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Europa Unita, un minuto di rumore per Mark: Chivasso non vuole dimenticare

Martedì 20 gennaio alle 11 gli studenti dell’Europa Unita ricorderanno Mark Ricard Mariut con un minuto di “rumore”, dopo il minuto di silenzio di lunedì

Europa Unita, un minuto di rumore per Mark: Chivasso non vuole dimenticare

Europa Unita, un minuto di rumore per Mark: Chivasso non vuole dimenticare

Un minuto di silenzio, poi un minuto di rumore. All’Europa Unita di Chivasso il dolore per la scomparsa di Mark Ricard Mariut non si è chiuso dietro una porta, non si è trasformato in un messaggio di rito, non è diventato una frase da copiare e incollare. È rimasto lì, davanti a tutti. Perché quando muore un ragazzo di 14 anni, mentre sta andando a prendere l’autobus per andare a scuola, non esiste un modo “corretto” di reagire: esiste solo la fatica di tenere insieme rabbia, paura e incredulità.

Oggi, lunedì 19 gennaio, gli studenti lo hanno ricordato con un minuto di silenzio. Domani, martedì 20 gennaio, alle 11, nel cortile della sede, faranno qualcosa che assomiglia a una risposta istintiva, quasi necessaria: un minuto di “rumore” per Mark. Un rumore che non è festa e non è spettacolo. È una presenza. È dire: non lo lasciamo scivolare via, non lo trasformiamo in una notizia che passa e poi sparisce.

Mark Ricard Mariut frequentava la prima A Itis, indirizzo meccanica meccatronica, all'Europa Unita di Chivasso. Un ragazzo di quelli che fino a una settimana fa avevano il mondo davanti. Aveva passioni normali, da quattordicenne: la Formula Uno, l’energia delle corse, gli amici, la bici. E aveva una quotidianità semplice: la scuola, la strada, la fermata del pullman. È proprio questa normalità a rendere tutto più insopportabile. Perché quello che è successo non è accaduto in un luogo “estremo”, non è arrivato da una scelta fuori misura. È successo lungo una provinciale, in un tratto di paese, dentro un gesto che migliaia di ragazzi fanno ogni mattina senza pensarci: uscire di casa e andare a scuola.

L’incidente è avvenuto venerdì 16 gennaio, intorno alle 7 del mattino, in località Abate di San Sebastiano da Po, lungo la strada provinciale 590 della Val Cerrina. Mark era uscito di casa per raggiungere la fermata dell’autobus diretto a Chivasso. Una manciata di minuti. Un percorso familiare. Una distanza breve, quasi “di casa”. E invece su quel tratto c’è una verità che, dopo questa morte, nessuno riesce più a ignorare: non esiste un marciapiede. I pedoni camminano sul bordo strada, come se fosse normale, come se bastasse la prudenza a compensare ciò che manca.

Il luogo dell'incidente con i fiori lasciati per Mark

Alla guida dell’auto coinvolta, una Mercedes Classe E, c’era un uomo di 55 anni, torinese, diretto verso gli uffici di Lauriano della Luxottica, dove lavora. La ricostruzione è ancora materia di indagine: sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno effettuato i rilievi e stanno ricostruendo la dinamica. L’automobilista, in stato di choc, avrebbe raccontato che il ragazzo si sarebbe spostato improvvisamente sulla carreggiata e che non avrebbe avuto il tempo di evitarlo. Ma qui, oggi, le certezze non esistono: ci sono versioni, testimonianze, tempi da verificare. E soprattutto c’è un fatto che pesa più di qualsiasi ipotesi: Mark è stato investito e ha riportato ferite gravissime.

L’impatto è stato violento. Sul posto sono intervenuti subito i soccorsi del 118, che hanno compreso immediatamente la gravità della situazione. Mark è stato trasportato in codice rosso all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, dove è morto prima delle 19 dello stesso venerdì. Secondo quanto emerso, aveva già avuto un arresto cardiaco prolungato. Troppo lungo. 

E qui si apre il giorno dopo. Il giorno in cui una comunità prova a rimettere in ordine il mondo e si accorge che non c’è un modo giusto per farlo. Perché la morte di un adolescente non è una perdita “privata”. È una frattura collettiva. È un colpo che arriva su un territorio già fragile, già attraversato da strade che separano le case come fossero una zona di passaggio, non un luogo abitato.

A San Sebastiano da Po non si è visto solo dolore. Si è visto anche qualcosa che, in questi casi, arriva sempre: la rabbia. E la rabbia, nel 2026, non resta più nei bar o nelle riunioni in sala consiliare. Esplode sui social. Diventa valanga. E la valanga, quando parte, travolge tutto: cordoglio, accuse, richieste di intervento, ricordi personali, frasi scritte di getto come pugni.

In molti hanno descritto quel tratto della provinciale come pericoloso da anni. Non come “il luogo dell’incidente”, ma come un punto in cui si aspettava che prima o poi sarebbe successo qualcosa. C’è chi parla di auto che sfrecciano, di visibilità pessima, di buio al mattino presto, di ragazzi costretti a camminare sul bordo, di una fermata che sembra una trappola. E in mezzo a tutto questo torna un’idea che fa più paura di qualunque commento: l’impressione che bastasse aspettare.

Nel mirino delle polemiche sono finiti soprattutto due elementi: l’assenza di un marciapiede e la mancanza di illuminazione in un tratto dove la vita quotidiana, per chi ci abita, passa e ripassa ogni giorno. E poi mancano le strisce pedonali, nel punto dove il ragazzo è stato investito: indicate da un cartello ma non visibili sull'asfalto.  E quando il tema diventa sicurezza, quei dettagli non sono più “tecnicismi”: diventano confine tra rischio e protezione.

In mezzo a questo caos emotivo, le parole più attese – e forse anche le più pesanti – sono arrivate dal sindaco di San Sebastiano da Po, Giuseppe “Beppe” Bava. Il sindaco ha provato a riportare la discussione sul terreno duro della realtà amministrativa: quello delle competenze e dei soldi. E lo ha fatto partendo dal punto che molti, nel dolore, non vogliono sentirsi dire: quel tratto non è comunale.

Bava ha spiegato che la provinciale 590 è di competenza della Città Metropolitana, e che in quel tratto "fuori dal centro abitato" esistono limiti e cartelli ma mancano elementi fondamentali. Ha richiamato anche il fatto che la dinamica dovrà essere chiarita dagli inquirenti e che bisogna lasciare lavorare la magistratura. Un passaggio inevitabile, ma che non spegne la tensione.

Il tema vero, però, non è solo “cosa manca”. È cosa si può fare e chi può farlo. E qui il sindaco non ha promesso miracoli. Ha parlato di interventi minimali, di richieste che verranno portate in Città Metropolitana: segnaletica verticale luminosa, la possibilità di abbassare il limite a 50 chilometri orari, e strumenti per rendere più efficaci eventuali controlli. Ma ha anche ammesso l’altra metà della verità: un limite senza controlli è un cartello che molti ignorano. E un Comune piccolo non ha risorse e agenti per presidiare tutto.

Tra le misure immediate, Bava ha citato anche un’azione che non risolve il problema ma prova almeno a ridurre il rischio nell’attesa: la consegna di giubbotti catarifrangenti agli studenti che utilizzano il pullman. Un gesto che lui stesso ha definito, senza girarci intorno, un possibile palliativo.

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