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09 Gennaio 2026 - 10:51
Si può comprare un Paese? Dalla Louisiana alla Groenlandia, quando l’America allarga i confini a colpi di dollari e cannoni
La domanda, oggi, torna a circolare con una forza che sembrava sepolta nei manuali di storia: si può comprare un Paese? Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, tornato alla guida degli Stati Uniti dal 20 gennaio 2025, hanno riacceso un dibattito che va ben oltre la provocazione politica. Dopo aver auspicato che il Canada diventi la 51ª stella sulla bandiera americana, l’ex e nuovo presidente ha spostato lo sguardo ancora più a nord, verso la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, evocando senza troppi giri di parole l’ipotesi dell’annessione e lasciando intendere che, se necessario, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere anche a metodi duri.
Non è la prima volta che Washington guarda alla Groenlandia come a un obiettivo strategico. Ma il tono utilizzato da Trump, apertamente espansionistico, richiama alla memoria una lunga tradizione americana fatta di acquisizioni territoriali, spesso presentate come inevitabili o persino provvidenziali. Una storia che attraversa l’Ottocento e arriva fino alla fine del secolo, quando gli Stati Uniti si trasformano da giovane repubblica in potenza imperiale globale.
Trump, consapevolmente o meno, si inserisce in una scia ben definita. Prima di lui, altri presidenti hanno ampliato i confini americani comprando territori, forzando trattati o scatenando guerre. Tra il 1803 e il 1898, gli Stati Uniti hanno più che triplicato la loro estensione, costruendo un impero continentale e poi oltremare. La Groenlandia, oggi, sembra l’ultimo capitolo di una storia che non è mai davvero finita.
Il primo grande colpo arriva all’inizio del XIX secolo, quando gli Stati Uniti sono ancora una nazione giovane, fragile, affacciata sull’Atlantico e stretta tra le ambizioni europee. Nel 1803, il presidente Thomas Jefferson compie quella che verrà ricordata come una delle più grandi operazioni geopolitiche di sempre: l’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone Bonaparte.
Napoleone, impegnato da oltre un decennio in guerre sanguinose in Europa e in procinto di riprendere il conflitto con l’Inghilterra, ha bisogno di denaro contante. Il vastissimo territorio francese in Nord America, che si estende per oltre 2,1 milioni di chilometri quadrati lungo il bacino del Mississippi, diventa improvvisamente una zavorra. Difenderlo e amministrarlo richiederebbe risorse che l’Impero non può più permettersi. Così, senza troppi scrupoli, Bonaparte decide di venderlo.

Gli Stati Uniti pagano 15 milioni di dollari, una cifra irrisoria anche per l’epoca, ottenendo un territorio immenso, ricco di risorse e destinato a diventare il cuore agricolo, minerario ed energetico della futura potenza americana. Il Louisiana Purchase, annunciato il 4 luglio 1803, è un affare colossale per Washington e, probabilmente, un errore storico per Parigi. Con quei soldi Napoleone finanzia la Grande Armée e ottiene vittorie decisive come Ulm e Austerlitz, ma il suo impero continentale crollerà poco più di dieci anni dopo, a Waterloo.
La Louisiana non è solo una distesa di terre. È l’origine di una lunga lista di Stati che nei decenni successivi diventeranno pilastri dell’economia americana: Louisiana, Arkansas, Oklahoma, Missouri, Kansas, Iowa, Nebraska, Dakota, Wyoming, Minnesota, Colorado, Montana. Tutto questo nasce da un assegno firmato in un momento di difficoltà europea.
Quella dell’acquisto della Louisiana non resta un’eccezione. Al contrario, diventa un modello. Con il crollo progressivo degli imperi coloniali spagnolo e portoghese, gli Stati Uniti iniziano a guardare con sempre maggiore insistenza verso sud e verso ovest. Nel 1823, la dottrina Monroe sancisce il principio secondo cui le Americhe sono la sfera d’influenza naturale di Washington. Da quel momento, l’espansione diventa una missione politica e quasi morale.
È in questo contesto che nasce l’idea del “destino manifesto”, una dottrina formulata dal giornalista John O’Sullivan, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati scelti dalla Provvidenza per espandersi da un oceano all’altro. Una convinzione che giustifica tutto: trattati, pressioni, annessioni e guerre.
