L'ultimo Consiglio comunale di Chivasso ha approvato il nuovo regolamento della commissione mensa scolastica dopo due ore abbondanti di una discussione che ha riportato in superficie una tensione latente: la distanza, politica e culturale, tra chi considera la commissione un luogo di collaborazione con le scuole e chi la immagina come un presidio di controllo sul servizio mensa.
Tutto è iniziato ancora prima di entrare nel merito del dibattito, quando Bruno Prestìa ha messo sul tavolo una questione procedurale: «L’aula aveva votato il ritiro del punto nello scorso Consiglio comunale e il ritorno in commissione. È agli atti. Lo avete votato anche voi, il sindaco compreso. Ma...».
Per Prestìa, quel voto non è un dettaglio ma il perno dell’intera vicenda. In pratica, sostiene che la maggioranza, riportando il regolamento direttamente in aula senza una nuova convocazione della commissione, abbia disatteso una deliberazione formale. Per questo chiede un parere scritto del segretario comunale e annuncia una segnalazione al Prefetto. «Il voto dell’aula non è stato rispettato. E questo non è un mio capriccio: è un tema di legalità», ha inforcato il consigliere comunale di "Per Chivasso".
La parola legalità è quella che l’assessore Gianluca Vitale porta sul petto come delega. Prestìa glielo fa notare con un’ironia amara: l’assenza dell’assessore nella seduta precedente, unita al voto positivo sul rinvio, avrebbe reso ancora più logico – a suo dire – riportare il testo in commissione.
La risposta del segretario ha però raffreddato la ricostruzione dell’opposizione. Il verbale – ha spiegato – parlerebbe esclusivamente di ritiro per riproporre il regolamento a un successivo Consiglio, senza alcun vincolo al passaggio in commissione. Una precisazione che la maggioranza ha immediatamente fatto propria, lasciando Prestia a ribattere che «la volontà dell’aula è stata travisata». Insomma, una bagarre che ne anticipa un'altra.
Da quel punto in avanti, il dibattito si è spostato sul terreno più politico e più sensibile: quale ruolo deve avere la commissione mensa?
Un organo di collaborazione con le scuole o uno strumento di controllo vero e proprio?
Prestìa ha portato la sua esperienza diretta, raccontando ispezioni in cui avrebbe trovato frutta marcia, ragnatele nei refettori, problemi nella gestione dei pasti per i bambini con esigenze alimentari specifiche. «Chi controlla non può annunciare il controllo tre giorni prima: diventa una visita di cortesia», ha detto, chiedendo la possibilità di sopralluoghi senza preavviso rigido e la facoltà di scattare foto e video da consegnare agli uffici comunali, non certo ai social.
La maggioranza ha respinto in blocco questa impostazione, giudicandola incompatibile con lo spirito della commissione. «Non siamo i NAS», ha ricordato il consigliere Pasteris, rivendicando il ruolo quotidiano degli insegnanti, che mangiano in mensa con gli alunni e segnalano eventuali criticità. Il fronte contrario ha tenuto fermo anche il punto sulle fotografie, considerate inaccettabili dentro i plessi scolastici per ragioni di privacy e di clima interno: «La scuola non è casa nostra. Le foto non sono ammesse dai regolamenti», ha ribadito la consigliera Davico, visibilmente irritata all’idea che qualcuno possa entrare in mensa con il telefono in mano.
La discussione si allarga. Enzo Falbo di Fratelli d'Italia ricorda che nel Consiglio precedente sembrava esserci un accordo di massima su un piccolo emendamento: permettere ai commissari di richiedere un sopralluogo anche la mattina stessa per il pranzo della giornata.
Un compromesso ragionevole, dice, che evitava le “visite annunciate” senza trasformare la commissione in un corpo ispettivo permanente. Quel compromesso oggi sparisce. «Perché siamo qui a ridiscutere quello che poteva passare due settimane fa? Perché avete cambiato idea?», chiede, visibilmente contrariato.
L’emendamento lo presenta formalmente Claudia Buo di Liberamente Democratici, che ricorda come nella seduta precedente fosse stato accolto quasi all’unanimità. Questa volta, però, la maggioranza lo boccia senza esitazioni. Buo interpreta la mossa come un ordine di scuderia: «Allora eravate d’accordo, oggi votate l’opposto. È arrivato un diktat dalla giunta. Va bene: ne prendiamo atto».
Clara Marta, di Forza Italia, aggiunge un commento che colpisce nel segno: «È così che si allontanano i cittadini dalla politica: anteponendo la faziosità al merito». È la fotografia di un malessere che non riguarda la mensa ma il metodo. E anche lei annuncia l’astensione.
Dall’altro lato, la maggioranza prova a spiegare la sua scelta. L’assessore Vitale sottolinea che in diritto amministrativo non ha senso riportare due volte lo stesso testo in commissione: sarebbe inutile. Aggiunge che la mensa di Chivasso è già oggetto di controlli serrati: NAS, Camera di Commercio, protocolli interni, verifiche costanti. Ricorda un episodio in cui il ritrovamento di moscerini nella minestra aveva scatenato allarme, salvo scoprire che erano compatibili con la filiera biologica del prodotto, priva di pesticidi.
Poi interviene il consigliere Stefano Mazzer, capogruppo del Pd, chiamato in causa dalle accuse di Buo. «Non abbiamo ricevuto nessun diktat. Abbiamo votato secondo coscienza. L’emendamento era privo di sostanza: una parte era già garantita dalla legge, l’altra avrebbe imposto obblighi non ragionevoli agli uffici». È la linea della maggioranza: nessun complotto, solo un regolamento da tutelare nella sua architettura.
Prestìa, rimasto isolato nella sua battaglia procedurale, conferma l’uscita dall’aula. «Il consiglio non ha rispettato il proprio voto. Mi rivolgerò al Prefetto. Sarò coerente con quanto detto». È il gesto politico che chiude la prima parte della seduta.
Il regolamento viene approvato con 11 voti favorevoli, 2 contrari e 1 astenuto, insieme alla sua immediata eseguibilità. L’aula passa dunque alle nomine della nuova commissione mensa. Per la maggioranza entrano Carla Vera Cena e Veronica Davico. Per la minoranza, la scelta ricade su Claudia Buo.
Alla fine rimane in sospeso la domanda che nessun regolamento può risolvere: in una commissione che riguarda la qualità del cibo servito ai bambini, il livello di igiene dei refettori e la fiducia delle famiglie, come si bilancia la collaborazione con il diritto-dovere al controllo? Il Consiglio ha scelto un modello più contenuto, più istituzionale, meno ispettivo. L’opposizione rivendica invece una vigilanza più rigorosa, più autonoma, più documentabile.
Il vero banco di prova, però, non sarà la votazione in aula, ma l’attività sul campo. Le visite, i report, le segnalazioni. Lì si capirà se la commissione mensa sarà davvero un luogo di collaborazione, come auspica la maggioranza, o uno spazio di verifica attenta e scomoda, come pretende l’opposizione.
In mezzo, come sempre, ci sono loro: i bambini, che non partecipano al dibattito ma ne subiscono ogni conseguenza.