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Olio, povertà e passerelle: l'elemosina della sindaca Elena Piastra con "quel che avanza"

Oltre cento litri di olio donati all'Emporio solidale di Settimo Torinese: la celebrazione della sindaca Elena Piastra mette in luce un modello di welfare basato su donazioni ed eccedenze che rischia di normalizzare la povertà

Olio, povertà e passerelle: l'elemosina della sindaca Elena Piastra con "quel che avanza"

Olio, povertà e passerelle: l'elemosina della sindaca Elena Piastra con "quel che avanza"

Oltre cento litri di olio extravergine di oliva biologico arrivano all’Emporio solidale di Settimo Torinese. La donazione è firmata Pilkington Italia, parte del gruppo NSG, e proviene dagli olivi di San Salvo, in Abruzzo. Un gesto concreto, utile, persino prezioso per chi, ogni giorno, fa i conti con una difficoltà economica che non è più un’eccezione, ma una condizione diffusa.

La donazione, in sé, non è il problema. Anzi. Il problema nasce nel momento in cui quel gesto viene inglobato, rilanciato e celebrato attraverso la comunicazione istituzionale del Comune, trasformandosi da atto solidale privato a racconto pubblico del “welfare che funziona”. Con tanto di foto ufficiali, dichiarazioni politiche e cornice narrativa rassicurante.

In prima fila, come sempre quando si tratta di comunicare, c’è la sindaca Elena Piastra. Non come semplice testimone di una donazione privata, ma come garante e narratrice di un modello che viene presentato come successo amministrativo. Un modello che però vive anche di ciò che il pubblico non riesce – o non vuole più – garantire da solo (lo dice lei).
Non si tratta di un eccesso di comunicazione o di una svista narrativa: è una scelta politica precisa, rivendicata e difesa, che affida al racconto il compito di compensare ciò che manca nelle politiche strutturali.

L’Emporio solidale viene descritto come un progetto cardine del sistema di welfare cittadino. Circa 150 nuclei familiari, selezionati tramite bando, ricevono una tessera a punti per fare la spesa senza pagare. Un modello che viene presentato come emancipante, orientato all’autonomia, inserito in una rete che va “oltre l’aiuto economico”. Una formula elegante, che però rischia di nascondere una verità molto più ruvida.

Perché quel welfare che oggi si racconta come elemento strutturale non si fonda su nuove politiche pubbliche, ma su donazioni aziendali, su fondi europei, sul recupero dell’invenduto e sul cibo non consumato nelle mense scolastiche. In altre parole: su ciò che avanza. Non ce lo stiamo inventando: è proprio scritto così.
Una scelta che l’amministrazione non subisce, ma accompagna e legittima, presentandola come modello virtuoso invece che come segnale di allarme.

Ed è qui che il racconto smette di essere neutro e diventa profondamente politico. Il rischio non è teorico, è concreto: normalizzare l’idea che chi è in difficoltà debba vivere grazie alle eccedenze. Avanza il cibo, avanzano i prodotti, avanzano le rimanenze di magazzino. E insieme avanzano i buoni sentimenti, confezionati in comunicati, post social e fotografie ben composte.

Tutto questo è lodevole, finché resta risposta a un’emergenza. Ma quando l’emergenza si cronicizza e viene raccontata come sistema, il confine si spezza. Perché a quel punto non si parla più di diritti, ma di concessioni. Non di ciò che spetta, ma di ciò che resta. Non di redistribuzione della ricchezza, ma di redistribuzione dell’avanzo.
Ed è un cambio di paradigma che ha un volto politico preciso, perché viene promosso, raccontato e difeso da chi governa la città, cioè dalla sindaca Elena Piastra.

In questo schema, apparentemente, tutto funziona. Le aziende donano e migliorano la propria immagine sociale. Le istituzioni ringraziano e certificano la bontà del modello. La città si racconta solidale. Ma sotto questa superficie ordinata si consuma uno slittamento silenzioso: la povertà non viene più combattuta, viene amministrata.

