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17 Gennaio 2026 - 16:01
Tragedia sulla provinciale 590: disposta l'autopsia sul corpo di Mark. Non c'è il nulla osta per i funerali del 14enne morto mentre andava a scuola. Il sindaco va in Città Metropolitana
San Sebastiano Po si è svegliata con lo stesso cielo del giorno prima. Stesse strade, stessi incroci, stessi cartelli. Ma niente è più uguale. Perché quando muore un ragazzo di 14 anni mentre va a prendere l’autobus per andare a scuola, anche il tempo cambia passo: rallenta, pesa, si ferma negli occhi della gente. Il giorno dopo la tragedia è quello in cui la comunità prova a rimettere in ordine il mondo, ma scopre che non esiste un modo giusto per farlo. Restano solo le domande, la rabbia, la paura e quel dolore secco che non lascia spazio a frasi di circostanza.
Mark Ricard Mariut è morto ieri sera, venerdì 16 gennaio, poco prima delle 19, all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, dopo ore di lotta tra sala operatoria e reparto, dopo tentativi disperati dei medici di strapparlo a una fine che, fin dall’inizio, appariva possibile. Aveva già avuto un arresto cardiaco durato oltre mezz’ora. Troppo. Per chiunque. Figurarsi per un ragazzo che, fino a poche ore prima, stava semplicemente facendo quello che faceva tutte le mattine: uscire di casa e camminare verso la fermata del pullman.
Il paese oggi non parla sottovoce. Parla forte. Perché quando il dolore è così grande, non si trasforma automaticamente in silenzio. A volte diventa rumore. E il rumore, nel 2026, passa prima di tutto dai social. La morte di Mark ha aperto una valanga di messaggi: cordoglio, incredulità, rabbia, accuse, richieste di intervento, sfoghi che sembrano pugni. Frasi scritte di getto, senza filtro, come se un lutto potesse essere contenuto dentro uno schermo.
C’è chi ha chiesto una petizione, chi ha raccontato esperienze personali, chi ha descritto la fermata del bus come una trappola, chi ha urlato che “adesso basta”, chi ha parlato di automobilisti che sfrecciano a velocità fuori controllo, chi ha ricordato che quella strada non è una pista ma un tratto di provincia con case, attività, persone che attraversano o camminano lungo il bordo. E la cosa più inquietante, in mezzo a tutto questo, è che molti scrivono come se quel punto della provinciale non fosse solo “il luogo dell’incidente”, ma un posto dove si aspetta da anni che accada qualcosa del genere.
San Sebastiano Po oggi è sconvolta, ma non solo perché ha perso un ragazzo. È sconvolta perché la tragedia sembra togliere l’ultima illusione: quella che “a noi non può succedere”. Perché quando succede, allora diventa reale anche la paura quotidiana di chi, su quella strada, ci manda i figli al mattino.
E mentre sui social si accendono polemiche e si cercano responsabilità, si fa strada anche un’altra verità: il dolore non è solo di una famiglia. È di un territorio intero. E quando un ragazzo muore così, nessuno riesce più a chiamarlo “fatalità” senza sentirsi sporco.
In mezzo al caos emotivo, le parole più attese – e anche le più pesanti – sono arrivate dal sindaco di San Sebastiano Po, Giuseppe “Beppe” Bava. Parole che non hanno cercato di spegnere la rabbia con frasi consolatorie, ma hanno tentato di riportare la discussione sul terreno duro, concreto, spesso impopolare della realtà amministrativa e delle competenze.
Il punto, per Bava, è prima di tutto uno: quella strada non è comunale.
“In quel tratto di provinciale 590 la situazione è comune a quella di molte altre strade. C’è un limite di 70 km/h, è fuori dal centro abitato, non c’è un marciapiede, ci sono due fermate del pullman che risalgono a vent'anni fa. Bisogna fare attenzione”, dice il sindaco.
È un passaggio che sposta la tragedia in un quadro più grande: quello delle strade provinciali che attraversano pezzi di vita quotidiana come se fossero corridoi tecnici, non luoghi abitati. Qui, in località Abate di San Sebastiano da Po, la provinciale 590 della Val Cerrina è una linea di asfalto che per la burocrazia è “fuori centro abitato”, ma per chi ci vive è il tragitto verso scuola, lavoro, casa.
Il sindaco richiama anche ciò che ora sarà inevitabilmente materia di indagine: “Ci sarà la giustizia che chiarirà come è avvenuto l’incidente, dobbiamo lasciare lavorare la magistratura”.
