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16 Gennaio 2026 - 07:06
VLADIMIR PUTIN PRESIDENTE RUSSIA, MASOUD PEZESHKIAN PRESIDENTE IRAN
Russia e Iran restano legati da un accordo ventennale che promette cooperazione strategica, ma a un anno dalla firma il rapporto mostra tutta la sua natura: un patto di interessi, non di valori. A Mosca, davanti all’Ambasciata dell’Iran, qualcuno deposita fiori e fotografie. Sono immagini di ragazzi e ragazze, alcuni appena maggiorenni, uccisi o arrestati durante la repressione delle proteste che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno attraversato l’Iran. È un gesto silenzioso, composto, che non ha nulla della manifestazione politica. È un omaggio. Il Cremlino, invece, tace.
Il silenzio pesa perché cade esattamente a un anno dalla firma del Trattato di partenariato strategico tra Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian, siglato il 17 gennaio 2025 a Mosca ed entrato pienamente in vigore il 2 ottobre 2025dopo un lungo iter di ratifica che ha coinvolto la Duma di Stato, il Consiglio della Federazione, l’Assemblea Consultiva Islamica e il Consiglio dei Guardiani. Vent’anni di cooperazione dichiarata in ambiti che vanno dalla difesa all’energia, dalla finanza ai trasporti, dalla sicurezza al settore tecnologico. Un’architettura solida, almeno sulla carta, che però evita accuratamente un punto: non esiste alcun obbligo di difesa reciproca. L’unica clausola vincolante prevede che, in caso di aggressione contro una delle due parti, l’altra non aiuti l’aggressore. È una formula che tutela entrambi e lascia ampi margini di manovra.

Mentre il trattato prendeva forma, in Iran la situazione interna precipitava. Il crollo del rial, un’inflazione fuori controllo e un malessere politico stratificato hanno acceso proteste diffuse a partire dal 28 dicembre 2025. Le richieste economiche si sono rapidamente trasformate in slogan di rottura con la Repubblica islamica. La risposta delle autorità è stata durissima: uso delle armi da fuoco contro manifestanti disarmati, arresti di massa, processi accelerati, condanne severe, incluse sentenze capitali. Le comunicazioni sono state quasi completamente oscurate, con il blocco di internet e tentativi di interferenza sulle connessioni satellitari come Starlink. Le cifre restano incerte e contestate, ma fonti indipendenti parlano di centinaia, forse migliaia di morti e di migliaia di arresti. Le organizzazioni che monitorano la situazione, come HRANA e Iran Human Rights (IHR), convergono su un dato: la risposta dello Stato è stata eccezionalmente violenta.
Di fronte a questo quadro, da Mosca non è arrivata alcuna condanna ufficiale. L’unica linea coerente espressa dalle autorità russe è stata la denuncia delle presunte ingerenze straniere. Il 12 gennaio 2026 il segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, Sergej Šojgu, ha parlato con il capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell’Iran, Ali Larijani, concentrandosi sui rischi di interferenze esterne. Due giorni dopo, il 14 gennaio, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha accusato gli Stati Uniti di minare l’ordine internazionale e di minacciare l’Iran, senza mai menzionare le violenze in corso nelle città iraniane. È una scelta lessicale precisa: il discorso pubblico si concentra sulle colpe altrui e ignora le vittime interne.
Questa postura riflette una logica di realpolitik. Per la Russia, indebolita dalle sanzioni occidentali e impegnata nella guerra in Ucraina, l’Iran è un partner essenziale per aggirare restrizioni economiche, coordinare politiche energetiche e, secondo numerose fonti occidentali, ottenere forniture militari come droni e munizionamenti. Il partenariato strategico è pensato per resistere alla pressione esterna, non per interferire negli affari interni di un alleato. L’assenza di un obbligo di mutua difesa consente a Mosca di sostenere Teheran sul piano diplomatico senza assumersi i costi di un coinvolgimento diretto qualora la crisi degenerasse.
Gli analisti citati da Al Jazeera sottolineano come, nei primi giorni delle proteste, a Mosca si sia diffusa la convinzione che l’ondata avesse già raggiunto il suo picco e che il regime fosse in grado di contenerla. Questo calcolo spiega la prudenza, o il silenzio, del Cremlino. Una volta verificata la tenuta del potere iraniano, sono tornati i messaggi standard contro le ingerenze occidentali. È una linea già vista in altri contesti, dal Venezuela ad altri Paesi sotto sanzioni: condanna dell’uso della forza quando proviene dall’Occidente, richiamo al principio di non ingerenza quando a reprimere è un alleato.
Nel frattempo, a Mosca, i cittadini che lasciano fiori davanti all’ambasciata iraniana raccontano un’altra storia. Raccontano uno scarto evidente tra gesti privati e retorica ufficiale. Non è la prima volta che nella capitale russa compaiono memoriali spontanei davanti alle sedi diplomatiche dopo tragedie internazionali. Anche questa volta il gesto è sobrio, privo di slogan, ma il suo significato è chiaro: riconoscere le vittime laddove il potere preferisce guardare altrove.
Il paradosso è che il partenariato strategico tra Russia e Iran, presentato come un accordo di lungo periodo, funziona proprio perché evita di affrontare le questioni più scomode. Non è un’alleanza ideologica, ma un contratto di necessità in un contesto segnato da sanzioni, conflitti e catene di approvvigionamento da ricostruire. Mosca difende i propri interessi con una disciplina rigorosa del linguaggio: molte parole su legalità internazionale e sovranità, pochissime sulle persone colpite dalla repressione.
Questo silenzio ha conseguenze. Per l’Iran significa poter contare su un sostegno politico minimo ma utile nei fori internazionali. Per la Russia significa preservare canali energetici e militari e consolidare un asse anti-sanzioni senza esporsi oltre misura. Per l’Occidente è un test sulla coerenza di Mosca quando i principi invocati vengono violati da un alleato. Per la società russa, infine, resta la distanza tra ciò che alcuni cittadini sentono il bisogno di esprimere e ciò che lo Stato sceglie di non dire.
Le priorità del Cremlino restano altrove: l’Ucraina, la stabilità economica interna, il controllo del consenso. In questo equilibrio, l’Iran è un dossier rilevante ma non decisivo. Da qui la scelta di un profilo basso, di avvisi cautelativi ai turisti russi in Iran, della continuità degli scambi e del coordinamento diplomatico su Israele e Stati Uniti senza avventurismi. È la traduzione pratica del trattato: cooperazione ampia, nessun obbligo bellico, nessuna presa di posizione sulla repressione.
L’immagine dei fiori davanti all’ambasciata iraniana a Mosca resta come un promemoria. A un anno dal partenariato strategico, la Russia mostra di saper difendere i propri interessi evitando accuratamente di nominare ciò che potrebbe incrinarli. È una strategia efficace nel breve periodo, ma che nel tempo presenta sempre un conto sotto forma di credibilità e di fiducia, anche all’interno della propria società.
Fonti: Al Jazeera, Reuters, Associated Press, HRANA, Iran Human Rights, Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Cremlino, Duma di Stato, Consiglio della Federazione.
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