Il Messico diventa il bersaglio principale. Stato giovane, instabile, erede del vasto Vicereame della Nuova Spagna, fatica a controllare territori immensi e poco popolati. In Texas, centinaia di famiglie americane si insediano con il consenso delle autorità messicane, ma presto la convivenza si trasforma in conflitto. Nel 1836, dopo l’episodio simbolo dell’Alamo, il Texas si stacca dal Messico.
Quando nel 1844 viene eletto presidente James Polk, uomo politico che Trump ha più volte citato come riferimento, la linea è chiara. Polk fa suoi gli obiettivi del destino manifesto: annessione del Texas, conquista dell’Oregon e acquisizione dei territori messicani a nord-ovest. Con la Gran Bretagna sceglie la diplomazia, firmando il Trattato dell’Oregon nel 1846. Con il Messico, invece, prepara la guerra.
L’incidente arriva puntuale. Il 25 aprile 1846, truppe messicane attaccano una pattuglia americana in una zona di confine contesa. Polk sfrutta l’episodio dichiarando che «sangue americano è stato versato su suolo americano» e ottiene dal Congresso la dichiarazione di guerra. È l’inizio di un conflitto violento, che culmina con la presa di Città del Messico nel settembre 1847.
Il Trattato di Guadalupe Hidalgo, firmato il 2 febbraio 1848, ridisegna la mappa del continente. Il Messico perde metà del suo territorio: California, Nevada, Utah, Arizona, New Mexico e parte del Colorado passano agli Stati Uniti. Nello stesso anno, in California scoppia la corsa all’oro, trasformando quella regione in una delle più ricche del pianeta.
A metà Ottocento, gli Stati Uniti hanno completato la conquista continentale. Ma non è abbastanza. L’attenzione si sposta oltre i mari. Mercanti, armatori e balenieri del New England spingono per un’espansione anche marittima. Nel 1856, il Guano Island Act consente ai cittadini americani di rivendicare isole disabitate ricche di guano, fertilizzante prezioso. È il primo passo verso un impero d’oltremare.
Nel 1867, Washington torna a comprare territori: per 7,2 milioni di dollari acquista l’Alaska dall’Impero russo, allora in difficoltà finanziaria. All’epoca l’operazione viene derisa come “la follia di Seward”, ma si rivelerà uno degli affari più redditizi di sempre, grazie alle immense risorse energetiche scoperte nel secolo successivo.

La svolta decisiva arriva però nel 1898, con la guerra ispanoamericana. Il presidente William McKinley, sostenuto da una stampa sensazionalista guidata da Hearst e Pulitzer, interviene a Cuba dopo l’esplosione della corazzata Maine, che provoca 261 morti. Senza attendere prove definitive, Washington accusa la Spagna. Il grido “Remember the Maine!” infiamma l’opinione pubblica e apre la strada al conflitto.
La guerra dura pochi mesi ma ha conseguenze enormi. Cuba diventa formalmente indipendente, ma sotto protettorato americano. Gli Stati Uniti ottengono Porto Rico, consolidano il controllo su Guantanamo e si affacciano con decisione nel Pacifico. Nelle Filippine, sottratte alla Spagna, scoppia una lunga guerriglia contro l’occupazione americana, repressa con brutalità fino al 1913.
Nel frattempo, nel 1893, Washington appoggia un colpo di Stato nelle Hawaii, regno indipendente ma strategicamente fondamentale. L’arcipelago viene annesso e diventerà Stato nel 1959, insieme all’Alaska. Nel 1903, sotto la presidenza di Theodore Roosevelt, gli Stati Uniti favoriscono la secessione di Panama dalla Colombia per costruire e controllare il Canale, mantenendolo fino al 1999.
Quando il XIX secolo si chiude, gli Stati Uniti sono ormai una potenza imperiale. Hanno costruito il loro dominio con acquisti, trattati e guerre, spesso giustificati come necessari, inevitabili o addirittura benefici. È questa storia che oggi torna a fare capolino quando Trump parla di Groenlandia.
La Groenlandia non è la Louisiana, né l’Alaska. Ma è strategica, ricca di risorse e centrale negli equilibri geopolitici dell’Artico. Chiedersi se si possa comprare un Paese significa, in realtà, chiedersi se l’idea di impero sia davvero archiviata. La storia americana suggerisce che, quando si tratta di espandere il proprio spazio vitale, Washington non ha mai avuto troppi scrupoli. La domanda, oggi, non è solo se si possa comprare un Paese. Ma se il mondo sia pronto a rivivere quella storia.
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