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10 Gennaio 2026 - 10:46
I Santi Francesi
Dove sono finiti i Santi Francesi? La domanda torna con forza dopo l’ennesimo scivolone comunicativo che riguarda Ivrea e uno dei suoi simboli più noti: la Battaglia delle Arance.
I Santi Francesi – Alessandro De Santis e Mario Lorenzo Francese, eporediesi, vincitori di X Factor 2022, concorrenti a Sanremo 2024, oggi tra i nomi più spendibili del pop italiano – sono diventati in pochi anni un caso mediatico nazionale. Un successo rapido, travolgente, che li ha portati lontano. Molto lontano. Anche, forse, dal contesto locale da cui provengono.
E probabilmente è proprio qui il nodo della questione.
Sul profilo Instagram ufficiale dei Santi Francesi compare infatti un contenuto dedicato al Carnevale di Ivrea in cui si afferma, con tono sicuro e didascalico, che “per tirare le arance bisogna pagare 500 euro”. Un’affermazione lanciata senza spiegazioni, senza distinguere tra iscrizioni alle squadre, quote associative, assicurazioni, costumi, ruoli diversi, partecipazione strutturata o occasionale.
Ma non finisce qui.
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Nel medesimo intervento si fa risalire la Battaglia a un passato remoto in cui “si tiravano i sanpietrini contro il tiranno”. Una semplificazione grossolana, che ignora decenni di studi storici, stratificazioni simboliche, riletture ottocentesche, costruzione identitaria e la codificazione novecentesca del Carnevale moderno.
Detto senza giri di parole: una narrazione sbagliata, raccontata con la leggerezza di chi parla di qualcosa che non ha mai "studiato".
Ed è qui che la questione smette di essere folkloristica e diventa culturale, persino politica. Perché quando a parlare non è un turista di passaggio o un influencer qualsiasi, ma due artisti nati a Ivrea, con una platea nazionale, il problema non è solo l’errore. È l’autorevolezza dell’errore.
I Santi Francesi, oggi, sono un megafono. E Ivrea non è una scenografia da usare quando serve un contenuto “tipico”. Raccontare male il Carnevale significa raccontare male la città, ridurla a caricatura, svuotarla di senso.
E allora la domanda resta: dove sono finiti i Santi Francesi di Ivrea?
Dove si è perso il legame con la complessità di un territorio che non si lascia spiegare in 30 secondi di reel? Forse nella corsa continua a dire qualcosa su tutto, anche su ciò che richiederebbe studio, ascolto, rispetto.
Non è una crociata contro la Battaglia delle Arance, né una difesa acritica del Carnevale. È una richiesta semplice: se parli della tua città, fallo bene. Perché il successo non giustifica la superficialità. E perché Ivrea, soprattutto quando viene raccontata da chi dice di venirne, merita molto di più di una cifra sparata a caso e di una leggenda raccontata male.
Sotto quel post, però, succede qualcosa di raro e prezioso: Ivrea risponde. E risponde senza filtri, senza uffici stampa, senza mediazioni. Risponde come sa fare: con ironia, sarcasmo, precisione e una certa dose di fastidio.
“Ragazzi non è assolutamente così, il prezzo di chi tira a terra si aggira intorno ai 90–130 euro”. Traduzione: informatevi.
Poi arriva l’affondo vero, quello che fa male perché centra il punto: “Ma il capellone esattamente dove m…a va a tirarle le arance che paga così tanto?? Oppure l’hanno visto in faccia e gli hanno chiesto tutti quei soldi”.
Si ride, sì. Ma non troppo. Perché il sospetto è chiaro: la distanza dalla realtà.
C’è chi prova a rimettere ordine, con pazienza quasi didattica: “L’iscrizione alle squadre a piedi costa dai 100 ai 140 euro, a seconda delle squadre”.
E poi la stilettata che chiude il cerchio: “Si vede che la vita milanese gli ha fatto perdere un po’ il contatto con la realtà”.
E ancora: “Scusate, ma dove l’avete fatto carnevale, a Cortina?”. “E fu così che i tuttologhi iniziarono a saperla lunga sul Carnevale quando non sanno nemmeno dove sia via Miniere”. “Ma i cubetti di porfido sarebbero i sanpietrini? Chiedo per un’amica”.
Ironia, certo. Ma anche appartenenza. Perché per Ivrea la Battaglia delle Arance non è un reel da spiegare male: è una tradizione vissuta, discussa, amata, odiata, ma conosciuta. E soprattutto non semplificabile a colpi di cifre sparate a caso.
Nessuno dice che il Carnevale sia per tutti. Qualcuno lo scrive apertamente. Qualcun altro lo critica perché considera la Battaglia uno spreco di cibo. Opinioni legittime. Ben diverse, però, dal raccontare qualcosa che non è vero.
Ed è qui che la questione torna a essere scomoda per i Santi Francesi. Perché non si tratta di un errore tecnico. Si tratta di aver perso il contatto con il proprio luogo, con la propria città, con ciò che Ivrea è davvero. Non quella da cartolina, non quella da spiegare in tre frasi a un pubblico nazionale, ma quella concreta, fatta di regole, storie, polemiche e memoria.
I commenti lo dicono chiaramente: Ivrea non si è riconosciuta in quel racconto. E quando una comunità non si riconosce in chi parla “a nome suo”, il problema non è la tradizione. È chi la racconta.
Alla fine resta una domanda, semplice e inevitabile: dove sono finiti i Santi Francesi di Ivrea?
Forse ancora lì, da qualche parte. Ma sicuramente non sotto quel post.
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