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08 Gennaio 2026 - 23:10
statua di Qassem Soleimani
Dal bazar di Teheran a Qaemieh scorrono dodici giorni di rabbia, lacrimogeni e spari. Un video verificato mostra l’abbattimento della statua di Qassem Soleimani. Intanto aumentano vittime, arresti e oscuramenti della rete. Una fune tesa, il bronzo che ondeggia, poi il tonfo nella notte. È la statua di Qassem Soleimani che cade in una piazza di Qaemieh, nel distretto di Kuhchenar, provincia di Fars. Nel filmato, autenticato da una grande agenzia internazionale, si vedono giovani e adulti spingere e strattonare mentre il monumento dedicato al comandante dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) si inclina e cede. L’immagine, rilanciata il 7 gennaio 2026, non è solo un atto di vandalismo politico: fotografa una sfida diretta al sistema simbolico della Repubblica islamica e racconta meglio di molti slogan la portata della nuova ondata di proteste in Iran, esplosa il 28 dicembre 2025 e diffusasi in decine di località.
La sequenza parte tra il 28 dicembre 2025 e l’inizio del 2026, quando i negozianti dei grandi centri commerciali di Teheran, come Alaeddin e Charsou, abbassano le saracinesche contro il crollo del rial e un’inflazione che erode salari e risparmi. In poche ore la protesta esce dai corridoi dei mall e occupa le strade. Studenti, lavoratori e pensionati si affiancano ai commercianti; le rivendicazioni economiche diventano politiche; le critiche alla gestione si trasformano in slogan contro l’assetto del potere. Le cronache indipendenti collegano l’innesco al crollo della valuta, con il dollaro che a metà dicembre supera 1,3 milioni di rial, ma registrano il passaggio decisivo: non è più solo una protesta sul costo della vita, è una contestazione del sistema.
Chi osserva l’Iran conosce questo meccanismo. Le crisi economiche aprono fratture sociali e da lì emerge la politica. Questa volta il contesto è più instabile: il rial tocca minimi storici, i mercati sono nervosi, la memoria delle rivolte del 2022 è recente e le conseguenze del conflitto regionale del 2025 restano aperte. Nei primi giorni le manifestazioni raggiungono almeno trenta città, con scioperi e cortei che si susseguono tra Teheran, Isfahan, Kermanshah, Fasa, Marvdasht e molti centri medi.
La risposta dello Stato è rapida. Le unità antisommossa, insieme ad agenti in borghese e reparti della Guardia Rivoluzionaria (Islamic Revolutionary Guard Corps, IRGC), intervengono con lacrimogeni, idranti, proiettili di gomma e in diversi casi munizioni vere. Osservatori per i diritti umani denunciano che i feriti vengono cercati negli ospedali per procedere agli arresti, una prassi già documentata in passato. Tra il 28 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026, il Center for Human Rights in Iran parla di crimini contro l’umanità e conta più di 27 civili uccisi, tra cui 6 minorenni, e migliaia di arresti. Reuters riferisce di almeno 16 morti nella prima settimana, mentre Associated Pressindica almeno 15 vittime. Le stesse fonti avvertono che i numeri potrebbero essere sottostimati. L’agenzia HRANA(Human Rights Activists News Agency) e Iran Human Rights segnalano proteste in oltre 100 città e circa 1.000 arresti, con resoconti da province come Ilam, Lorestan e Fars che parlano di colpi sparati ad altezza d’uomo.
⚡️ : Des manifestants incendient des affiches de Qassem Soleimani en plein Téhéran. #Iran pic.twitter.com/0if1nIb0T3
— Infos Minutes (@InfosMinutesFR) January 8, 2026
I report locali confermano il quadro. Un “Situation Report n. 1” della HANA Human Rights Organizationdocumenta, tra il 28 dicembre e il 1° gennaio, almeno 119 arresti, 7 morti e 33 feriti accertati, con episodi specifici a Lordegan, Kermanshah, Nahavand, Kouhdasht e Azna, dove gli scontri sono definiti gravi e l’uso di armi viene descritto come forse militare. La dinamica resta quella già vista: all’aumentare delle folle corrisponde un irrigidimento della risposta.
In questo contesto l’abbattimento della statua di Qassem Soleimani assume un peso che va oltre il gesto materiale. Nella narrazione ufficiale il generale, ucciso il 3 gennaio 2020 in Iraq da un attacco con drone degli Stati Uniti a Baghdad, è l’eroe della proiezione regionale iraniana, il volto della Forza Quds e il martire più celebrato degli ultimi anni. Targhe, murales e sculture ne occupano lo spazio urbano. Colpire quel simbolo significa contestare un pilastro della retorica statale. Era già accaduto nel 2022, con effigi incendiate o imbrattate in varie città. Ora accade a Qaemieh, dove il video verificato mostra il monumento cadere tra urla e applausi. Altre segnalazioni parlano di statue date alle fiamme in luoghi come Lali nel Khuzestan e Kashan. In questo ciclo la mappa delle dissacrazioni coincide con quella delle proteste.