È un dettaglio che spiega perché, oggi, sia impossibile raccontare la dinamica come una sentenza. Esiste una ricostruzione, esistono testimonianze e versioni che dovranno essere confrontate. Intanto, sul posto restano i rilievi dei carabinieri e le domande di tutti.
Il sindaco entra poi nel cuore del tema sicurezza, spiegando cosa c’è – e cosa non c’è – in quel tratto:
“C’è un attraversamento pedonale davanti alla pensilina. E’ segnalato da cartellonistica, ma la segnaletica orizzontale è quel che è dopo tanti anni. Dove è successo l'incidente, invece, non c’è un attraversamento pedonale”.
Tradotto: un attraversamento esiste, ma non nel punto dell’impatto. E anche dove c’è, non è certo un modello di visibilità o manutenzione. E quando si parla di sicurezza stradale, questi dettagli non sono più “tecnicismi”: diventano differenza tra vita e morte.
Poi c’è l’altro tema, quello che ricorre in quasi tutti i post: la luce.
“In quel tratto lì non ci sono punti luce: ci sono più in su all’incrocio per Saronsella e sulla rotonda del Bailey e ci sono prima della curva che è stata allargata recentemente. Ma lì, no”.
Quindi: in mezzo, dove camminano i ragazzi, è buio. E al mattino presto, quando la visibilità è già ridotta dall’ora, dalla stagione, dalla nebbia che in quei tratti è quasi normale, il buio diventa un alleato spietato della distrazione e della velocità.
Bava non scarica la responsabilità, ma la colloca dove deve stare per legge: “Quel tratto di strada è di competenza della Città Metropolitana: sono stato contatto dal vice sindaco, che in questi giorni si trova all'estero, e sono stato in contatto con gli uffici”.
Ed è qui che il discorso diventa duro, quasi crudele nella sua semplicità: cosa può decidere o fare il Comune da solo?
E quando la gente chiede marciapiedi, illuminazione, interventi strutturali, il sindaco risponde con una frase che pesa come un macigno, perché nessuno vorrebbe sentirla il giorno dopo la morte di un quattordicenne: “E’ impensabile parlare oggi di realizzare marciapiedi in quel tratto: non ci sono i soldi. Mancano i soldi per riaprire strade che abbiamo chiuse da mesi...”
Parole che spaccano. Perché il cittadino arrabbiato, davanti a una tragedia del genere, vuole un “si fa”. Vuole un “domani”. Vuole un “mettiamo in sicurezza”. E invece si scontra con la parete della finanza pubblica e con un sistema che, spesso, interviene solo in emergenza.
Bava spiega che San Sebastiano Po ha strade chiuse ancora dall'alluvione dell'aprile 2025 per mancanza di fondi, e che il quadro generale è quello di amministrazioni locali costrette a scegliere quale problema affrontare con risorse limitate.
Non è un discorso che consola. Ma è un discorso che racconta bene la distanza tra il dolore immediato e i tempi della macchina pubblica. Eppure, dentro questa cornice, il sindaco prova a indicare una strada possibile, fatta di interventi “minimali”: “La prossima settimana ho un appuntamento con Città Metropolitana. Chiederò di fare interventi minimali che possano mettere in sicurezza.”
Non grandi opere, ma segnali visivi, dissuasori, cose che si possono ottenere senza stravolgere l’assetto della strada.
Tra le richieste che Bava dice di aver già avanzato ci sono: “Chiederò una segnaletica verticale luminosa, di mettere il limite ai 50 all’ora in quel tratto, se possono mettere due cilindri arancioni per installare ogni tanto l’autovelox ma non dobbiamo raccontarci cose che non sono mantenibili: non abbiamo gli agenti della Polizia Municipale per presidiare tutto il territorio”.
Anche qui c’è una verità brutale: non basta decidere un limite se poi non puoi controllarlo. E su una provinciale dove qualcuno “corre un po’ troppo”, come aveva già detto Bava, i limiti senza controlli diventano cartelli da ignorare.
Il sindaco parla anche di un’idea che sa di compromesso, di soluzione tampone, ma che nasce almeno da un tentativo di fare qualcosa subito: “Come amministrazione comunale abbiamo trovato un'azienda che ci regala 100 giubbotti gialli catarifrangenti che porteremo a tutti i ragazzi che hanno un abbonamento al pullman invitandoli ad indossarli. Lo so, non è molto. Ma è un primo passo, anche se può apparire come un palliativo.”