È una povertà resa presentabile, addomesticata, compatibile con la narrazione pubblica. Una povertà che non disturba, perché viene gestita con discrezione e raccontata con orgoglio. Una povertà che diventa quasi necessaria al racconto stesso, perché senza bisogno non c’è solidarietà da esibire, senza eccedenze non c’è welfare da celebrare.

Le immagini diffuse raccontano esattamente questo equilibrio. Amministratori, rappresentanti aziendali, scatoloni impilati con cura. La povertà resta fuori campo, ridotta a numero, a categoria, a destinatario anonimo. Non per distrazione, ma perché è più comoda così: astratta, silenziosa, utilizzabile senza creare imbarazzo.

Quando un Comune arriva a raccontare il proprio welfare attraverso le donazioni private, la domanda non è più se il sistema funzioni, ma per chi funzioni davvero. Perché un welfare che regge sulle eccedenze non elimina le disuguaglianze, le rende semplicemente gestibili. E soprattutto comunicabili.

È a questo punto che la solidarietà, pur restando un gesto umano e spesso sincero, smette di essere un valore e diventa un alibi. L’alibi perfetto per dire che “si fa qualcosa”, evitando però di affrontare ciò che sarebbe davvero scomodo: il buono mensa, le tariffe dei parcheggi, l'Imu, la Tari... Tutte quelle spese gestite dal Comune e che possono rendere difficile la vita delle famiglie.

L’olio arriverà sugli scaffali dell’Emporio, e servirà. Ma la domanda resta lì, ostinata e fastidiosa: vogliamo un welfare che riduca la povertà o uno che impari a conviverci, raccontandola nel modo più rassicurante possibile?

Perché finché il sistema si regge su ciò che avanza, il rischio è uno solo: che a forza di gestire l’emergenza, l’emergenza diventi il sistema.

E non è nemmeno la prima volta che l’Emporio solidale viene utilizzato come palcoscenico narrativo dall’amministrazione guidata dalla sindaca Elena Piastra.

Basta tornare indietro di qualche annetto, al 2024, quando sulle pagine di questo giornale finì il progetto “Farina del nostro sacco”. Anche allora l’Emporio era il destinatario finale di un’iniziativa presentata come simbolo di legalità, riscatto e solidarietà. Anche allora la retorica superava di gran lunga la sostanza.
Non un errore isolato, ma la riproposizione dello stesso schema: molta narrazione, pochi risultati misurabili, e una forte esposizione politica a fronte di un impatto sociale tutto da dimostrare.

I numeri, nero su bianco, parlavano chiaro: 52.520 euro complessivi di fondi pubblici, divisi equamente tra cofinanziamento e contributo, per produrre circa 18–20 quintali di farina coltivando grano “bandiera” su un terreno di 3.500 metri quadrati confiscato alla mafia, a Mezzi Po. Un progetto venduto come esempio virtuoso di riutilizzo sociale dei beni confiscati, ma che alla prova dei conti mostrava tutta la sua fragilità.

Il costo? Circa 2.500 euro a quintale. Una cifra che strideva violentemente con qualsiasi logica di sostegno concreto alle famiglie in difficoltà, se si considera che con la stessa somma si sarebbero potuti acquistare migliaia di quintali di farina già pronta, aiutando immediatamente molte più persone. Ma l’obiettivo, evidentemente, non era l’efficacia. Era il racconto, era la foto, come sempre.

Anche allora la sindaca Elena Piastra parlava con entusiasmo di solidarietà, legalità, educazione civica, annunciando che quella farina sarebbe finita sugli scaffali dell’Emporio solidale per aiutare 438 persone. Un numero importante, evocato più per rafforzare la narrazione che per misurare l’impatto reale dell’operazione. Perché la domanda, semplice e scomoda, restava inevasa: quante famiglie si potevano aiutare subito e meglio con 52.000 euro spesi in modo diretto?

La risposta non arrivava. Al suo posto, slogan. “Dal male al bene”. “Farina del nostro sacco”. Parole che funzionano bene nei comunicati, molto meno quando si parla di povertà vera, quotidiana, fatta di bollette, affitti, spesa e lavoro che manca. Ancora una volta, la solidarietà veniva caricata di significati simbolici, educativi, identitari, mentre il bisogno concreto restava sullo sfondo.

