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Repole sogna l’Unesco: «Il chilometro della carità patrimonio dell’umanità»

L’arcivescovo di Torino lancia la proposta durante l’inaugurazione della statua dedicata a Giulia di Barolo: un chilometro quadrato di città, da Valdocco al Cottolengo, come simbolo di un’umanità che resiste

Repole sogna l’Unesco: «Il chilometro della carità patrimonio dell’umanità»

Repole sogna l’Unesco: «Il chilometro della carità patrimonio dell’umanità»

TORINO – Non una chiesa, non un palazzo, non un monumento isolato. Ma un intero pezzo di città. Un chilometro quadrato di strade, cortili, opere, storie, volti e scelte radicali. È qui che l’arcivescovo di Torino Roberto Repole ha deciso di lanciare il suo “sogno”: candidare quello che lui stesso ha definito il chilometro quadrato della carità a Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Lo ha fatto questa mattina a Palazzo Barolo, durante la cerimonia inaugurale della scultura dedicata alla marchesa Giulia di Barolo, davanti alle massime autorità civili cittadine e regionali. Un contesto tutt’altro che casuale, perché è proprio in quell’area che si concentra una densità umana, sociale e spirituale che non ha eguali.

Repole parla di una “città nella città”, un’area relativamente piccola per estensione ma gigantesca per ciò che rappresenta nella storia di Torino, dell’Italia e – azzarda – dell’umanità. Dentro quel perimetro simbolico stanno Palazzo Barolo e il Distretto Sociale Barolo, il Santuario della Consolata, il Valdocco di don Bosco, il Cottolengo di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, fino al Sermig. Luoghi diversissimi tra loro, ma uniti da un filo rosso preciso: la scelta di stare dalla parte degli ultimi, di trasformare la carità in istituzioni, in azioni concrete, in modelli sociali che hanno attraversato i secoli e continuano a vivere ancora oggi.

«Mi piace pensare che questa statua sia un faro posto in una piccola cittadella», ha detto l’arcivescovo, spiegando che quel chilometro quadrato non è solo una somma di edifici storici, ma un racconto collettivo fatto di persone, relazioni, sofferenze accolte e dignità restituite. Ed è proprio qui che arriva il passaggio più politico e più attuale del suo intervento: “Viviamo tempi in cui tutto diventa patrimonio dell’umanità, ma il pericolo è che si stia perdendo l’umanità”. Una frase che ribalta il senso stesso delle candidature UNESCO, spesso concentrate su bellezza, architettura e turismo, per riportare il discorso su ciò che conta davvero.

Per Repole, infatti, “il più grande patrimonio dell’umanità è l’umanità stessa”. E la vicenda storica di questo pezzo di Torino dimostra, secondo l’arcivescovo, che è possibile rimanere umani insieme, a partire dagli ultimi, dai poveri, dagli esclusi, trasformando la compassione in strutture durature, in comunità, in risposte concrete. Non un’umanità astratta o celebrata a parole, ma vissuta giorno dopo giorno, dentro la fatica della città reale.

La figura della marchesa Giulia di Barolo, al centro della cerimonia di oggi, diventa così il simbolo perfetto di questo racconto. Una donna che tra Settecento e Ottocento seppe leggere le ferite del suo tempo e rispondere non con l’elemosina, ma con opere sociali innovative, lasciando un’eredità che ancora oggi plasma il tessuto urbano e umano di Torino. Non a caso, proprio da Palazzo Barolo parte questo “sogno” che Repole non nasconde essere ambizioso, forse persino utopico, ma necessario.

«È un sogno che lancio qui perché mi sembra il luogo giusto», ha detto, senza nascondere i dubbi sulla sua realizzabilità. “Chissà se potrà avverarsi. In ogni caso non è brutto sognare”. Parole semplici, ma cariche di significato, che chiamano in causa direttamente le istituzioni civili, culturali e politiche presenti in sala. Perché una candidatura UNESCO di questo tipo non sarebbe solo un riconoscimento internazionale, ma una presa di posizione culturale forte: affermare che una città può essere patrimonio dell’umanità non solo per ciò che mostra, ma per ciò che fa, per come si prende cura dei più fragili.

Ora resta da capire se quel sogno resterà una suggestione o se diventerà un progetto concreto. Di certo, l’idea lanciata da Roberto Repole apre una riflessione profonda su Torino e sulla sua identità più autentica. Non la città delle cartoline, ma quella che ha saputo trasformare la carità in sistema, la fede in impegno sociale, la fragilità in valore condiviso. E forse, in tempi in cui tutto viene certificato e classificato, ricordare che il vero patrimonio da difendere è l’umanità stessa non è solo un sogno. È una necessità.

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