Ecco la parola che raramente un amministratore pronuncia, perché è ammettere un limite: palliativo.
Non una soluzione. Non una promessa miracolosa. Ma un gesto che prova a ridurre il rischio nell’immediato, mentre si aspetta che le istituzioni competenti facciano il loro.
Bava non si nasconde dietro l’idea che “basta migliorare la strada”. Dice chiaramente che serve anche altro: “Bisogna fare attenzione, bisogna insegnare ai ragazzi a proteggersi.”
Una frase che fa male, perché sembra ingiusto chiedere a un ragazzo di “proteggersi” mentre va a scuola. Ma è anche la fotografia spietata di ciò che accade quando l’ambiente non è progettato per essere sicuro: si scarica parte della sicurezza sulle persone.
Il sindaco prova a tenere insieme tutto: responsabilità individuale, limiti infrastrutturali, competenze, tempi della giustizia. E conclude con un obiettivo concreto già dalla prossima settimana: “Qualche miglioramento penso di ottenerlo: segnaletica luminosa che indica il pericolo, questo per attirare l’attenzione e migliorare un po' la sicurezza”.
Lunedì, dice, ci sarà un incontro in Città Metropolitana per esaminare le proposte. È il primo passo. Non basta, ma è un passo. E oggi, nel giorno dopo, anche i passi piccoli sembrano enormi, perché camminano dentro una tragedia.
L’incidente è avvenuto ieri mattina verso le 7, in località Abate di San Sebastiano Po, lungo la strada provinciale 590 della Val Cerrina. A circa cinquanta metri da casa. Un dettaglio che è quasi impossibile da sostenere: morire così vicino, in un tratto che dovrebbe essere “di casa”, familiare, ripetuto ogni giorno.
Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri del nucleo radiomobile di Chivasso, Mark era uscito di casa per raggiungere la fermata dell’autobus. Era un percorso che faceva tutte le mattine: camminare lungo la provinciale per prendere il bus diretto a Chivasso, dove frequentava il primo anno di Itis all'Europa Unita.
E qui entra la prima grande contraddizione di questa storia: su quel tratto non esistono marciapiedi per i pedoni.
Cammini sul bordo strada. Come ha detto il sindaco. E quando cammini sul bordo strada, non sei più un cittadino: sei un ostacolo mobile, un corpo fragile, affidato alla prudenza altrui.
Alla guida dell’auto, una Mercedes Classe E, c’era un uomo di 55 anni, torinese, dirigente di Luxottica, diretto negli uffici di Lauriano. Anche lui, da ieri, è dentro l’incubo. Dovrà rispondere ora di omicidio stradale. Perché una tragedia del genere non divide in buoni e cattivi con facilità: divide in vivi e morti, e lascia macerie in tutte le direzioni.
L’investitore – in profondo stato di choc – avrebbe raccontato che il ragazzo si sarebbe spostato improvvisamente in mezzo alla carreggiata e che lui non ha potuto fare manovre per evitarlo.
L’impatto è stato violentissimo. Mark ha sfondato il parabrezza ed è stato scaraventato a diversi metri di distanza. Subito è partita la macchina dei soccorsi: sul posto sono intervenuti i medici e gli infermieri del 118 di Azienda Zero, che hanno capito immediatamente la gravità della situazione. Fratture in diverse parti del corpo, condizioni disperate. Codice rosso. Trasporto urgente al San Giovanni Bosco.
La provinciale è rimasta chiusa per oltre un'ora, con inevitabili disagi. E intanto, mentre il traffico veniva deviato e la routine della mattina si spezzava, in un ospedale di Torino si stava giocando una battaglia che nessun ragazzo dovrebbe combattere.

Mark Ricard Mariut aveva appena 14 anni
Mark Ricard Mariut aveva appena 14 anni. Quattordici. L’età in cui si è ancora troppo piccoli per capire davvero la morte, e abbastanza grandi da pensare già a tutto quello che si diventerà.
Frequentava il primo anno all’Itis di Chivasso. Era appassionato di Formula Uno e tifosissimo di Charles Leclerc. In quelle passioni c’era la normalità di un ragazzo: l’adrenalina delle corse viste in tv, i nomi dei piloti imparati a memoria, le discussioni con gli amici, i sogni che si appoggiano alle cose che ami.
