altarino che non ha nulla di “organizzato” e per questo colpisce ancora di più. Fiori lasciati uno sopra l’altro, mazzi stretti nel cellophane, biglietti scritti a mano, fotografie, cartelloni colorati. Uno dice “Mark brilla sempre”, con tante impronte di mani, come se ogni compagno avesse voluto lasciare un segno. Un altro è più diretto, più semplice: “Mark vivrai sempre nei nostri cuori”. Non serve aggiungere altro, perché c’è già tutto.

E poi c’è quella frase, scritta su un cartellone verde, che racconta un pezzo di Mark meglio di qualunque necrologio: “Un minuto di rumore non basterà per ricordarti”. Ecco. È lì che il dolore diventa concreto. Non è più una notizia, è una mancanza.

A un certo punto, nel cortile, il rumore è arrivato davvero. Un rumore composto da battiti di mani, voci spezzate, urla che non sono urla di gioia, ma di rabbia e di impotenza. È stato un minuto solo, ma in quel minuto ci stava una domanda enorme che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce: perché lui? perché così?

In mezzo a quel momento, i compagni della 1A hanno letto una lettera. Non un testo perfetto, non un pezzo scritto per “fare colpo”. Una lettera vera. Piena di frasi che sembrano uscite di getto e proprio per questo fanno male. La lettera è stata scritta dai compagni di classe della 1A Itis meccanica meccatronica ed è stata letta questa mattina.

Ecco il testo integrale:

Ciao Mark,

3 giorni fa te ne sei andato via, per sempre, e la tua mancanza già si sente, è rimasto un vuoto dentro ognuno di noi. Te ne sei andato via in un lampo e soprattutto te ne sei andato via troppo presto, lasciando noi e la tua famiglia senza di te, 3 giorni che tutti si continuano a chiedere perchè sia successo proprio a te, a te che non lo meritavi per niente.

Non siamo mai stati bravi con le parole, ma sappi che questa lettera sarà dedicata a te e per tutte quelle cose che non siamo mai riusciti a dirti.

Per noi questo momento è molto difficile e molti di noi non riescono ancora a realizzare il fatto che tu ormai non ci sia più, perchè nessuno si sarebbe mai immaginato questo finale, la classe sicuramente sarà vuota senza di te, sentiremo tutti la tua mancanza, professori inclusi, anche quelli che non ti stavano tanto simpatici.

Si, sentiremo un vuoto enorme nella classe, perchè non ci saranno più le tue battute, le tue risate, il tuo sorriso che coinvolgeva tutti, i tuoi abbracci, le tue storie, i dispetti che a volte ci facevi, le tue passioni per le bici e la formula 1...ma soprattutto è e sarà difficile accettare che ci sarà il tuo banco vuoto, dove stavi sempre lì seduto a ridere e a scherzare con i prof di sostegno, con i tuoi vicini di banco, insegnanti e bidelli.

Eri e sarai molto importante per noi, perchè ci hai sempre insegnato a non mollare mai, ci hai sempre portato il sorriso nelle nostre giornate più buie, insomma sei sempre stato la luce in mezzo al buio, perchè ti si vedeva e sentiva sempre. Molte volte non abbiamo sopportato il rumore che facevi, quel rumore che però adesso ci mancherà. Infatti speriamo di risentire ancora il tuo rumore nel silenzio più cupo, quel silenzio che soltanto tu riuscivi a rompere.

Ci mancheranno le mattine, prima di entrare a scuola, in cui tu chiedevi sempre a tutti come stavamo. Sei sempre stato un ragazzo vivace e molto iperattivo, e anche se qualche volta creavi scompiglio, eri sempre gentile e disponibile per con tutti, e avevi un cuore buono che ora non batte più.

Insomma Mark inutile dirti che anche se facevi cose che qualche volta non ci piacevano, ti si voleva bene, sempre e forse quello che rimpiangiamo di più è il fatto di non essere sempre riusciti a dimostrartelo.

Anche se sappiamo che questa lettera tu non la leggerai ma, speriamo che lo possa fare chi non ti conosceva in modo da capire che tipo di ragazzo fossi.

Speriamo che le parole, che queste parole, che non siamo mai riusciti a dirti tu le abbia almeno sentite...perchè il vuoto che hai lasciato è stato veramente forte. Ognuno di noi avrebbe voluto dirti qualcosa.