Per il potere è un affronto diretto. L’indebolimento del culto di Soleimani incrina un collante identitario, soprattutto nelle province dove IRGC e Basij sono l’ossatura dello Stato. Nelle ultime ore l’apparato alterna messaggi di fermezza, come il monito della Guida suprema Ali Khamenei a reprimere i rivoltosi, a richiami alla moderazione nelle parole del presidente Masoud Pezeshkian. Sul terreno, però, prevalgono cordoni, pestaggi e fermi.
Il crollo del rial resta il motore immediato della mobilitazione. Già a metà dicembre la valuta supera 1,3 milioni di rial per dollaro, con punte più alte nei mercati informali. L’aumento dei prezzi colpisce alimenti e farmaci in un contesto inflazionistico superiore al 40 per cento su base annua. Parallelamente la rete diventa un campo di battaglia. Nelle ultime ore si moltiplicano le segnalazioni di un blackout quasi totale della connettività, con NetBlocks, Cloudflare, analisti indipendenti e testate internazionali che parlano di un collasso delle connessioni, in particolare IPv6, e di blocchi selettivi. È uno strumento già usato nel 2019, nel 2022 e durante la guerra del 2025 per limitare il coordinamento e il flusso di informazioni. La progressione delle proteste dai grandi centri alle città medie e ai capoluoghi di provincia, come Kermanshah, Ilam, Lorestan e Fars, disegna una frattura tra centro e periferia che ha implicazioni dirette sulla stabilità.
ALERTE INFO - Des manifestants anti‑régime ont renversé une statue du général Qassem Soleimani à Kuhchenar.
— Media Express (@media_express_e) January 8, 2026
pic.twitter.com/mk7lyHY8HC
Raccontare i numeri in Iran durante una protesta richiede cautela. Le fonti divergono, i bilanci si aggiornano lentamente e gli oscuramenti complicano le verifiche. Eppure emerge una traccia comune: il Center for Human Rights in Iran indica più di 27 vittime civili e oltre 2.000 arresti al 6 gennaio; HRANA parla di oltre 100 centri coinvolti e circa 2.200 fermi; Reuters conferma almeno 16 morti nella prima settimana; Associated Press sottolinea una linea sempre più rigida sulla gestione dell’ordine pubblico. Anche sulla violenza specifica la prudenza è necessaria. Testimonianze e filmati analizzati da organizzazioni locali e internazionali segnalano l’uso di armi da fuoco a Malekshahi in Ilam, Azna in Lorestan e in altri centri, con indizi di munizionamento militare in almeno un caso. Per ora la pressione appare più intensa nelle aree periferiche rispetto a Teheran, dove resta comunque elevata.
L’abbattimento della statua di Soleimani diventa anche un terreno di scontro informativo. Negli ultimi anni Agence France-Presse e altre redazioni di fact-checking hanno smontato video riciclati o decontestualizzati su monumenti e folle. In questo caso la localizzazione a Qaemieh e la verifica indipendente riducono l’ambiguità, ma la competizione sulle immagini resta centrale. Il potere insiste su infiltrazioni e manovre straniere, l’opposizione enfatizza la piazza. Il compito del giornalismo è filtrare.
Il quadro si intreccia con il contesto regionale. Nei giorni scorsi l’ex presidente Donald Trump ha minacciato un intervento se la repressione dovesse intensificarsi, alimentando un confronto verbale che in Iran rafforza la narrativa dell’ingerenza esterna e offre all’apparato un argomento per irrigidire la postura. In parallelo governi e organizzazioni non governative chiedono la fine dell’uso di munizioni letali contro i civili.
L’immagine di Qaemieh, con la statua che cade, indica che la protesta ha superato una soglia simbolica. Contestare un’icona del regime significa mettere in discussione non solo la gestione economica, ma l’impianto ideologico dello Stato. Il prezzo, per ora, è fatto di morti, feriti, arresti e di un paese isolato digitalmente. Per chi scende in strada il bilancio si misura anche in un’altra unità: la disponibilità a esporsi nonostante un contesto economico che continua a peggiorare.
Fonti: Agence France-Presse, Reuters, Associated Press, Center for Human Rights in Iran, HRANA (Human Rights Activists News Agency), Iran Human Rights, HANA Human Rights Organization, NetBlocks, Cloudflare.
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