Il filo che lega quella vicenda alla donazione dell’olio di oggi è evidente. Cambiano i prodotti, non cambia l’impostazione. Il welfare raccontato più che costruito, e l’Emporio solidale come spazio ideale per mettere in scena un modello che privilegia il valore comunicativo rispetto all’efficacia sociale. 

Nel caso della farina, addirittura, la retorica della legalità arrivava a sfiorare la superficialità, riducendo un tema complesso come la lotta alla mafia a un progetto agricolo ad alto costo e basso rendimento. Come se educare alla legalità significasse coltivare un campo, e non invece vigilare sulla formazione delle classi dirigenti, sulla selezione delle candidature, sulla capacità delle istituzioni di tenersi lontane da quella “zona grigia” che le inchieste giudiziarie in Piemonte denunciano da anni.

Oggi come allora, il problema non è l’Emporio solidale. Il problema è l’uso politico che se ne fa. Un uso che consente all’amministrazione Piastra di rivendicare un welfare “attivo” senza affrontare il nodo centrale: perché le persone hanno bisogno dell’Emporio? E perché le risposte continuano a passare da progetti simbolici, donazioni private ed eccedenze, invece che da politiche strutturali.

Messa in fila, la storia è coerente. Prima la farina a peso d’oro, oggi l’olio celebrato a colpi di post. In mezzo, la stessa idea di solidarietà: molto raccontata, poco misurata, sicuramente fotogenica.

Un’idea che funziona finché non si fanno i conti, e finché nessuno chiede se il welfare debba davvero ridursi a questo.
Perché quando il welfare diventa un post su Facebook, chi governa smette di rispondere dei risultati e inizia a vivere di consenso costruito sulle eccedenze.

Gestione dell’avanzo

La sindaca Elena Piastra governa una città moderna (o rimbambita). Talmente moderna  (o rimbambita) che ha capito prima di altri dove stava andando il mondo: verso ciò che avanza.

A Settimo Torinese non si produce, si intercetta. Non si crea, si raccoglie. Non si risolve, si valorizza. È una politica sobria, sostenibile, attenta a non sprecare nulla. Soprattutto le occasioni per le foto...

Quando avanza qualcosa, la sindaca c’è. Non per caso. È una vocazione. L’avanzo è un momento delicato: va maneggiato con cura, spiegato bene, messo in ordine. Non puoi lasciarlo lì senza un commento e una foto...

Così l’avanzo diventa progetto. Poi sistema. Poi modello. È un percorso naturale. Come la lievitazione.

Il bello dell’avanzo è che non chiede decisioni. Non crea conflitti. Non espone a errori. È già successo tutto. Tu arrivi dopo, ringrazi, sorridi, racconti. Governi. Foto...

La povertà, in questo schema, è una presenza necessaria ma discreta. Come un mobile di design: c’è, serve a dare senso all’ambiente, ma non deve attirare l’attenzione. Non deve parlare. Non deve cambiare.

La sindaca parla di comunità. È una comunità gentile, dove ognuno fa la sua parte senza pretendere troppo. Chi ha, dona. Chi governa, spiega. Chi manca, aspetta. È una divisione dei ruoli molto chiara.

A Settimo il welfare non promette. Non osa. Non rischia. Si limita a funzionare finché funziona. E quando qualcosa non funziona, pazienza: arriverà qualcos’altro che avanza.

È una politica rassicurante, quella dell’avanzo. Non sbaglia mai, perché non sceglie. Non delude, perché non promette. Non costa, perché arriva dopo.

Qualcuno potrebbe pensare che governare significhi prevenire. Ma è un’idea vecchia. Il futuro, oggi, è presentarsi bene quando il passato ha già fatto tutto. E infatti la sindaca Elena Piastra non governa il cambiamento. Amministra il resto.

Che, a giudicare da come va, è la risorsa più abbondante che abbiamo.

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