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09 Gennaio 2026 - 11:05
Latte estero a prezzi stracciati mentre le stalle chiudono: così la speculazione sta affossando la zootecnia torinese
«Basta con l’importazione di latte dall’estero o per la zootecnica torinese sarà il collasso». Il grido di allarme arriva diretto, senza giri di parole, dal presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici, ed è la sintesi di una tensione che da mesi attraversa uno dei comparti più delicati dell’agricoltura piemontese. Il prezzo del latte alla stalla è in caduta libera da oltre tre mesi, schiacciato da una speculazione che, secondo l’organizzazione agricola, sfrutta le incertezze dei mercati internazionali, i nuovi dazi e uno scenario geopolitico sempre più instabile.
Il risultato è un paradosso che rischia di diventare esplosivo: mentre sugli scaffali dei supermercati i prezzi di latte, formaggi e yogurt restano invariati, agli allevatori viene riconosciuto un compenso sempre più basso, spesso insufficiente a coprire i costi di produzione. Una forbice che si allarga e che, denuncia Coldiretti, non può essere giustificata con la semplice dinamica della domanda e dell’offerta.
In provincia di Torino il settore del latte non è una nicchia, ma una vera e propria colonna portante dell’economia agricola. I numeri raccontano un sistema esteso e radicato: oltre 800 allevamenti di mucche da latte, più di 120 mila capi, una produzione quotidiana che supera 1 milione e 140 mila litri di latte. Un flusso continuo che ogni giorno alimenta i caseifici piemontesi e rifornisce i banchi dei negozi e della grande distribuzione.
Dietro questi numeri ci sono oltre 1.350 addetti che lavorano direttamente nelle stalle, distribuite in tutti i 312 Comuni della provincia, capoluogo compreso. A questa occupazione diretta va sommato un indotto fatto di trasporti, mangimistica, veterinari, manutenzioni, trasformazione e commercio. Un sistema produttivo che, negli anni, si è strutturato e specializzato, puntando su qualità, tracciabilità e legame con il territorio.
Il latte prodotto nel Torinese non è una commodity qualsiasi. È una materia prima con caratteristiche proteiche e lipidiche precise, richieste dai caseifici per la produzione dei formaggi piemontesi, sia freschi sia stagionati, e dei latticini che ogni giorno finiscono sulle tavole dei consumatori. Un sapere costruito nel tempo, frutto di selezione genetica, alimentazione controllata e investimenti continui.

«Il nostro territorio è da sempre un’area vocata alla produzione di latte. I nostri allevatori sono bravissimi a produrlo con i contenuti proteici e lipidici adatti ai formaggi stagionati e freschi più gustosi, proprio come richiedono i contratti dei caseifici. Ora tutto questo sapere e questa qualità vengono snobbati per inseguire i prezzi più bassi del latte e delle cagliate importate dall’estero tradendo, così, il patto con gli allevatori», denuncia Mecca Cici.
Il nodo, secondo Coldiretti, è l’importazione di latte dall’estero a prezzi definiti “stracciati”, che in questo momento arriva soprattutto da Danimarca, Germania, Olanda e Francia. Paesi con sistemi produttivi diversi, costi differenti e politiche di sostegno non sempre comparabili. Latte che entra sul mercato italiano a condizioni tali da drogare i prezzi e schiacciare le quotazioni riconosciute agli allevatori locali.
Il problema non è solo economico. Il latte è un prodotto estremamente deperibile, che deve essere conservato correttamente e trasformato in tempi rapidi per mantenere intatte le sue qualità nutrizionali e organolettiche. «Preferire l’importazione di latte estero che affronta lunghi viaggi prima dell’arrivo al caseificio invece del normale conferimento di latte munto alle 5 del mattino a pochi minuti di viaggio è un problema di qualità che tocca non solo gli allevatori ma tutti i consumatori», sottolinea Coldiretti.
La questione, quindi, si allarga dal cancello delle stalle fino al carrello della spesa. Secondo l’organizzazione agricola, i cittadini hanno diritto a prodotti lattiero-caseari di alta qualità, senza che il risparmio promesso dalla speculazione si traduca in un abbassamento degli standard. Anche perché, osservano gli allevatori, il presunto vantaggio economico non arriva ai consumatori: i prezzi al dettaglio restano sostanzialmente invariati, mentre il peso della crisi ricade interamente sulla produzione primaria.
Il contesto rende la situazione ancora più delicata. Dopo anni di stagnazione, il consumo di latte e derivati – in particolare formaggi freschi e yogurt – è tornato a crescere, sia a Torino sia nel resto d’Italia. Le aziende locali si sono adeguate, investendo per soddisfare una domanda interna che potrebbe essere coperta in larga parte dalla produzione nazionale. Le importazioni, sostiene Coldiretti, dovrebbero avere un ruolo marginale, non diventare lo strumento per comprimere i prezzi.
A essere in gioco non è solo la sopravvivenza di singole aziende, ma un equilibrio territoriale complesso. «Seguiremo questa situazione in stretto contatto con i nostri allevatori – aggiunge il direttore di Coldiretti Torino, Carlo Loffreda – Ma ribadiamo che questa partita contro la speculazione riguarda tutti». Perché il settore latte non produce soltanto alimenti, ma garantisce una serie di funzioni ambientali e sociali spesso invisibili.
Gli allevamenti da latte contribuiscono alla manutenzione del paesaggio agricolo, contrastando il consumo di suolo e l’abbandono delle campagne. Producono concime naturale, riducendo l’uso di fertilizzanti chimici, e mantengono vivi i pascoli di montagna e i prati stabili di pianura, elementi fondamentali per la biodiversità e la prevenzione del dissesto idrogeologico.
Negli ultimi anni, molti allevamenti hanno inoltre investito nella realizzazione di impianti di biogas, trasformando i reflui zootecnici in energia rinnovabile. Un contributo concreto alla transizione energetica, che consente di produrre elettricità e calore riducendo le emissioni e chiudendo il ciclo dei rifiuti agricoli. «Molti allevamenti da latte hanno investito nella realizzazione di impianti per la produzione di biogas contribuendo alla fornitura di energia pulita e rinnovabile per tutti i cittadini», ricorda Loffreda.
La crisi del prezzo del latte rischia di mettere in discussione anche questi investimenti, costruiti su piani economici di lungo periodo e su un equilibrio fragile. Se le stalle chiudono, avverte Coldiretti, non si perde solo una produzione, ma un presidio territoriale che difficilmente può essere ricostruito.
Da qui la richiesta di una presa di posizione netta contro la speculazione e contro un uso distorto delle importazioni. Coldiretti chiede che venga ristabilito un prezzo equo alla stalla, capace di coprire i costi e garantire redditività agli allevatori, e che si rafforzi il legame tra produzione locale e trasformazione.
Il rischio, altrimenti, è quello di un effetto domino. Stalle che chiudono, giovani che abbandonano l’attività, territori che si svuotano. E un sistema che, una volta perso, non si ricostruisce dall’oggi al domani. In un momento in cui si parla di sovranità alimentare, filiere corte e sostenibilità, la crisi del latte torinese diventa un banco di prova concreto.
La battaglia, conclude Coldiretti, non è corporativa. Riguarda allevatori, consumatori e territorio. Perché dietro ogni litro di latte non c’è solo un prezzo, ma un modello di sviluppo. E scegliere il latte che arriva da lontano, solo perché costa meno, può avere un costo molto più alto di quello che appare sullo scontrino.

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