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16 Gennaio 2026 - 19:00
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Questa mattina, mercandin e clienti si sono ritrovati con una bella pozzanghera ghiacciata in piazza del mercato. Quando piove c’è l’acqua e quando fa freddo l’acqua ghiaccia. Un problema che si ripete uguale, identico, da anni. Da sempre. Da quando il mercato è stato spostato qui, in una vasta area che si estende tra via Circonvallazione e la collina di Monte Giuliano. Qui, manco a dirlo, è ormai diventato impossibile lavorare. Perché le bancarelle sprofondano. Perché i tombini saltano ogni volta che piove. Ma anche e soprattutto perché, a causa delle tante buche, non c’è sicurezza per i clienti: più di un anziano è già caduto e si è fatto male.
Ed è vero che c’è stato un tempo, almeno fino agli anni ’80, in cui Ivrea, tutti i venerdì, si risvegliava frenetica, con i mercandin pronti ad occupare ogni spazio. In piazza Ottinetti le scarpe, sul Lungo Dora l’abbigliamento e da piazza Balla in su i generi alimentari. Se lo ricordano ancora in tanti.
“La città si bloccava per un’intera mattinata…” ci aveva raccontato Pier Giuseppe Gillio, musicologo e docente di drammaturgia musicale al Conservatorio di Novara, con un passato da consigliere comunale d’opposizione.
Poi, a un certo punto, arrivò la decisione di spostare tutto in un unico posto, cioè dove si trova oggi, non prima della copertura del lago di città.
“Ero seduto in consiglio comunale tra i banchi dell’opposizione – ricordava Gillio – Non so se il sindaco fosse Luigi Barisione o Mario Viano. Mi ricordo però dell’assessore Eddone e di un vivace dibattito, da me sollecitato, intorno all’assurdo progetto per la costruzione di alcuni edifici di piccole dimensioni, bagni, magazzini e altro, che poi non si fecero per paura che sprofondassero. Mi ricordo che prese la parola, molto autorevolmente, anche l’architetto Annibale Fiocchi, che allora militava nel Partito Repubblicano. Tutti sapevamo che lì sotto corre la roggia Righetti, confluente della Dora. E sapevamo anche che si sarebbe dovuto intervenire di nuovo dopo gli assestamenti e, ancora, che in alcuni tratti il piazzale sarebbe sprofondato, come è poi successo…”.
Insomma, non era quello il progetto definitivo. Ma si guardò al mercato e pure ai parcheggi, più ai parcheggi che al mercato, senza immaginare che cosa sarebbe successo al mercato stesso.
Morale: da allora le bancarelle si sono decimate e i clienti pure. Bisognerebbe trovare un’altra soluzione. Ogni tanto qualcuno ha affrontato l’argomento, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di portare avanti un’idea originale fino in fondo. E così si va avanti, semplicemente, a raccontarla, annunciando progetti per i quali non si hanno i soldi.
L’ultima volta che se ne è parlato seriamente era il settembre del 2017. E si scoprì che Ivrea, fino a quel momento inserita nell’elenco dei dieci mercati più grandi del Piemonte, da quell’elenco non c’era più. Sparita! Cancellata!
Superata, per numero di stalli occupati, da Chivasso ma anche da Pinerolo, Ciriè, Orbassano e via discorrendo. E sarà anche perché sono cambiate le abitudini o perché sono aumentate le cineserie, ma è difficile non pensare che il tracollo non sia avvenuto anche a causa dell’infelice posizione.
Da qui il sogno di spostare tutto da un’altra parte. C’era l’ipotesi dell’area ex Montefibre, chiesta a gran voce dai mercandin, e c’era anche quella di tornare alle origini, in centro città, proprio come a Chivasso.

Maurizio Perinetti
La proposta, tutt’altro che campata per aria, era dell’allora consigliere comunale Maurizio Perinetti, oggi presidente del Pd. “Esistono molte città italiane – aveva sottolineato in consiglio – che vivono intorno al mercato e guai a chi glielo tocca, perché crea economia e maggiori incassi. Potrebbe servire per rilanciare il commercio in sede fissa? Vogliamo parlarne?”.
Da allora ad oggi, di idee tante. Tutte confuse.
