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08 Gennaio 2026 - 15:23
Licenziamenti alle Terme di Acqui, il 14 gennaio il nodo arriva in Regione
Il 14 gennaio sarà una data decisiva per il futuro delle Terme di Acqui e per decine di lavoratori che da settimane vivono nell’incertezza. Al Grattacielo della Regione Piemonte, a Torino, è stato convocato un incontro istituzionale sulla crisi del complesso termale, dopo l’annuncio dei licenziamenti che ha scosso la città e riacceso il dibattito su un comparto strategico per l’economia locale. A rendere nota la data è stata Uiltucs Alessandria, che ha chiesto con forza l’apertura di un tavolo regionale per affrontare una situazione ormai esplosiva.
Il confronto in Regione arriva mentre ad Acqui Terme continuano le prese di posizione e le manifestazioni di solidarietà nei confronti dei dipendenti coinvolti. Una mobilitazione che, in poche ore, ha assunto un carattere trasversale, coinvolgendo sindacati, forze politiche e associazioni di categoria, tutte concordi nel ritenere inaccettabile che una crisi gestionale e amministrativa ricada interamente sui lavoratori e sull’intera comunità.
A intervenire con una nota è stato anche Federico Fornaro, esponente del Partito Democratico, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo che dovrebbe emergere dall’incontro del 14 gennaio: «Occorre lavorare perché nella riunione in Regione siano ritirate le lettere di licenziamento, affrontando in maniera trasparente la questione del ponte tra la vecchia concessione e il nuovo regime al fine di evitare il blocco dell’attività con un danno a personale e intera città». Un passaggio che mette al centro uno dei nodi più delicati della vicenda, quello della concessione, considerato da molti osservatori il vero collo di bottiglia che sta paralizzando il futuro delle terme.

Federico Fornaro
Secondo Fornaro, la crisi del termalismo acquese non può più essere gestita con soluzioni tampone o scaricando le conseguenze sui dipendenti. Per questo, aggiunge, «è arrivato il momento in cui ogni soggetto interessato, oltre alla proprietà, si assuma le proprie responsabilità per affrontare questa fase complessa della crisi del termalismo acquese». Un appello diretto a istituzioni, enti locali e attori economici, chiamati a un’assunzione di responsabilità collettiva.
Alla voce della politica si è affiancata quella del mondo economico. La Confesercenti provinciale ha espresso sostegno ai lavoratori e ha rilanciato la necessità di un’azione coordinata che vada oltre i confini regionali. Per l’associazione, la crisi delle Terme di Acqui non è una questione circoscritta a una singola azienda, ma un problema che tocca l’identità stessa del territorio e il suo modello di sviluppo.
In una nota firmata da Michela Mandrino e Manuela Ulandi, Confesercenti chiede esplicitamente di coinvolgere il livello nazionale: «Si faccia un lavoro di squadra per valutare con i parlamentari del territorio l’opportunità di coinvolgere direttamente il ministro Adolfo Urso». Un passaggio che segna un salto di scala nella vertenza e che punta a portare il caso delle Terme di Acqui all’attenzione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il motivo di questa richiesta è spiegato senza giri di parole dalle due dirigenti di Confesercenti: «Acqui rappresenta il Made in Italy del benessere. Occorrono decisioni concrete per la sopravvivenza della città stessa». Una definizione che richiama il valore simbolico e strategico del comparto termale, non solo come attività economica, ma come elemento identitario di un’intera area.
La preoccupazione, però, va ben oltre il destino delle terme in senso stretto. Confesercenti lancia l’allarme su un sistema economico che da anni mostra segnali di sofferenza: «Gli asset commerciale, artigianale, dei pubblici esercizi e dell’accoglienza da troppi anni stanno soffrendo per scelte incomprensibili e non vedono futuro». Una crisi strutturale che rischia di essere aggravata ulteriormente da un eventuale ridimensionamento o blocco dell’attività termale, con effetti a catena su occupazione, turismo e indotto.
Da qui l’appello finale a unire le forze: «Si uniscano le forze per difendere l’intero territorio e un patrimonio che è un valore collettivo». Parole che sintetizzano il clima che precede l’incontro in Regione: non una vertenza aziendale come tante, ma una partita che riguarda il futuro di Acqui Terme e della sua vocazione storica.
Il tavolo del 14 gennaio si annuncia dunque come un passaggio cruciale. Sul tavolo ci saranno i licenziamenti, la gestione della fase di transizione tra vecchia e nuova concessione e la tenuta complessiva di un settore che, per la città, rappresenta molto più di un’attività produttiva. La Regione sarà chiamata a svolgere un ruolo di mediazione e indirizzo, in un contesto in cui il tempo stringe e le tensioni sociali crescono.
Per i lavoratori, intanto, l’attesa è carica di timori ma anche di aspettative. Il ritiro delle lettere di licenziamento viene indicato come il primo, indispensabile segnale di discontinuità. Senza quello, il rischio è che la crisi delle Terme di Acqui diventi l’ennesimo capitolo di una lunga storia di occasioni mancate, con un prezzo altissimo pagato da chi, da anni, garantisce il funzionamento quotidiano di un patrimonio che appartiene a tutta la città.
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