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"Grazie per avermi fatta sentire al sicuro": la lettera che racconta il lato più umano dei Carabinieri

Una testimonianza che dà voce a chi trova protezione nel momento più buio

"Grazie per avermi fatta sentire al sicuro"

"Grazie per avermi fatta sentire al sicuro": la lettera che racconta il lato più umano dei Carabinieri

Non sempre la cronaca riesce a raccontare ciò che accade davvero quando una porta si chiude alle spalle di una donna che ha paura. Non sempre le parole riescono a spiegare cosa significhi varcare la soglia di una caserma con il cuore in gola, la voce rotta, la vergogna addosso e la speranza ridotta a un filo sottile. A volte, però, una lettera riesce a fare quello che i numeri, i comunicati e le statistiche non possono.

È il caso della testimonianza resa pubblica dai Carabinieri di Matera, una lettera scritta da una donna vittima di violenza, che ha scelto di mettere nero su bianco la sua gratitudine. Non un atto formale, non un ringraziamento di circostanza, ma un racconto intimo, diretto, che restituisce senso e profondità a parole come ascolto, protezione, umanità.

«È solo un piccolo pensiero da una donna che sta vivendo uno dei periodi più difficili della propria vita. Sono qui a ringraziarvi per l’encomiabile lavoro svolto da tutti voi». Così inizia la lettera. Una frase semplice, quasi timida, che però apre uno squarcio su una realtà fatta di paura quotidiana, di fragilità, di giorni e notti in cui sentirsi al sicuro non è mai scontato.

La donna scrive ai Carabinieri non per raccontare l’orrore, ma per dire grazie. Un grazie che nasce dall’esperienza concreta di chi ha trovato, dall’altra parte di una scrivania, non solo una divisa ma persone. «Ognuno può pensare che in fondo proteggere la vita delle persone sia il vostro compito, in realtà personalmente percepisco un’attenzione e un impegno che mi fanno sentire al sicuro e umanamente protetta».

In quelle parole c’è la differenza tra il dovere e qualcosa che va oltre. Tra l’intervento previsto e l’attenzione non dovuta ma scelta. Perché chi arriva a chiedere aiuto dopo una violenza spesso non cerca solo tutela giuridica, ma qualcuno che sappia guardare senza giudicare, ascoltare senza interrompere, restare anche quando le lacrime prendono il sopravvento.

«Grazie per ogni volta che, varcando la vostra porta, mi avete accolta e ascoltata», scrive ancora. Accolta. Ascoltata. Due verbi che sembrano semplici, ma che per una donna che vive la violenza possono fare la differenza tra sentirsi colpevole e sentirsi finalmente riconosciuta come vittima.

Il passaggio più forte arriva quando la donna tocca uno dei nodi più dolorosi. «Grazie per non avermi mai fatta sentire giudicata, sebbene il mio unico errore sia stato quello di aver scelto l’uomo sbagliato e nessuna donna dovrebbe mai subire quello che io sto subendo». È una frase che pesa. Perché racconta il peso del senso di colpa, quella voce interna che tante vittime si portano addosso e che spesso la società, consapevolmente o meno, contribuisce ad alimentare.

Nel racconto emerge anche la dimensione più fragile, quella dei momenti di crollo. «Grazie per tutti i sorrisi che mi avete strappato mentre ero in lacrime e con i nervi scoperti. Grazie per la lucidità a cui mi avete riportata nei momenti in cui ero in totale panico». Qui la divisa smette di essere simbolo di autorità e diventa presenza, equilibrio, ancora.

Non è solo l’intervento in emergenza a fare la differenza, ma la continuità. «Grazie per tutte le volte in cui mi avete cercata, in momenti di allarme, per assicurarci che io non fossi in pericolo». Una frase che racconta una vigilanza silenziosa, fatta di telefonate, controlli, attenzioni che spesso restano invisibili ma che per chi vive nella paura valgono più di qualsiasi parola.

Il ringraziamento finale è forse il più potente. «Grazie se oggi, ogni volta che vedo una pattuglia dei carabinieri, io vedo persone che svolgono il proprio dovere con grande umanità». È il segno di una fiducia ricostruita, di uno sguardo che cambia. Dove prima c’era solo timore, ora c’è la percezione di una protezione possibile.

La lettera si chiude con una benedizione semplice e antica. «Che Dio vi benedica». Non serve altro.

I Carabinieri hanno scelto di pubblicare questa testimonianza non per autocelebrarsi, ma per ricordare il senso profondo del servizio: esserci quando qualcuno ha paura, ascoltare quando la voce trema, proteggere senza invadere, con umanità. E soprattutto per lanciare un messaggio chiaro, rivolto a tutte le donne che stanno vivendo situazioni simili: non siete sole.

In un tempo in cui la violenza contro le donne continua a riempire le cronache, questa lettera non cancella il dolore, ma accende una luce. Racconta che chiedere aiuto è possibile. Che dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad ascoltare. E che, a volte, la speranza inizia proprio da una porta aperta e da un «siamo qui».

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