Tecnicamente il piano regolatore, datato 2006, prevedeva lo spostamento del solo mercato delle scarpe e dell’abbigliamento all’ex Varzi, nei pressi del cimitero, in un’area privata. Una scelta giudicata infausta anche dall’allora assessore Giovanna Codato, perché “è impensabile dividere gli alimentari dagli extra-alimentari. Significherebbe far morire il commercio ambulante”.
Da qui il progetto di limitarsi a un semplice restyling: spendere qualcosa e tirare avanti.
Nel 2019 si torna a parlare del mercato, per un investimento di 800 mila euro mai messo in pista. Annunci, dichiarazioni, promesse. Poi il nulla.
E si torna a parlare della piazza anche con Matteo Chiantore. È successo un paio di mesi fa. Sotto le vecchie coperture dell’ex mercato all’ingrosso di Ivrea è andata in scena l’ennesima presentazione di progetti futuri.
Tre possibili scenari. Tre visioni di rinascita urbana. Tre tavole colorate firmate dallo studio milanese Land (Landscape-Architecture-Nature-Development), mostrate con orgoglio dall’assessore Francesco Comotto, insieme alle assessore Gabriella Colosso e Patrizia Dal Santo. Presenti anche gli operatori del mercato e qualche cittadino incuriosito.
Il problema di partenza è sempre lo stesso: 60 mila metri quadri di asfalto sopra una “palude” che d’estate diventano una fornace e d’inverno una piscina a cielo aperto. A questo si aggiunge il gattile che, a ogni pioggia, affoga in acqua e fango.
Dai tre scenari un pacchetto di interventi: depavimentare, inserire pavimentazioni drenanti, piantare alberi, ampliare la zona umida, creare percorsi pedonali, aree picnic, spazi sportivi disegnati sulla pavimentazione e, non ultimo, spostare il gattile in una posizione più elevata.
Insomma, un piccolo Eden che però – lo sanno anche i progettisti – resta sospeso tra fantasia e bilanci.
Le tre ipotesi hanno nomi poetici: “La biblioteca della natura”, “Le vie verdi del mercato” e “I campi nella natura”. Sui rendering sembrano scenari da rivista patinata: filari alberati, panchine, aree verdi fino a 30 mila metri quadri, seicento o settecento alberi in più e 4,5 tonnellate di CO₂ sequestrate ogni anno. Un impatto ambientale da manuale.
Eppure, mentre gli architetti parlavano di filtri verdi, multifunzionalità e depavimentazioni, i mercatali presenti riportavano tutti con i piedi per terra: “Belli gli alberi, ma i banchi dove li mettiamo? E chi lo cura tutto questo verde?”.
“Questa deve rimanere l’area del nostro mercato, ma deve diventare anche parcheggio strategico, area camper, spazio per il Carnevale e per il luna park, con meno asfalto e più natura”, aveva insistito Chiantore.
Parole condivisibili, se non fosse che rientrano in quella patologia cronica che a Ivrea, prima o poi, contagia tutti gli amministratori comunali: la cosiddetta annuncite. Una malattia che colpisce giunte di ogni colore e che si manifesta con sintomi evidenti: grandi promesse, slide accattivanti, cronoprogrammi fumosi e, soprattutto, cifre a molti zeri senza mai un assegno pronto a coprire le spese.
Sul mercato, poi, le “visioni” si sprecano. Oggi quelle del" visionario" Comotto, ieri quelle dell’ex assessore Michele Cafarelli e prima ancora quelle dell’ex sindaco Carlo Della Pepa. Tutti gran sognatori a occhi aperti. Poi si svegliano e zac: finiscono tutti nella solita pozzanghera.
I numeri “strabilianti” sono lì: tra gli 8 e i 9 milioni di euro. E siccome nessuno in Comune ha sotto mano il borsellino di Paperon de’ Paperoni, si è già deciso che l’intervento andrà suddiviso in lotti, in attesa di bandi e finanziamenti europei. Tradotto: prima di vedere anche solo un filare d’alberi passeranno anni. E prima di vedere l'opera finita almeno un secolo.
Perché c’è da fare lo studio idrogeologico, bisogna inseguire bandi, integrare le proposte e magari modificarle. Un percorso che, come spesso accade, rischia di allungarsi fino a far dimenticare l’entusiasmo iniziale.
