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Angelina Jolie a Rafah: Gaza isolata, gli aiuti bloccati, l’umanità espulsa

Il 2 gennaio Angelina Jolie arriva al confine tra Egitto e Striscia di Gaza e trova l’assurdo: aiuti pronti ma bloccati, 37 organizzazioni umanitarie costrette ad andarsene, Medici Senza Frontiere tra chi deve lasciare. Non è solo una guerra: è l’isolamento deliberato di una popolazione civile

Angelina Jolie a Rafah: Gaza isolata, gli aiuti bloccati, l’umanità espulsa

Angelina Jolie a Rafah: Gaza isolata, gli aiuti bloccati, l’umanità espulsa

Il confine di Rafah non fa rumore. Non esplode, non crolla, non sanguina. Eppure è uno dei luoghi più violenti del nostro tempo. È un punto fermo, immobile, dove la sofferenza non avanza e non arretra: resta sospesa, trattenuta da cancelli chiusi e decisioni prese altrove. Qui la guerra non si combatte con le armi, ma con l’attesa. Con il tempo che passa mentre nulla si muove.

Da una parte, sul lato egiziano, file ordinate di camion bianchi, container sigillati, magazzini colmi fino al soffitto. Dentro ci sono antibiotici, flebo, anestetici, cibo a lunga conservazione, latte in polvere, garze, strumenti chirurgici. Tutto catalogato, tutto pronto, tutto fermo. Dall’altra parte, a pochi metri di distanza, Gaza. Un territorio ridotto a frammenti, dove gli ospedali operano senza elettricità stabile, dove i bambini vengono curati sul pavimento, dove la fame non è più un rischio ma una certezza quotidiana. Due realtà che si guardano senza toccarsi, separate da un confine che è diventato una sentenza.

angelina

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È qui che il 2 gennaio è arrivata Angelina Jolie. Non come attrice, non come icona globale, ma come testimone. Arriva perché sa che esistono luoghi in cui la distanza fisica diventa una colpa morale. Sa che restare lontani significa accettare. E lei, da oltre vent’anni, ha scelto di non accettare. Il suo viaggio non ha il linguaggio delle missioni ufficiali, non è scandito da dichiarazioni preparate o conferenze stampa. È fatto di incontri silenziosi, di sguardi bassi, di racconti ripetuti troppe volte da chi lavora nell’umanitario e vede le stesse tragedie replicarsi senza fine.

Jolie incontra i volontari della Mezzaluna Rossa, parla con gli autisti dei camion, uomini che da settimane accendono il motore ogni mattina senza sapere se quel giorno potranno finalmente passare. Ascolta chi le mostra i magazzini pieni e le dice, quasi con vergogna, che tutto è pronto ma nulla si muove. È una scena che non ha bisogno di commento: l’abbondanza bloccata davanti alla disperazione. Una logica rovesciata che racconta meglio di qualsiasi vertice internazionale il fallimento di una comunità globale capace di produrre aiuti, ma incapace di garantire l’accesso.

Gli aiuti esistono, ma non arrivano. Non perché manchino risorse, non perché manchi volontà da parte delle organizzazioni umanitarie, ma perché blocchi, restrizioni e controlli rendono l’accesso intermittente, insufficiente, imprevedibile. La crisi non è più solo umanitaria, è amministrata. Regolata. Dosata. Gaza non viene semplicemente colpita: viene gestita al minimo indispensabile per sopravvivere senza mai guarire.

La voce di Angelina Jolie non è urlata, ma è ferma quando afferma che il cessate il fuoco deve essere mantenuto e che l’accesso agli aiuti deve essere sicuro, continuo e immediatamente ampliato. Perché ciò che entra oggi a Gaza non copre nemmeno una frazione dei bisogni reali. È una goccia in un incendio che continua a divampare. Le sue parole non sono slogan, ma constatazioni maturate sul campo, in decenni di missioni tra campi profughi, zone di guerra, territori dimenticati.

La sua presenza a Rafah coincide con una notizia che pesa come una condanna definitiva. Trentasette associazioni umanitarie internazionali ricevono l’ordine di abbandonare la Striscia di Gaza. Trentasette nomi, trentasette reti di soccorso, trentasette presìdi di umanità costretti a chiudere, evacuare, ridimensionare drasticamente la loro presenza. Tra queste c’è Medici Senza Frontiere, una delle ultime organizzazioni rimaste operative nei contesti più estremi, negli ospedali bombardati, tra i feriti che arrivano senza sosta, tra i bambini ustionati, amputati, traumatizzati.

