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12 Gennaio 2026 - 10:19
Se l’aria è più pulita con le stalle aperte, chi ha davvero inquinato finora le nostre città?
I numeri del 2025 raccontano una storia diversa da quella che per anni ha dominato il dibattito pubblico sull’inquinamento atmosferico. A Torino e nel Torinese la qualità dell’aria migliora, con una riduzione significativa delle polveri sottili e l’azzeramento degli sforamenti per il biossido di azoto, mentre l’agricoltura e l’allevamento non hanno subito contrazioni, né sul fronte delle pratiche produttive né sul numero di animali presenti nelle stalle. Un dato che, per Coldiretti Torino, pesa come una smentita netta alle accuse che negli ultimi anni hanno indicato il mondo agricolo come uno dei principali responsabili dell’aria irrespirabile delle città.
Il report annuale elaborato da ARPA Piemonte e presentato dal presidente della Regione Alberto Cirio insieme all’assessore all’Ambiente Matteo Marnati conferma un trend già visibile da tempo, ma che nel 2025 assume contorni ancora più evidenti. Gli sforamenti dei limiti per il biossido di azoto risultano azzerati, mentre quelli relativi al particolato continuano a diminuire. Ed è proprio su questi due inquinanti che, nel dibattito pubblico, l’agricoltura è stata spesso chiamata in causa per le emissioni di ammoniaca legate alle deiezioni animali e alla fertilizzazione dei campi.
«Una conferma che le pratiche agricole e zootecniche svolgono un ruolo marginale nella formazione dell’inquinamento che pesa sulle nostre città», osserva Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Torino, leggendo quei dati come una risposta diretta a campagne definite apertamente “antiagricole e antizootecniche”. Mentre gli agricoltori continuavano a concimare i terreni con il letame, il fertilizzante più antico e naturale, e mentre nelle stalle e nei pascoli proseguiva il normale ciclo di vita degli animali, gli inquinanti calavano. «Segno – aggiunge – che stanno funzionando le politiche sul traffico e sul riscaldamento e che è sbagliato addossare tutte le colpe dell’inquinamento dell’aria alla concimazione dei campi e all’allevamento animale».
Il tema non è solo ambientale, ma anche economico e sociale. Negli ultimi anni, il settore agricolo piemontese è stato chiamato a rispettare un numero crescente di vincoli e limitazioni, spesso accompagnati da investimenti onerosi richiesti in tempi ristretti. Secondo Carlo Loffreda, direttore di Coldiretti Torino, i dati del 2025 dimostrano che «è molto più efficace combattere le grandi cause dell’inquinamento dell’aria piuttosto che obbligare in poco tempo gli agricoltori ad indebitarsi ulteriormente per realizzare strutture costose e dalla dubbia efficacia come la copertura delle platee del letame».

Una posizione che Coldiretti ha portato anche in piazza. Nel corso del 2024 e poi ancora nel dicembre scorso, l’organizzazione ha promosso due manifestazioni davanti al Consiglio regionale e al grattacielo degli uffici regionali, chiedendo tempi più realistici e sostegni economici adeguati per accompagnare le aziende agricole verso ulteriori miglioramenti ambientali. Non una difesa a prescindere, ma la richiesta di politiche calibrate sulla realtà produttiva di un settore considerato strategico per il territorio.
Eppure, il mondo agricolo non è rimasto fermo. Anzi, proprio mentre veniva indicato come uno dei problemi, ha continuato a investire su soluzioni che vanno nella direzione opposta. In Piemonte sono attivi oltre 200 impianti di biogas agricolo, su un totale di circa 1.750 a livello nazionale. Strutture che permettono di sequestrare il metano e altri gas prodotti dagli effluenti zootecnici, trasformandoli in energia elettrica rinnovabile, senza emissioni in atmosfera. In alcuni casi, questi impianti producono anche biometano per autotrazione e anidride carbonica alimentare, contribuendo a una filiera energetica circolare.
Accanto agli investimenti tecnologici, restano in vigore regole stringenti sulla gestione dei concimi naturali. Dal 1 dicembre al 31 gennaio lo spandimento dei liquami è vietato su tutto il territorio regionale. Nei periodi in cui il cosiddetto “semaforo” della qualità dell’aria segnala livelli gialli o rossi, il divieto si estende anche al letame. Nelle zone vulnerabili ai nitrati, che coprono oltre due terzi della pianura torinese, le restrizioni sono ancora più severe, con calendari e quantitativi rigidamente regolamentati.
Negli ultimi anni, inoltre, molte aziende hanno scelto di investire in nuovi mezzi per l’interramento mirato dei liquami, una tecnica che consente di ridurre quasi a zero le emissioni di ammoniaca e allo stesso tempo migliorare l’efficacia della fertilizzazione. Un esempio di come innovazione ambientale e produttività possano procedere insieme, senza contrapposizioni ideologiche.
«Le aziende agricole vivono ogni giorno il loro ambiente di produzione e sono molto sensibili ai problemi ambientali», sottolinea ancora Loffreda. Investono in innovazione, sperimentano nuove pratiche agronomiche, migliorano il benessere animale e affinano la gestione dei concimi naturali. Proprio per questo, spiegano da Coldiretti, cresce l’insofferenza verso una narrazione che continua a dipingere il settore come un ostacolo, ignorando dati e trasformazioni già in atto.
Il miglioramento della qualità dell’aria nel 2025, a parità di attività agricola, diventa così un elemento chiave nel dibattito ambientale piemontese. Un dato che sposta l’attenzione sulle vere leve del cambiamento: traffico, riscaldamento domestico, politiche urbane. E che invita a rileggere il ruolo dell’agricoltura non come capro espiatorio, ma come parte di una soluzione più ampia e complessa, dove sostenibilità e produzione possono convivere senza slogan.
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