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Olio italiano, la svolta da mezzo miliardo: un piano per rilanciare produzione e filiera

Arriva il primo Piano nazionale dell’olio: più risorse, strategia unica e obiettivo +25%

Olio italiano

Olio italiano, la svolta da mezzo miliardo: un piano per rilanciare produzione e filiera

L’olio d’oliva torna al centro della strategia agricola nazionale. Non come simbolo retorico del made in Italy, ma come comparto produttivo da rimettere in ordine, rafforzare e rendere competitivo in modo strutturale. È questo l’obiettivo del primo Piano nazionale dell’olio, un documento atteso da anni che ora si avvicina al via libera definitivo e che, nei numeri, vale quasi 500 milioni di euro in cinque anni. Una cifra che racconta la portata dell’intervento e, allo stesso tempo, la consapevolezza di quanto il settore oleicolo sia strategico per l’economia agricola italiana.

Dopo l’ultimo tavolo di confronto al Ministero dell’Agricoltura, che ha riunito tutte le categorie della filiera, si è aperta una finestra di quindici giorni per eventuali osservazioni. Se i tempi verranno rispettati, il Piano approderà entro metà febbraio in Conferenza Stato-Regioni, ultimo passaggio prima dell’approvazione formale. A confermarlo è stato il sottosegretario all’Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra, che ha parlato apertamente di una svolta attesa e necessaria.

Il cuore del Piano è un obiettivo tanto ambizioso quanto misurabile: aumentare la produzione nazionale di olio di almeno il 25%. Un traguardo che, come ha sottolineato La Pietra, non è affatto scontato, perché riguarda coltivazioni i cui effetti si vedono nel medio periodo. Nell’olivicoltura, i risultati non arrivano in pochi mesi: servono anni, investimenti continui, scelte coerenti. Proprio per questo, la parola chiave del Piano è una sola: strategia.

Per troppo tempo, il settore ha sofferto una frammentazione degli interventi. Fondi europei, nazionali e regionali dispersi in mille rivoli, spesso senza una direzione comune. Il Piano nazionale dell’olio nasce per rimettere ordine, per ottimizzare le risorse disponibili e indirizzarle verso obiettivi condivisi, evitando sovrapposizioni e sprechi. Non un elenco di buone intenzioni, ma una cornice dentro cui far rientrare politiche, investimenti e scelte produttive.

Le risorse messe in campo raccontano bene l’ampiezza dell’operazione. Quasi 300 milioni di euro arrivano dal provvedimento ColtivaItalia, con 50 milioni per ciascuno degli anni 2026 e 2027 e ben 200 milioni concentrati nel 2028. A questi si aggiungono 175 milioni di euro di fondi europei, pari a 35 milioni l’anno per cinque anni. Un mix di risorse che punta a dare continuità agli interventi, evitando la logica dei finanziamenti spot.

Ma il Piano non guarda solo al futuro: affronta anche le fragilità del presente. Un capitolo centrale riguarda infatti gli uliveti abbandonati, una ferita aperta in molte aree del Paese. Campi lasciati a se stessi, spesso non più economicamente sostenibili, che diventano un problema ambientale e produttivo. Recuperarli significa aumentare la superficie effettivamente produttiva, ma anche ridurre il rischio idrogeologico e restituire valore a territori marginali.

Altro fronte cruciale è quello delle fitopatie, a partire dalla Xylella, che negli ultimi anni ha devastato intere aree del Sud, in particolare in Puglia. Il Piano prevede interventi mirati per il contenimento delle malattie, il reimpianto di varietà resistenti e il rafforzamento della ricerca scientifica. Perché senza una risposta strutturata alle emergenze fitosanitarie, qualsiasi strategia di crescita rischia di rimanere sulla carta.

I numeri del comparto aiutano a capire perché questo Piano sia considerato una priorità. L’Italia conta circa un milione di ettari di superficie olivicola, in gran parte specializzata. La produzione nazionale, dopo anni altalenanti, è stimata in crescita fino a 300mila tonnellate per la campagna 2025/26. Un segnale incoraggiante, che però non basta a colmare il divario con i principali competitor internazionali, soprattutto la Spagna.

Sul fronte commerciale, i dati sono ancora più significativi. Nel 2024 l’export di olio italiano ha registrato un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente. Un balzo che conferma la forza del marchio Italia sui mercati esteri, ma che mette anche in evidenza una contraddizione strutturale: esportiamo sempre di più, ma spesso non produciamo abbastanza. Da qui la necessità di rafforzare la base produttiva nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni di olio estero, spesso utilizzato per soddisfare la domanda internazionale.

Il Piano nazionale dell’olio prova a tenere insieme tutte queste dimensioni: produzione, qualità, sostenibilità, competitività. Non si limita a spingere sulla quantità, ma mira a rafforzare il valore aggiunto dell’olio italiano, puntando su tracciabilità, innovazione, organizzazione della filiera e aggregazione tra produttori. In un settore storicamente frammentato, dove convivono grandi aziende e micro-produttori, la capacità di fare sistema è una delle sfide più complesse.

Il passaggio in Conferenza Stato-Regioni sarà decisivo anche per questo motivo. Le Regioni, che hanno competenze dirette sull’agricoltura, dovranno sentirsi parte di un progetto comune, non semplici esecutrici. Il rischio, altrimenti, è quello di tornare alla logica delle politiche a macchia di leopardo, con risultati disomogenei e difficili da valutare.

Se approvato nei tempi previsti, il Piano nazionale dell’olio segnerà un punto di svolta per un settore che è insieme economia, paesaggio, cultura e identità. Non basterà un documento a risolvere problemi strutturali che si trascinano da decenni, ma avere una direzione chiara è il primo passo. In un Paese che spesso rincorre le emergenze, l’idea di programmare su cinque anni, con obiettivi misurabili e risorse certe, rappresenta già una notizia. E, per l’olio italiano, forse anche un’occasione da non sprecare.

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