Il freddo, nelle scuole, non è un dettaglio stagionale. È un termometro politico. Perché quando la temperatura scende sotto i limiti, non si abbassa solo il comfort: si incrina la fiducia, si blocca la normalità, si misura la capacità di un Comune di fare il proprio mestiere. E a Borgaro Torinese, almeno secondo l’opposizione, quel mestiere da mesi viene fatto male, o non viene fatto affatto.
L’ultimo episodio è datato e ha un luogo preciso: 19 gennaio 2026, plesso scolastico “Nicola Grosa”. È qui che si è verificata l’ennesima criticità legata alle temperature interne, un caso che ha generato preoccupazione diffusa tra numerosi genitori. Non un’allerta generica, ma un segnale netto: la scuola torna a essere un problema. E non per colpa degli studenti.
A partire da questo episodio, il gruppo Uniti per Cambiare, con Elisa Cibrario Romanin come prima firmataria insieme a Mattia Stievano e Luigi Spinelli, ha presentato un’interrogazione con risposta scritta indirizzata direttamente al sindaco Claudio Gambino. Non una nota polemica da social, ma un atto formale che mette in fila responsabilità, fatti, tempi e omissioni. E soprattutto pretende una cosa che, in certi municipi, sembra diventata merce rara: risposte verificabili.
La premessa dell’interrogazione è costruita come una cronaca amministrativa di lungo corso. La prima riga è già un’accusa: l’Istituto Comprensivo di Borgaro avrebbe trasmesso ripetute e circostanziate segnalazioni formali al Comune, nel tempo, denunciando criticità ricorrenti legate al mancato rispetto delle temperature interne. Tradotto: non è capitato una volta, non è un guasto imprevedibile, non è la “sfortuna”. È una storia ripetuta. E quando una storia si ripete, la casualità finisce, resta la gestione.
Il punto centrale è uno: le temperature nelle aule sarebbero risultate in più occasioni non conformi alla normativa vigente. Non “basse”, non “fastidiose”, non “poco piacevoli”. Non conformi. Parole pesanti, che spostano il problema dal livello del disagio a quello della responsabilità.
E infatti le conseguenze non si sono fermate al malumore. Le condizioni avrebbero determinato anche modifiche alle attività didattiche, in particolare nelle lezioni di educazione fisica. Se salta l’attività motoria, se una palestra non è utilizzabile perché fredda, non è più solo “un impianto che non funziona”: è scuola che perde pezzi. E i pezzi persi non li recuperi con una circolare.
Il documento insiste su un concetto semplice, ma che vale più di tanti slogan: diritto allo studio e tutela della salute. Gli studenti non sono ospiti in un edificio, sono cittadini minorenni in un luogo che dovrebbe essere protetto. E il Comune non è uno spettatore. La disponibilità di ambienti scolastici sicuri, salubri e adeguatamente riscaldati non è un favore, ma una condizione minima.
Qui arriva la parte più tagliente: le criticità, nonostante tutto, risultano tuttora persistenti, e questo farebbe emergere una gestione definita senza troppi giri di parole quantomeno discutibile. È un giudizio politico, certo. Ma poggia su una base concreta: se da ottobre arrivano segnalazioni, e a gennaio sei ancora qui a scrivere un’interrogazione, significa che qualcosa non ha funzionato. O non è stato fatto.
Il passaggio successivo, quello che dà spessore all’atto, è la cornice amministrativa: dal registro di protocollo del Comune risulterebbero svariate segnalazioni formali pervenute dall’Istituto Comprensivo a partire da ottobre. Questo, per Uniti per Cambiare, è il punto di non ritorno: la problematica non sarebbe episodica, ma protratta nel tempo. Ed è qui che la politica smette di descrivere e inizia a pretendere.
Perché in una scuola il freddo non è mai soltanto freddo. È bambini con giubbotti addosso. È genitori che chiamano, chiedono spiegazioni e non le ottengono. È personale scolastico che si arrangia. È la normalità che diventa eccezione.
L’interrogazione mette poi sul tavolo una responsabilità che l’amministrazione non può scrollarsi di dosso: il Comune è direttamente responsabile della manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici e del regolare funzionamento degli impianti di riscaldamento. Questa frase da sola è già una domanda: se siete responsabili, cosa avete fatto?

Ed ecco la parte operativa: otto quesiti, uno dopo l’altro, che stringono il sindaco Gambino tra date, atti, cause tecniche, interventi, costi e perfino penali contrattuali. Non c’è spazio per la risposta “stiamo monitorando”. Non basta dire “abbiamo contattato la ditta”. Qui si chiede nero su bianco.
Si domanda da quando il Comune era a conoscenza delle segnalazioni e quali atti formali siano stati adottati. Si chiede quali siano le cause tecniche documentate del mancato rispetto dei parametri minimi di temperatura, nelle scuole e nelle palestre. Si vuole sapere quali interventi siano stati eseguiti davvero, con date, costi, ditte incaricate ed esiti, e quali altri interventi strutturali siano programmati con tempi certi. E poi la domanda che spesso è quella che fa più rumore: sono stati fatti controlli tecnici, verifiche di conformità e collaudi funzionali? Se sì, vanno trasmessi gli esiti.
Ma il nervo scoperto, quello che porta il tema dal livello dell’impianto a quello della filiera, è un altro: il fornitore del calore. Il gruppo chiede se l’amministrazione abbia contestato formalmente disservizi e se abbia applicato penali o sanzioni contrattuali. E ancora: le criticità dipendono solo dagli impianti degli edifici scolastici o anche da eventuali inadempienze del fornitore? Con quali basi tecniche lo stabilite? Se il fornitore è responsabile, il Comune ha avviato azioni di contestazione o diffida? O non si è mosso, e in quel caso perché?
In fondo, la domanda vera è sempre la stessa: chi paga il prezzo di questa situazione? Se lo pagano gli studenti, se lo pagano i docenti, se lo pagano le famiglie, allora qualcosa non torna. Perché il prezzo non dovrebbe finire sulla pelle di chi, semplicemente, sta andando a scuola.
Uniti per Cambiare chiude in modo che suona come un avviso: il ripetersi di episodi del genere in edifici frequentati da minori viene definito non più tollerabile, né sul piano amministrativo né su quello politico. E si chiede una risposta scritta puntuale, completa e documentata, con allegati di tutti gli atti rilevanti: segnalazioni protocollate, verbali tecnici, contratti di fornitura, eventuali provvedimenti sanzionatori.
Il messaggio finale è chiaro: risposte evasive e ritardi saranno valutati sotto ogni profilo consentito, con l’attivazione di strumenti ispettivi e di tutela. È la politica che torna a fare ciò che dovrebbe fare: controllare, incalzare, pretendere. Senza applausi e senza promozione turistica.
Ora tocca all’amministrazione Gambino. Perché una scuola fredda non si riscalda con le parole. E se un Comune riceve segnalazioni da ottobre e arriva a gennaio con l’“ennesima criticità”, la domanda diventa inevitabile: stiamo parlando di un guasto o di un’abitudine?
E quando l’abitudine riguarda i bambini, non è più un problema tecnico. È una responsabilità pubblica.