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17 Gennaio 2026 - 21:21
Si è chiusa dopo oltre cinque ore l’assemblea nazionale di Askatasuna, convocata al Campus Luigi Einaudi di Torino, che ha riunito centinaia di persone e numerose delegazioni provenienti da altri centri sociali e da realtà antagoniste di tutta Italia. Un appuntamento lungo e partecipato, scandito da oltre cinquanta interventi, che ha rappresentato uno dei momenti più rilevanti di confronto e rilancio politico dopo lo sgombero della palazzina di corso Regina Margherita 47, avvenuto lo scorso 18 dicembre, occupata dagli autonomi per circa trent’anni.
L’assemblea si è svolta in un clima di forte attenzione e mobilitazione, con interventi che hanno attraversato temi politici, sociali e organizzativi, tenendo come filo conduttore proprio lo sgombero e il significato che, secondo i partecipanti, assume nel quadro più ampio delle politiche nazionali. Al termine dei lavori, gli organizzatori hanno invitato tutti i presenti a uscire dal Campus per dar vita a un corteo che ha attraversato le vie del quartiere Vanchiglia, con arrivo simbolico davanti alla palazzina sgomberata.
Nel discorso conclusivo, affidato ai militanti di Askatasuna, il tono si è fatto esplicitamente politico e rivendicativo. «Il governo Meloni ha sbagliato i suoi calcoli, il popolo resiste», hanno affermato, parlando di un esecutivo che, a loro giudizio, «odia e struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata». Un passaggio accompagnato dalla sottolineatura che «è chiaro che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa», nonostante i segnali che arriverebbero dal governo in termini di controllo e repressione.
L’intervento di chiusura ha poi guardato oltre l’appuntamento torinese, indicando una data già cerchiata in rosso sul calendario dei movimenti antagonisti. «Il popolo rilancia», hanno detto dal palco, annunciando che il 31 gennaio, giorno in cui a Torino è previsto un corteo nazionale, sarà «una mobilitazione popolare, a cui ognuno può partecipare con le proprie specificità e le proprie differenze». L’obiettivo dichiarato è quello di costruire «una massa eterogenea», richiamando esplicitamente l’esperienza della Valle di Susa come modello di mobilitazione plurale e trasversale.
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