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Guardie zoologiche, tra poteri e abusi: dopo il caso di Chivasso servono regole chiare e controlli veri

Il presidente nazionale GEA ODV Nicodemo De Franco spiega cosa è legittimo, cosa no e perché la confusione danneggia cittadini e non tutela degli animali

Guardie zoologiche, tra poteri e abusi: dopo il caso di Chivasso servono regole chiare e controlli veri

Il caso esploso a Chivasso dopo il controllo a un cittadino che passeggiava con il proprio cane nella centralissima via Torino, ha acceso un dibattito che va oltre il singolo episodio, aprendo la questione sulla definizione dei poteri e dei confini operativi delle guardie zoologiche volontarie.

Quel controllo ha spalancato una voragine sulla definizione dei poteri, delle qualifiche e dei limiti. Non tanto per l’atto in sé, quanto per ciò che ha rivelato: una materia complessa, poco conosciuta, spesso affidata a prassi più che a regole chiare.

Il punto non è se i controlli vadano fatti. Il punto è chi può farli, quando e in che modo. Domande che il caso chivassese ha riportato al centro del dibattito, esponendo una zona grigia dove il rischio non è solo l’abuso, ma la perdita di fiducia dei cittadini verso un sistema che dovrebbe tutelare animali e legalità.

Per fare chiarezza abbiamo raccolto l’intervento di Nicodemo De Franco, presidente nazionale di GEA ODV, associazione riconosciuta dal Ministero della Salute, ed ex sostituto commissario della Polizia di Stato, oggi in quiescenza. Un’intervista ampia, senza scorciatoie, che entra nel dettaglio di norme, prassi e responsabilità, e che prova a rimettere ordine in un campo dove, troppo spesso, regna la confusione.

Presidente De Franco, partiamo da un punto chiave: le guardie zoologiche sono pubblici ufficiali oppure no?

«Sì, le guardie zoologiche sono pubblici ufficiali, ma questo vale solo ed esclusivamente durante l’orario di servizio. E quell’orario non è deciso dall’associazione o dal presidente: deve essere comunicato preventivamente alla Questura competente. È questo passaggio che rende legittimo qualsiasi accertamento svolto in quel lasso di tempo. Senza quella comunicazione, non si esercita alcun potere di pubblico ufficiale».

Quindi non basta essere “guardia zoologica” per poter effettuare controlli?

«Assolutamente no. Qui nasce gran parte dei problemi. La qualifica è legittima, ma non è sufficiente. Non basta comunicare il turno al presidente dell’associazione, che è una figura privata, un cittadino come tutti. Ciò che conta è la comunicazione alla Questura. Senza quella, qualsiasi controllo è privo di legittimazione».

Il cittadino può verificare se una guardia è effettivamente in servizio?

«Certo che può. Io cittadino posso chiamare la Questura e chiedere se quella guardia, in quel giorno e a quell’ora, risulta in servizio. È un diritto. Ed è un passaggio fondamentale per la trasparenza».

Anche se tutto è regolare, cosa devono fare le guardie dopo un controllo?

«Anche quando non emerge alcuna irregolarità, le guardie sono tenute a depositare un verbale di regolarità in Questura. È un obbligo. Il controllo non è un atto privato, ma un atto pubblico, e come tale va tracciato».

In Italia esistono moltissime sigle di guardie zoologiche. Come si è arrivati a questa frammentazione?

«Bisogna fare un passo indietro. Prima del 2017 le associazioni non avevano obbligo di bilancio. Questo ha creato un vero mare magnum, spesso lontano anni luce dal benessere animale. È così che, soprattutto prima del 2019, sono proliferate associazioni di ogni tipo. Oggi, con l’obbligo di bilanci pubblici, molte sono state chiuse perché non in regola. Ma il danno, in termini di credibilità, resta».

C’è chi pensa che fare la guardia zoologica significhi poter fare qualunque cosa…

«Ed è una convinzione pericolosissima. Le associazioni serie lo spiegano fin dalla prima lezione dei corsi di formazione: i poteri sono limitati, precisi, normati. Eppure vediamo di tutto. Gente che bussa alle porte pretendendo di entrare per “controllare gli animali”. È illegale: la proprietà privata è inviolabile. Altri che fermano le auto per controllare il cane. Vietatissimo: non siamo polizia stradale».

Nicodemo De Francesco, presidente nazionale Gea Odv

Nel caso di Chivasso, fermare un cittadino a piedi con il cane è legittimo?

«Dipende da come e perché. Il controllo sul solo soggetto non ha alcun senso. La prima cosa da fare è verificare il microchip del cane. Poi, eventualmente, i documenti del conducente se si è in un contesto di circolazione stradale, ma sempre con modalità corrette. E soprattutto mai da soli: gli accertamenti devono avvenire con almeno due operatori».

E se durante il controllo è presente una terza persona senza tesserino o qualifica?

«È gravissimo. Sarebbe motivo di revoca del decreto. E purtroppo è una pratica che esiste. Anche su questo si abusa».

Molti cittadini raccontano di tesserini mostrati come prova di autorità. Che valore hanno?

«Nessuno. I tesserini rilasciati dalle associazioni non hanno alcun valore giuridico. Sono come le tessere del supermercato. Gli unici tesserini validi sono quelli rilasciati dallo Stato. