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03 Gennaio 2026 - 17:54
A Capodanno hanno dato fuoco al gattile e mancano all'appello una decina di gatti...
Per ora una sola parola: grazie.
Grazie mentre mancano ancora una decina di gatti all’appello. Grazie mentre qualcuno spera che tornino, uno alla volta, affamati e spaventati, guidati dall’istinto verso ciò che non esiste più. Grazie mentre si prova a rimettere in piedi ciò che è stato distrutto, sapendo che nulla tornerà davvero com’era prima.
È da qui che parte Fiodor Verzola. Non dalla rabbia. Non dalla denuncia. Ma dalla gratitudine. Perché dopo il fuoco, dopo la violenza, dopo la notte che ha cancellato un rifugio e disperso delle vite, resta chi non si volta dall’altra parte. Restano le mani che portano cibo, le casette improvvisate, il tempo donato senza chiedere nulla in cambio. Restano le persone perbene, quelle che non fanno rumore ma tengono insieme il mondo quando qualcuno prova a distruggerlo.
Poi arriva un’altra parola, più pesante, più scomoda: solidarietà. Quella che resiste. Quella che non si limita ai post indignati ma si misura in fatti concreti, in notti passate a cercare gatti nascosti, in giorni spesi a ricostruire. Ed è proprio in mezzo a questa umanità che fa male scoprire quanto sia facile, per qualcuno, parlare di tasse sugli animali, come se l’amore fosse un lusso, come se prendersi cura fosse una colpa. Come se non sapessero che per tante persone sole, anziane, fragili, un animale è l’unico respiro che resta.
Ma per capire davvero perché oggi si dice grazie, bisogna tornare indietro. Tornare a quella notte di Capodanno. Tornare al momento in cui il nuovo anno, a Nichelino, è iniziato con il fuoco.
Una colonia felina del territorio è stata devastata. Bruciata. Distrutta dalle fiamme e dalle bombe. Un luogo di cura, di equilibrio fragile, costruito con pazienza e responsabilità quotidiana, è stato raso al suolo da una violenza cieca e codarda. I rifugi anneriti, le casette sventrate, l’odore acre che resta addosso anche quando il fuoco è spento. I gatti dispersi, fuggiti nel buio, terrorizzati. E l’angoscia di non sapere se stiano tutti bene. Un dolore che pesa, che non passa.
Rabbia, tristezza e sgomento. Così Fiodor Verzola descrive il sentimento con cui inizia l’anno. E non è uno sfogo. È una constatazione amara. Perché qui non si tratta di una bravata. Non si tratta di un gesto isolato. Qui si tocca con mano un problema culturale profondo, che affonda le radici nell’ignoranza e nella convinzione che ciò che è indifeso possa essere colpito senza conseguenze.
E no, non bastano i controlli. Non bastano le telecamere. Non bastano le multe. Nessuna repressione potrà mai educare una coscienza vuota. Nessuna sanzione potrà mai riempire un abisso così grande. La repressione serve, sì, ma non salva. Non insegna a riconoscere una vita come degna di rispetto.
Eppure, in mezzo a tutto questo, Fiodor Verzola rifiuta la resa. Non accetta che la violenza abbia l’ultima parola. Si rivolge alle persone perbene, a quelle che amano davvero gli animali, a quelle che sanno che questa battaglia non riguarda solo una colonia felina. Riguarda il tipo di comunità che vogliamo essere. Riguarda il dare voce a chi non ce l’ha. Riguarda esseri senzienti, non umani ma vivi, che meritano dignità e diritti.
Non lasciateci soli, chiede.
Non lasciate sole le tutrici e i tutori delle colonie feline.
Non lasciate solo chi ogni giorno si assume una responsabilità che dovrebbe essere di tutti.
Oggi restano le macerie. Restano i nomi dei gatti da cercare. Restano gli spazi vuoti dove prima c’era un rifugio. Ma restano anche le persone che ricostruiscono, che resistono, che scelgono l’ostinazione al cinismo.
E allora sì, oggi una sola parola: grazie.
Perché se qualcuno ha acceso il fuoco, qualcun altro – silenziosamente – ha scelto di tenere accesa l’umanità.
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