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07 Gennaio 2026 - 14:12
Morto a 43 anni Guido Nasi, il ragazzo rimasto tetraplegico dopo l'aggressione a Dublino
Una vita spezzata dalla violenza e tenuta insieme dalla forza di volontà. È mancato stamane, a soli 43 anni, Guido Nasi, torinese: da ragazzo sognava il mondo, e il mondo gli si è rovesciato addosso una notte del 1999, quando, a 17 anni e in Erasmus, subì una brutale aggressione nel corso di una rapina a Dublino. Da allora non parlava più e viveva tetraplegico. Eppure ha continuato a lottare, trasformando la sofferenza in parole, pubblicando libri che hanno dato voce a ciò che la violenza gli aveva tolto.
Quell’attacco, avvenuto in Irlanda quando aveva solo 17 anni, rappresenta il punto di frattura tra una normalità fatta di studio, viaggi e progetti e una realtà improvvisamente segnata da dolore, riabilitazioni continue e dipendenza dall’assistenza. La brutalità della rapina gli tolse la voce e il controllo del corpo, ma non riuscì a cancellare del tutto la sua capacità di esprimersi: con una determinazione fuori dal comune, Nasi ha costruito nel tempo un percorso di pensiero e di parole che ha raccontato il “dopo”, il limite, ma anche la possibilità di una dignità che resiste.
Nonostante un handicap gravissimo, Guido Nasi ha scritto libri. La sua produzione non è stata soltanto un traguardo personale, ma un gesto profondamente civile. Attraverso la scrittura ha raccontato cosa significa vivere dopo la violenza, ha dato forma all’eco quotidiana di un trauma che non si esaurisce nell’istante dell’aggressione e ha riaffermato il valore della persona oltre la ferita. La pagina, per lui, è stata insieme terapia, strumento di militanza silenziosa e dialogo con una comunità che, soprattutto a Torino, ha seguito con attenzione e rispetto il suo percorso.
La storia di Guido Nasi resta un monito. Racconta quanto fragile possa essere una promessa di futuro quando la violenza la interrompe bruscamente, ma anche quanto possa essere forte la risposta individuale se sostenuta dalla volontà e dalla cura. È una vicenda che chiama in causa la responsabilità collettiva: ricordare senza spettacolarizzare, rispettare senza semplificare. Perché dietro parole come “rapina” e “aggressione” non ci sono solo fatti di cronaca, ma vite che meritano di essere protette, ascoltate e onorate.

Guido Nasi
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