Amava andare in bicicletta. Amava stare con gli amici. Aveva legami a San Sebastiano Po, ma anche a Casalborgone, dove aveva frequentato le scuole medie e dove viveva insieme al padre Aurelio.
Aurelio Mariut, raccontano, è un tuttofare in un’azienda di materiali edili e costruzioni. Un lavoro concreto, spesso invisibile, di quelli che tengono in piedi le giornate degli altri.
Mark era figlio unico. E chi ha conosciuto la famiglia lo ricorda come un ragazzo educato, che salutava sempre, sempre sorridente. La famiglia è di origine romena e Mark era felice di vivere in Italia. “Era un ragazzo che frequentava il paese, era molto vivace, lo si vedeva la domenica a Messa", lo ricorda il sindaco.
Giovedì sera Mark aveva pubblicato l’ultima storia su Instagram. E in un post, tempo fa, aveva chiesto al nonno di proteggerlo.
E invece il destino, con Mark, è stato spietato.
La notizia della morte di Mark non si è fermata a San Sebastiano Po. Ha colpito anche altre comunità legate alla famiglia, come Albugnano, dove Mark e il padre avevano vissuto per molti anni.
Anche lì la morte del ragazzo è arrivata come uno schiaffo, lasciando sgomento. Il Comune ha espresso cordoglio e vicinanza alla famiglia, parlando di una perdita “prematura e ingiusta” che colpisce duramente l’intera comunità e lascia tutti profondamente addolorati.
E si capisce perché: quando muore un ragazzo così giovane, il lutto non appartiene solo ai parenti. Diventa un lutto collettivo. Una ferita che si allarga.
Sui social, in queste ore, si legge di tutto. Ma quasi tutto ha un filo comune: la percezione che quella strada sia pericolosa da anni.
C’è chi scrive di voler inviare una richiesta al Comune, firmata dai residenti, per chiedere un intervento della Provincia o di chi gestisce la strada: luci, cartelli lampeggianti, strisce pedonali, guardrail, dissuasori. C’è chi dice: “Se non facciamo qualcosa di concreto, nulla cambierà mai.”
C’è chi racconta la fermata come fatiscente, chi ricorda di aver preso il pullman con la torcia per farsi vedere dall’autista, chi parla di responsabilità che si rimbalzano tra enti e alla fine non portano a nulla.
E poi c’è la rabbia più nuda, quella che nasce dalla paura di essere il prossimo:
“È successo esattamente di fronte all’ingresso di casa mia… ho 3 figlie e da 22 anni fanno lo stesso tragitto…”
C’è chi parla di motociclisti a velocità folli, di automobilisti distratti dai telefoni, di incidenti già visti e già soccorsi. C’è chi chiede: quante vittime servono ancora?
Sono parole forti, a volte sgraziate, ma vere nel loro essere umane. E dentro quella rabbia c’è un punto che resta in piedi: l’idea che la sicurezza non possa arrivare solo dopo una morte.
In mezzo ai post, qualcuno ha anche ricordato la cosa più semplice e più ignorata: andare piano. Non perché basti, ma perché è la prima responsabilità individuale che nessun ente può imporre dall’esterno se non attraverso controlli e cultura.
Sul corpo di Mark verrà eseguita l’autopsia. È uno dei passaggi inevitabili quando c’è un’indagine per un incidente mortale. E significa una cosa molto concreta e dolorosa: non ci sono ancora i tempi per il funerale.
Lo ha confermato anche il sindaco Bava: “Devono fare autopsia, non hanno autorizzazione per il funerale.”
In pratica, finché non verrà completato l’esame disposto dall’autorità giudiziaria e finché non arriverà il nulla osta, la famiglia non potrà fissare la data delle esequie. Per ora, quindi, nessuna data è stata definita. Si saprà dopo l’autopsia. Poi verranno comunicati luogo e orario dei funerali.
Il giorno dopo, a San Sebastiano Po, resta un tratto di asfalto che tutti guardano in modo diverso. Resta una fermata dell’autobus che oggi sembra un simbolo, più che un punto di attesa. Resta una comunità che si muove tra dolore e rabbia. Resta un sindaco che prova a tenere insieme verità scomode e richieste urgenti. Resta una famiglia spezzata. E resta una domanda che nessuno riesce più a ignorare: quanti segnali servono, prima che una strada venga considerata davvero “abitata”?
Per Mark, ormai, ogni intervento arriverà tardi. Ma proprio per questo, oggi, ogni promessa pesa il doppio.
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