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19 Gennaio 2026 - 21:10
Foto di repertorio
Studia Medicina all’Università di Torino, ha 28 anni, una carriera accademica già avviata e un futuro che rischia di spezzarsi a migliaia di chilometri di distanza. Faraz, nome di fantasia scelto per proteggerne l’identità, è omosessuale e si trova oggi bloccato in Iran, il suo Paese d’origine, dopo che gli è stato negato il visto di reingresso in Italia. Una decisione che, secondo i suoi legali, lo espone a un pericolo concreto per la propria vita.
A ricostruire la vicenda sono gli avvocati Andrea Giovetti e Wisam Zreg, che hanno depositato sabato scorso un ricorso al Tar del Lazio. Nel documento si sottolinea come l’orientamento sessuale del giovane, nella Repubblica islamica, rappresenti un fattore di rischio estremo: «Il suo orientamento sessuale in Iran, come è noto, è fonte di gravi ripercussioni, financo la pena di morte».

Foto di repertorio
Faraz è arrivato in Italia dopo aver già conseguito una laurea in veterinaria in Iran. Dopo un primo passaggio in un’altra regione, si è iscritto al corso di Medicina dell’ateneo torinese, dove ha completato con successo il percorso fino al quarto anno. Al 30 settembre, aveva già maturato 64 crediti formativi tra il 2023 e l’anno successivo. Il suo permesso di soggiorno per motivi di studio era in scadenza nel novembre 2024.
Nel luglio 2024 rientra temporaneamente in Iran, ma qui la situazione precipita. Una malattia rara lo costringe a letto per mesi. Nel frattempo arriva anche la convocazione per il servizio militare obbligatorio, che svolge tra gennaio e luglio 2025. Un periodo ridotto a sei mesi, rispetto ai 21 ordinari, proprio perché – come evidenziano i legali – l’obiettivo del giovane è tornare il prima possibile a Torino per riprendere gli studi. Durante quel periodo riesce anche a pubblicare un articolo scientifico di qualità, indicizzato Isi, a conferma della continuità del suo impegno accademico.
Nel tentativo di non perdere il titolo di soggiorno, Faraz delega un amico a presentare la domanda di rinnovo all’inizio del 2025. L’appuntamento in questura a Torino viene fissato per il 18 luglio 2025. Ma un ulteriore evento internazionale complica tutto: la guerra Iran-Israele del giugno 2025, con la conseguente chiusura dello spazio aereo. Dall’Iran, lo studente contatta la questura torinese spiegando l’impossibilità di rientrare. Gli viene risposto che dovrà presentarsi di persona per fissare un nuovo appuntamento.
È qui che il meccanismo si inceppa definitivamente. Senza una ricevuta valida, il permesso di soggiorno scaduto non gli consente di tornare in Italia. Nell’agosto 2025 è quindi costretto a chiedere un nuovo visto di reingresso. La risposta arriva il 10 novembre, ed è un colpo durissimo: l’Ambasciata d’Italia a Teheran rifiuta il visto perché «la questura di Torino ha espresso parere negativo al reingresso in territorio nazionale».
Dopo il rigetto, Faraz si affida all’avvocato Wisam Zreg, che interpella per due volte la questura per conoscere il contenuto del parere negativo. Nessuna risposta. Nel frattempo, sottolineano i legali, la sua permanenza in Iran avviene in un contesto segnato da rivolte e repressioni, un quadro che rende la situazione ancora più drammatica: «La permanenza in Iran in questo periodo […] è tale da mettere in pericolo la stessa sopravvivenza del ricorrente».
L’udienza per la richiesta di sospensiva del provvedimento non è ancora stata fissata. A oltre quattromila chilometri di distanza, Faraz resta in attesa che la giustizia italiana si pronunci. Torino, per lui, non è solo un’università da frequentare, ma l’unico luogo in cui può studiare e vivere liberamente, senza che la propria identità diventi una condanna.
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