L’allontanamento di Medici Senza Frontiere non è solo una notizia. È uno spartiacque. Significa meno sale operatorie funzionanti, meno interventi chirurgici d’urgenza, meno cure pediatriche, meno assistenza alle donne incinte. Significa medici costretti a scegliere chi curare e chi no, non per mancanza di competenze, ma per assenza di risorse. Significa anche qualcosa di più sottile e devastante: meno testimoni. Perché le ONG non curano soltanto. Raccontano. Documentano. Denunciano. Tengono aperta una finestra sul mondo. Quando vengono mandate via, quella finestra si chiude. E Gaza diventa ancora più sola, più opaca, più facile da cancellare dal dibattito pubblico.

Angelina Jolie conosce bene questo meccanismo. Lo ha visto in Afghanistan, in Sudan, nei Balcani. Sa che l’espulsione dell’aiuto umanitario non è mai neutra. È una scelta politica che trasforma la guerra in isolamento, l’assedio in normalità, la sofferenza in rumore di fondo. Sa che, senza la presenza delle organizzazioni indipendenti, tutto diventa più facile da negare, più difficile da provare, più rapido da archiviare come “inevitabile”.

Da mesi Jolie critica apertamente le azioni che producono massicce vittime civili. Non prende posizione per appartenenza ideologica, ma per coerenza umana. Chiede protezione per la popolazione, chiede che il diritto internazionale non venga evocato solo nei documenti ufficiali ma applicato nella realtà quotidiana. A Rafah, queste parole assumono un peso concreto. Qui non si parla in astratto. Qui si vedono magazzini pieni e ospedali vuoti, camion fermi e bambini che muoiono per infezioni curabili, ferite non trattate, disidratazione.

I racconti che emergono dal confine sono devastanti nella loro semplicità. Medici costretti a operare senza anestesia sufficiente. Infermieri che lavorano turni infiniti. Famiglie che aspettano giorni per una bottiglia d’acqua potabile. Operatori umanitari che ricevono l’ordine di andarsene sapendo che dietro di loro non resterà nessuno. È un abbandono progressivo, metodico, quasi burocratico. Prima si limita l’accesso, poi si riducono i permessi, infine si chiudono le porte. Gaza viene svuotata non solo di risorse, ma di possibilità.

In questo scenario, la presenza di Angelina Jolie non risolve nulla, ma interrompe qualcosa. Interrompe l’indifferenza. Interrompe la narrazione che riduce Gaza a un conflitto troppo complesso per essere affrontato. Riporta tutto a una domanda elementare, brutale, impossibile da aggirare: come è possibile accettare che gli aiuti restino bloccati mentre le persone muoiono a pochi metri di distanza? Come si può giustificare l’espulsione di chi cura mentre la crisi umanitaria raggiunge livelli senza precedenti?

Quando Jolie lascia Rafah, il confine resta immobile. I camion sono ancora lì. Le associazioni continuano a smobilitare. Gaza resta intrappolata. Ma resta anche una presa di posizione che pesa. Perché non è una visita di circostanza, è una denuncia silenziosa. È il rifiuto di considerare normale ciò che normale non è. È la consapevolezza che l’isolamento di Gaza non è un destino inevitabile, ma il risultato di scelte precise, reiterate, difese nel tempo.

E quando anche Medici Senza Frontiere è costretta a ridurre la propria presenza, quando 37 organizzazioni vengono mandate via, la guerra cambia volto. Non è più solo una guerra combattuta con le armi, ma una guerra contro la possibilità stessa di essere aiutati. Una guerra contro la cura, contro la testimonianza, contro l’idea che la sofferenza debba almeno essere vista.

Gaza resta oltre quel confine. E con lei resta una ferita aperta nella coscienza globale. Perché un mondo che tiene chiusi i cancelli davanti a magazzini pieni non può più dirsi impotente. Può solo dirsi responsabile. Il viaggio di Angelina Jolie non salva Gaza. Ma toglie ogni alibi a chi continua a dire di non sapere. E lascia una domanda che non si può più evitare: quanto ancora può durare il silenzio prima di diventare complicità.

Angelina Jolie: la coscienza inquieta
di un tempo che non perdona

In un’epoca in cui le celebrità oscillano tra selfie perfetti e slogan effimeri, Angelina Jolie si è imposta come una voce che non si lascia catalogare né silenziare. Non parla di glamour, ma di fame, guerra, diritti e coscienza. Non scatta fotografie per far parlare di sé, ma va nei luoghi in cui nessuno più guarda. Ha fatto del proprio nome non un marchio da promuovere, ma una testimonianza di umanità inquieta e intransigente.

La sua lunga traiettoria umanitaria non è un’appendice alla carriera cinematografica, ma ne è diventata la cifra più duratura. Dal ruolo ufficiale con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dove ha servito come ambasciatrice e poi come inviata speciale per oltre vent’anni, alla continua presenza nei teatri di crisi, ogni passo di Jolie è stato accompagnato da una riflessione profonda sul significato della solidarietà e della responsabilità collettiva.

