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03 Gennaio 2026 - 11:42
L'assessore regionale Federico Riboldi
C’è una parola che nella sanità pubblica italiana funziona sempre benissimo: impasse. È elegante, neutra, non dà colpe. Non dice chi ha sbagliato, non dice chi paga. Soprattutto non dice chi prende gli schiaffi, in senso letterale. È una parola che sta benissimo nei comunicati, molto meno nelle ambulanze.
Gli infermieri del 118 del Piemonte, per esempio, sono da tre anni dentro un’impasse. Tre anni senza un indennizzo specifico, tre anni di incontri, tavoli, convocazioni, gruppi di lavoro, cronoprogrammi, proroghe. Tre anni passati a entrare nelle case altrui “alla cieca”, come racconta un’infermiera torinese che preferisce restare anonima. «Entriamo senza sapere cosa troveremo davanti», dice. «Lavoriamo in strada, siamo i primi ad arrivare su liti e incidenti. Sono situazioni ad altissimo rischio, ma non ci viene riconosciuto». Una frase che non ha bisogno di essere interpretata: è già chiarissima così.
In pronto soccorso, almeno, c’è qualcuno che fa da scudo. C’è una porta, un filtro, un vigilante. In strada no. In strada si arriva prima di tutti, quando la situazione è ancora calda, quando l’alcol non si è ancora dissolto, quando la rabbia non ha trovato sfogo. Si arriva su crisi psicotiche, violenze domestiche, incidenti stradali, liti familiari. Si arriva spesso di notte, spesso da soli, spesso con la consapevolezza che basta poco perché una chiamata di soccorso diventi un problema di ordine pubblico.
Eppure, dal punto di vista economico, il rischio è considerato più o meno lo stesso. Agli infermieri del 118 viene riconosciuta la cosiddetta “indennità di area critica”, la stessa dei colleghi che lavorano in pronto soccorso. Nulla di più. Come se entrare in un triage e varcare la soglia di un appartamento sconosciuto fosse la stessa cosa. Come se la sicurezza potesse essere equiparata per decreto. Come se la realtà fosse un dettaglio.
La questione va avanti da almeno tre anni, precisamente da quando la legge di Bilancio del 2022 ha previsto un fondo per l’indennità del personale dei pronto soccorso. Da lì nasce la domanda: chi lavora in ambulanza è dentro o fuori? La risposta, a oggi, è ancora sospesa. Dipende dalle interpretazioni, dalle norme, dalle pieghe burocratiche. Dipende, insomma, da tutto ciò che non urla, non sanguina e non finisce in ambulanza.
I sindacati tornano periodicamente alla carica. Nursing Up parla apertamente di impasse burocratico, di lavoratori penalizzati, di tempo perso su questioni puramente formali mentre chi è in prima linea continua a lavorare senza tutele aggiuntive. Il 7 gennaio è in programma un nuovo incontro con l’assessorato alla Sanità. Un altro. Uno in più nella lunga lista. Nel frattempo, però, gli infermieri continuano a salire sulle ambulanze, non sui verbali.
Come se non bastasse, sullo sfondo c’è anche la grande riorganizzazione del sistema: il passaggio del personale delle quattro centrali operative del Piemonte ad Azienda Zero. Una prospettiva che aggiunge incertezza a incertezza. Tema finito anche in Consiglio regionale, con un’interrogazione presentata da Daniele Valle, vicepresidente della commissione Sanità. In aula, l’assessore Federico Riboldi ha rassicurato tutti: convenzioni prorogate fino al 31 dicembre 2025, gruppo di lavoro attivo, modello organizzativo in definizione. «Le attività degli operatori rimarrebbero esattamente le stesse», ha assicurato.
È una frase che nella pubblica amministrazione ha un significato preciso: non cambia niente, ma intanto cambia tutto. Cambiano i riferimenti, cambiano i datori, cambiano le sigle. Le attività restano “le stesse”, le tutele no. Quelle, come sempre, sono oggetto di valutazione.
È una storia tipicamente italiana, anzi piemontese: grandi rassicurazioni, piccoli silenzi, lavoratori sospesi in un limbo amministrativo. Nessuno nega il problema, nessuno lo risolve. Nessuno dice no, nessuno dice sì. Si rinvia, si proroga, si studia. Nel frattempo, chi lavora sul campo continua a fare i conti con aggressioni, minacce, turni massacranti e una sensazione diffusa: essere indispensabili solo quando c’è da intervenire, molto meno quando c’è da riconoscere.

La Regione, tecnicamente, potrebbe intervenire. I margini ci sono. Ma si preferisce aspettare, per prudenza, per formalismo, per rispetto delle procedure. Tutte cose nobili, purché non le si faccia pagare a chi entra nelle case degli altri senza sapere se ne uscirà con una stretta di mano o con un referto.
Alla fine resta una domanda semplice, quasi imbarazzante per quanto è ovvia: quanto vale un infermiere del 118? La risposta ufficiale è complessa, piena di commi, sottocommi e interpretazioni. Quella reale, invece, è sotto gli occhi di tutti: vale moltissimo quando serve, pochissimo quando chiede qualcosa in cambio.
Insomma, l’impasse continua. Elegante, educata, perfettamente compatibile con i palazzi. Un po’ meno con le ambulanze.
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