C’è chi avrebbe voluto che gli tirassi di nuovo i capelli invece che vederti volare in cielo. C’è chi avrebbe voluto per un’ultima volta un tuo abbraccio perchè l’ultima volta non se è goduto come doveva, chi avrebbe voluto per l’ultima volta batterti il cinque e chi avrebbe voluto per un’ultima volta vederti. Non chiedevamo tanto, solo di averti qui con noi per un’ultima volta.

Ci mancherai,fatti sentire anche da lassù.

Dalla tua classe.

 

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Dopo quelle parole, che in un cortile pieno di ragazzi suonano quasi irreali, è intervenuto il dirigente scolastico Fabio Mauthe Degerfeld. Poche frasi, non un discorso lungo. Ed è stato un bene, perché certe mattine non chiedono oratoria: chiedono senso.

Il dirigente ha ringraziato la classe e tutta la comunità scolastica, sottolineando che quei gesti servono anche a riflettere. Poi ha indicato due aspetti centrali. Il primo riguarda il valore di un compagno e delle sue fragilità: non come difetto da tollerare, ma come parte della persona. Mark, ha detto, insegnava quotidianamente ad apprezzare cose che spesso si danno per scontate: abbracci, sguardi, emozioni. Cose che, quando ci sono, sembrano leggere. Quando spariscono, pesano.

Il secondo punto è stato ancora più netto, e riguarda la strada. Senza entrare nelle dinamiche dell’incidente – che saranno accertate – il dirigente ha invitato tutti a stare attenti. A non avere fretta. A non pensare di “fare prima”. Ha parlato dei gesti che sembrano piccoli ma possono essere fatali: attraversare male, muoversi distratti, passare con il rosso. Non è una lezione impartita dall’alto. È un richiamo brutale, perché arriva dopo un morto.

Il dirigente scolastico Fabio Mauthe Degerfeld

Il minuto di rumore, oggi, è stato anche questo: un modo per trasformare il dolore in un segnale. Non un messaggio moralista, non una predica. Un avvertimento inciso nella carne di una comunità. Perché la morte di Mark è avvenuta in un tratto che, da anni, viene descritto come pericoloso. Un luogo senza marciapiede, dove i pedoni si muovono sul bordo strada come se fosse normale. Come se bastasse la prudenza a sostituire ciò che manca.

E qui la tragedia si allarga. Perché un ragazzo muore e improvvisamente la geografia quotidiana diventa una mappa di rischi: l’illuminazione che non c’è, le strisce che dovrebbero esserci ma non si vedono, la velocità delle auto, l’abitudine a passarci come se fosse solo “una provinciale”. La morte di Mark ha reso evidente una cosa semplice e spaventosa: quel tratto non è un corridoio di passaggio. È un pezzo di paese. È vita reale.

A scuola, però, oggi non si è parlato di competenze amministrative né di scaricabarile. Si è parlato di Mark. Del Mark che rideva, che faceva rumore, che a volte dava fastidio, che faceva “scompiglio”, e che per questo era vivo. I compagni lo hanno detto senza filtri: molte volte non abbiamo sopportato il rumore che facevi, quel rumore che però adesso ci mancherà. È una frase che ti si pianta dentro perché contiene una verità che gli adulti faticano a dire: spesso ci accorgiamo del valore di una persona quando il suo posto diventa vuoto.

E quel vuoto, adesso, ha un indirizzo preciso: la classe 1A. Il banco. Il corridoio. L’atrio con i fiori. Il cortile con il rumore.

Oggi, martedì 20 gennaio, alle 11, l’Europa Unita non ha fatto un evento. Ha fatto un gesto. Ha scelto di ricordare Mark con la stessa energia con cui lo descrivono i compagni: vivace, iperattivo, presente. E a chi pensa che il rumore sia mancanza di rispetto, questa scuola ha risposto nel modo più semplice: non è rumore per distrarsi. È rumore per non dimenticare.

Perché quando muore un ragazzo che stava andando a prendere il pullman, non c’è niente da addolcire. Non c’è niente da “mettere a posto”. C’è solo una comunità che prova a stare in piedi. E una classe che, con una lettera scritta senza protezioni, ha detto la cosa più importante di tutte: Mark non se ne andrà via davvero finché il suo nome resterà in bocca agli amici.

E oggi, in quel cortile, il suo nome c’era.

C’era eccome.

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