Quando la giustizia non viene servita in modo uguale e senza eccezioni, non è giustizia. È una convinzione che emerge con forza dalle sue parole e dalle sue scelte. Dai luoghi attraversati nel corso degli anni ha tratto una consapevolezza amara: un sistema internazionale che non riesce nemmeno a proteggere chi fugge dal conflitto non può proteggere nessuno.

Jolie non si limita a denunciare le sofferenze: le racconta con i piedi nella polvere dei campi profughi, con le mani che stringono quelle di chi ha perso tutto. In Sudan, tra rifugiati e sfollati, ha parlato di un mondo che guarda altrove, incapace di rispondere alla chiamata umanitaria con la stessa urgenza con cui reagisce agli interessi geopolitici. In Polonia e in Ucraina ha incontrato famiglie fuggite dalla guerra, ascoltando storie che sfidano le statistiche e spezzano l’indifferenza.

I suoi appelli non si fermano alle immagini drammatiche dei corpi in fuga. Mettono in discussione le strutture che permettono alle crisi di protrarsi nel tempo. Parlare di Gaza, del Sudan, dell’Afghanistan significa per lei porre una domanda scomoda ma necessaria: perché il sistema internazionale, pur avendo regole e strumenti, non riesce ad aiutare chi è in disperato bisogno? È tragico continuare a evocare i diritti umani senza che questi vengano applicati concretamente per proteggere le persone reali, soprattutto i bambini, gli ospedali, l’accesso al cibo.

Questa voce nasce da decenni di presenza sul campo. Jolie ha ricordato più volte che la prima crisi capace di scuoterla profondamente fu quella in Cambogia, vissuta durante le riprese di un film. Tornata a casa, sentì che non bastava più osservare. Da lì prese forma un percorso che l’ha portata in Siria, in Iraq, nel Darfur, in Afghanistan e in molte altre guerre dimenticate. Nei suoi appunti di viaggio ha raccolto testimonianze di paura, resilienza e speranza, trasformando il racconto in un atto di restituzione.

Non è un attivismo di facciata. È l’uso critico e consapevole della propria influenza per portare alla luce verità scomode. In più occasioni ha dichiarato che il mondo sa cosa fare: proteggere i civili, garantire gli aiuti, difendere i diritti umani. Eppure non lo fa. Esiste una frattura profonda tra ciò che viene affermato nelle convenzioni internazionali e ciò che accade realmente sul terreno. Una frattura che produce sofferenza, abbandono, morte.

In molte occasioni Jolie ha alzato la voce contro l’indifferenza globale. Ha ricordato che le persone vulnerabili non sono numeri, ma storie di vita interrotte dalla violenza e trascurate dalla geopolitica. Ha invitato a guardare oltre il proprio confine, a porsi domande scomode sul perché alcune crisi monopolizzino l’attenzione mentre altre vengano archiviate come marginali. Questo sguardo critico l’ha portata a mettere in discussione non solo i singoli conflitti, ma anche i meccanismi che li alimentano o li prolungano per interessi strategici, economici o di potere.

Uno dei suoi messaggi più forti riguarda la solidarietà intesa come azione, non come sentimento passeggero. Di fronte alla tragedia dei rifugiati, ha sottolineato che quando i leader mondiali ignorano le cause profonde dello sfollamento, la comunità internazionale fallisce due volte: nell’alleviare la sofferenza e nel rispettare la propria missione fondamentale.

Angelina Jolie non è mai stata una figura comoda. Le sue prese di posizione sui diritti umani, sulle libertà fondamentali e sull’inerzia delle grandi potenze possono risultare scomode per chi preferisce narrazioni più semplici e rassicuranti. Anche parlando del proprio Paese, ha espresso preoccupazione per il progressivo restringimento degli spazi di libertà, ricordando quanto ogni limitazione dell’espressione individuale rappresenti un pericolo.

Questa è la sostanza del suo impegno: non una retorica di circostanza, ma una spinta morale costante verso la responsabilità collettiva. La sua visione non conosce confini nazionali, ma abbraccia le sofferenze del mondo intero. Cerca di trasformare l’attenzione in azione concreta, perché se non si interviene sulle cause profonde delle crisi, nessuna dichiarazione di principio ha valore se non cambia la vita delle persone reali.

Angelina Jolie non è un’eroina cinematografica. È una donna che ha scelto di dare voce a chi non l’ha, di stare dove fa male, di ricordare che dietro ogni statistica c’è una storia di perdita, di fuga, di paura. Il suo impegno, costante e talvolta scomodo, resta una delle testimonianze più forti di cosa significhi, oggi, voler restare umani in un mondo che troppo spesso preferisce non esserlo.

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