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03 Gennaio 2026 - 15:19
Scandalo alla "pompa". Diesel più caro della benzina. Ecco l'effetto accise che Meloni voleva distruggere
Altro che manovra “tecnica”, altro che aggiustamento marginale. Lo scandalo carburanti esplode silenziosamente il 1° gennaio, senza conferenze stampa, senza titoli a caratteri cubitali, senza che nessuno abbia davvero spiegato ai cittadini cosa stava per succedere. E invece è successo: il diesel ha perso il suo storico vantaggio e in molti casi oggi costa più della benzina. Una rivoluzione al contrario, consumata nel modo più italiano possibile: a fari spenti e con il conto presentato direttamente alla pompa.
Per anni il gasolio è stato venduto come la scelta razionale. “Consuma meno”, “conviene”, “è ideale per chi fa tanti chilometri”. Famiglie, lavoratori, pendolari, artigiani, piccoli imprenditori hanno investito su auto diesel seguendo anche le indicazioni implicite dello Stato, che lo agevolava con accise più basse rispetto alla benzina. Poi, improvvisamente, il ribaltamento. Le accise vengono “riallineate”, parola elegante che nasconde una realtà molto più brutale: il diesel aumenta, punto. La benzina? Forse cala di qualche frazione di centesimo, ma spesso solo nelle tabelle ministeriali, non nei cartelloni luminosi dei distributori.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In molte zone d’Italia il prezzo del gasolio eguaglia o supera quello della verde. Non ovunque, non sempre, ma abbastanza spesso da far scattare una domanda semplice e legittima: perché? Perché colpire proprio chi usa l’auto non per hobby, ma per necessità? Perché farlo senza una strategia complessiva, senza alternative credibili, senza un piano serio di accompagnamento?
La risposta ufficiale è sempre la stessa: ambiente, transizione ecologica, equità fiscale. Peccato che, grattando appena la superficie, emerga un’altra verità. Le accise non diminuiscono, vengono solo redistribuite. Il gettito resta fondamentale per tenere in piedi i conti pubblici, e la “svolta verde” diventa un’etichetta buona per tutte le stagioni. Inquinare meno? Certo. Ma intanto si incassa di più, e senza cambiare davvero il modello di mobilità.
Perché il punto è questo: le alternative non esistono, o sono insufficienti. Il trasporto pubblico locale è spesso inadeguato, caro, poco frequente. Nelle aree periferiche e nei territori extraurbani l’auto non è una scelta, è una necessità. E allora l’aumento del diesel non diventa uno strumento di educazione ambientale, ma una tassa mascherata, regressiva, che colpisce sempre gli stessi: chi lavora, chi viaggia, chi non può permettersi di cambiare auto ogni tre anni seguendo l’ultima moda “green”.
Nel frattempo, nessuno parla dei costi indiretti. Perché se aumenta il gasolio, aumenta tutto: trasporti, merci, logistica, servizi. Dal supermercato al pacco consegnato a casa, ogni rincaro alla pompa si riversa a cascata sui prezzi finali. Ma anche questo sembra un dettaglio trascurabile nel grande racconto della transizione, dove tutto è giusto purché lo paghi qualcun altro.

E così il diesel, da carburante “del popolo”, diventa improvvisamente il nuovo nemico pubblico. Non perché sia cambiata la sua natura dall’oggi al domani, ma perché serve fare cassa. Senza il coraggio di dirlo apertamente. Senza spiegare che non esiste, oggi, un piano credibile che accompagni davvero cittadini e imprese verso un modello diverso. Solo annunci, slogan, e una certezza granitica: il pieno costa sempre di più.
Insomma, chiamarla riforma è generoso. Chiamarla transizione è fuorviante. Scandalo carburanti è forse l’espressione più onesta. Perché quando le scelte politiche incidono così pesantemente sulla vita quotidiana delle persone, senza confronto e senza alternative, non siamo davanti a un inevitabile destino ecologico. Siamo davanti all’ennesima operazione scaricata sulla pelle della gente comune. E come sempre, il distributore non fa sconti.
Era una Meloni all’opposizione, quindi moralmente imbattibile. Ogni aumento del carburante era colpa di “loro”, ogni centesimo in più alla pompa era un’ingiustizia da urlare in faccia al governo di turno. Le accise? Un furto legalizzato. Un residuato bellico. Un’anomalia tutta italiana. E lei, Giorgia, era lì a giurare che appena fosse arrivata al potere avrebbe fatto piazza pulita. Addio accise. Fine dell’incubo. Festa grande ai distributori.
Poi, come spesso accade nelle fiabe moderne, la protagonista diventa regina. Palazzo Chigi, la campanella, le foto ufficiali, la postura istituzionale. E qui la storia cambia tono. Non più comizi, ma Consigli dei ministri. Non più slogan, ma coperture finanziarie. Non più “togliamo tutto”, ma “valuteremo”. Le accise, improvvisamente, non sono più un furto, bensì una “componente strutturale del bilancio dello Stato”. Che detta così sembra quasi una virtù.
E così accade il miracolo italiano: le accise restano tutte al loro posto, solide, intoccabili, fedeli come un mutuo trentennale. Anzi, nel frattempo si riallineano, si ricalibrano, si sistemano. Il diesel perde il suo piccolo privilegio, la benzina sorride amaramente, e gli automobilisti pagano. Ma stavolta senza comizi, senza dirette Facebook infuocate, senza Giorgia che urla. Stavolta c’è solo Giorgia che governa. E governare, si sa, è un’altra cosa.
La spiegazione ufficiale è impeccabile: i conti pubblici, l’Europa, la responsabilità, il contesto internazionale. Tutto vero. Tutto comprensibile. Tutto rispettabile. Solo che allora viene da chiedersi: ma quando prometteva di abolirle, queste accise, non lo sapeva? Non sapeva che servivano a fare cassa? Non sapeva che toglierle avrebbe significato trovare miliardi altrove? O forse lo sapeva benissimo, ma all’opposizione le promesse costano zero e rendono tantissimo.
Il bello è che nessuno chiede miracoli. Nessuno pretende davvero che un governo elimini in un colpo solo decine di miliardi di entrate. Ma almeno un po’ di coerenza narrativa sì. Perché se ieri le accise erano il demonio e oggi sono una necessità, il problema non è l’economia: è la memoria. O meglio, la speranza che gli italiani non ricordino.
E invece ricordano. Ricordano i video, le frasi, le promesse urlate. Ricordano la Meloni che diceva “con noi la benzina costerà meno”. Ricordano l’indignazione selettiva, valida solo quando si è all’opposizione. Perché le accise, come la coerenza, sono molto più facili da eliminare a parole che nei decreti.
Insomma, la storia delle accise è la solita vecchia storia italiana: quando non governi, prometti di abbattere le tasse; quando governi, scopri che servono. E così il distributore resta lì, immobile, con i suoi numeri luminosi che salgono, mentre le promesse scendono. E alla fine, come sempre, il pieno lo pagano i cittadini. Le accise restano. E Giorgia governa.
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