La verità è che la malattia dell’annuncite non si ferma qui. Basta guardare i precedenti: il protocollo d’intesa sul raddoppio selettivo della linea ferroviaria Chivasso-Ivrea; il Peba sull'eliminazione delle barriere architettoniche, più vicino a una dichiarazione d’intenti che a un progetto vero e proprio; il piano per la mobilità, presentato con slogan, ma che prima di tradursi in azioni concrete rischia di far crescere l’erba alta.
A Ivrea non esiste un assessore ai lavori pubblici che non diventi esperto in progettazione futura, campione nell’arte di dire “si farà”, “è previsto”, “è programmato”.
Il paradosso è che ogni volta le intenzioni sono pure lodevoli, persino innovative: verde al posto dell’asfalto, parcheggi intelligenti, viabilità migliorata. Tutto bello. Tutto giusto. Poi però arriva la realtà: la lentezza burocratica, la difficoltà nel trovare gli "sghei", la mancanza di manutenzione che rende qualsiasi progetto, anche il più ambizioso, fragile già in partenza.



La vera domanda resta sempre la stessa: quando e con quali soldi? E soprattutto: esiste una medicina contro l’annuncite?
Ricapitolando a Ivrea hanno presentato tre progetti per la piazza del mercato. Tre. Perché uno solo pareva troppo realistico. Li hanno chiamati “La biblioteca della natura”, “Le vie verdi del mercato” e “I campi nella natura”. Roba che già senti il fruscio delle foglie e il cinguettio degli uccellini. Poi ti giri e sei di nuovo nel parcheggio bollente, con le pozzanghere grandi come il lago Maggiore e il gattile che diventa acquario a ogni temporale.
Il sindaco Chiantore ha detto che il mercato resterà mercato, ma diventerà anche parcheggio, area camper, Carnevale, luna park, bosco verticale, picnic orizzontale. Tutto, insomma. Mancano solo Disneyland e il porto turistico.
Costo? Otto-nove milioni, a spanne. I soldi? Bandi europei, cioè “un giorno, forse”. I tempi? Dopo lo studio idrogeologico, cioè “domani è un altro giorno, forse”.
Si chiama annuncite. È una malattia rara che a Ivrea è diventata cronica: colpisce solo i progetti, mai le pozzanghere ghiacciate.
Ora, si dà il caso che questo ampio spazio, appena fuori dalle mura dell’antica città romana, sia stato sottratto a una palude di cui si parla già nel 1300, denominata “Lacus de cita”. Una sorta di lago di città, appartenuto al vescovo alla fine del XII secolo e pare formatosi a seguito degli sbancamenti realizzati per sostenere i bastioni costruiti attorno al nucleo abitato dell’epoca.
Così almeno suppone l’abate e storico Goffredo Casalis (1781-1856) a pagina 602 del suo “Dizionario degli Stati di S.M. il Re di Sardegna”. Casalis segnala due circostanze che limitavano il possibile danno alla città: la presenza di ontani, tipici alberi che accompagnano i corsi d’acqua e utili ad assorbire i “miasmi perniciosi”, e la possibilità di scarico delle acque in eccesso attraverso una “gora”.
Le osservazioni di Casalis trovano piena conferma nel periodo napoleonico quando, insieme alla realizzazione di quella che poi diventerà via Circonvallazione, verrà perfezionato lo scarico idraulico della palude attraverso la famosa roggia Righetti: una conduttura in pietra di considerevoli dimensioni, in alcuni tratti percorribile in piedi, che si estende fino alla Dora Baltea con il compito di smaltire le acque in eccesso di una palude profonda fino a 14 metri, con una profondità media inferiore ai 7.
Spetta poi a Francesco Carandini, nella sua opera “Vecchia Ivrea” (1914), ricordarci che una parte di quest’area fu persino occupata dalla stazione del tramway Ivrea-Santhia. Nel 1911 l’amministrazione comunale aveva persino ipotizzato il prosciugamento della palude con l’estrazione di torba combustibile, a parziale compensazione dei costi di svuotamento.
Chissà. Potrebbe essere una buona idea anche per gli attuali amministratori.
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