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17 Gennaio 2026 - 12:11
Il ministro Zangrillo attacca la magistratura: "Non è credibile che il 99% dei magistrati sia eccellente", e rilancia sul referendum (immagine di repertorio)
«Non è credibile un sistema in cui quasi il 99 per cento dei magistrati risulta eccellente. Servono criteri più rigorosi di valutazione che premino i risultati e sanzionino gli errori gravi». Le parole pronunciate oggi ad Alessandria dal ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, durante un incontro a sostegno della riforma della giustizia in vista del referendum del 22 e 23 marzo, non sono un’uscita isolata né una semplice osservazione tecnica. Si inseriscono invece in una polemica antica e strutturale che attraversa la storia politica italiana degli ultimi trent’anni, in particolare lungo l’asse del centrodestra.
Il nodo sollevato da Zangrillo riguarda il sistema di valutazione dei magistrati, che secondo il ministro rischia di essere autoreferenziale e poco credibile agli occhi dell’opinione pubblica. «Il merito è un valore che deve valere per tutte le grandi organizzazioni dello Stato», ha aggiunto, collegando il tema della giustizia non solo agli addetti ai lavori ma ai diritti delle persone, alla fiducia nelle istituzioni e alla qualità della democrazia. Un discorso che, nelle intenzioni, punta a rafforzare l’idea di una riforma necessaria, ma che inevitabilmente riaccende una contrapposizione mai sopita.

Paolo Zangrillo
Per comprendere il peso politico di queste dichiarazioni bisogna tornare indietro, agli anni Novanta, quando l’inchiesta Mani Pulite travolse la Prima Repubblica e aprì una stagione di profonda diffidenza reciproca tra una parte della politica e la magistratura. Con l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, quella diffidenza divenne scontro frontale. Il leader di Forza Italia parlò a più riprese di “toghe rosse” a inizio anni Duemila, accusando una parte della magistratura di essere politicizzata e di usare le indagini come strumento di lotta politica. In quegli anni nacque un linguaggio che avrebbe segnato a lungo il dibattito pubblico: giudici accusati di “fare opposizione”, processi letti come attacchi personali, e una serie di leggi ad personam pensate, secondo i critici, per risolvere o attenuare i problemi giudiziari del leader di centrodestra.
Quella stagione non si è mai davvero chiusa. Anche dopo l’uscita di scena di Berlusconi, la questione del rapporto tra magistratura e potere esecutivo è rimasta uno dei terreni più sensibili. Con il governo guidato da Giorgia Meloni, il conflitto si è riproposto in forme diverse ma con toni spesso simili. Da un lato, l’esecutivo ha più volte denunciato una magistratura descritta come ostile o politicizzata, soprattutto su alcuni dossier chiave come immigrazione, sicurezza e diritti civili. Dall’altro, le toghe hanno rivendicato il proprio ruolo di garanzia costituzionale, sottolineando che il loro compito non è assecondare la maggioranza politica del momento, ma applicare la legge e la Costituzione.
Negli ultimi mesi questo scontro è emerso con particolare forza sul tema dei migranti e dei Centri di permanenza per il rimpatrio in Albania. In più occasioni, i magistrati hanno bloccato o sospeso provvedimenti governativi ritenuti in contrasto con norme superiori, dal diritto europeo alla Costituzione italiana. Decisioni che l’esecutivo ha letto come un’ingerenza politica, mentre la magistratura ha rivendicato come esercizio pieno e legittimo della funzione di controllo di legalità. È uno dei punti più delicati del confronto: quando il giudice ferma un atto del governo, sta ostacolando una scelta politica o sta semplicemente applicando il principio di gerarchia delle fonti?
Dentro questa cornice si collocano anche i casi di malagiustizia, che ciclicamente riaccendono l’indignazione pubblica e alimentano le richieste di riforma. Errori giudiziari, detenzioni ingiuste, processi durati decenni conclusi con assoluzioni tardive hanno segnato la vita di singoli cittadini e lasciato ferite profonde. Sono episodi reali, documentati, che pongono interrogativi legittimi sulla responsabilità e sulla valutazione dell’operato dei magistrati. È anche su questo terreno che attecchisce l’argomento di Zangrillo: se quasi tutti risultano eccellenti, come spiegare gli errori gravi che pure esistono?
Allo stesso tempo, però, il quadro resta complesso e non riducibile a uno scontro binario. La magistratura italiana non è un corpo monolitico e, negli stessi anni in cui è stata accusata di protagonismo politico, ha svolto un ruolo decisivo nel contenimento di norme giudicate illegittime, nel richiamo al rispetto dei diritti fondamentali e nella difesa dell’equilibrio tra poteri. È un ruolo che la Costituzione assegna esplicitamente ai giudici e che diventa particolarmente visibile nei momenti di maggiore tensione istituzionale.
Il referendum del 22 e 23 marzo, richiamato dallo stesso Zangrillo come «un passaggio importante per rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni», si inserisce dunque in una storia lunga e irrisolta. Da una parte c’è la richiesta, avanzata da una parte del centrodestra, di una giustizia più “valutabile”, più legata a criteri di merito e responsabilità individuale. Dall’altra c’è il timore che interventi troppo incisivi possano indebolire l’indipendenza della magistratura, trasformando la valutazione in uno strumento di pressione.
In mezzo resta l’opinione pubblica, spesso disorientata da un dibattito che oscilla tra denunce di corporativismo e allarmi sul rischio di una giustizia piegata alla politica. Le parole di Zangrillo non fanno che riportare alla superficie questa frattura, ricordando quanto il tema della giustizia, in Italia, sia molto più di una questione tecnica. È uno specchio fedele delle tensioni tra poteri dello Stato, delle paure accumulate negli anni e di una fiducia che continua a essere fragile, sospesa tra richieste di riforma e difesa delle garanzie costituzionali.

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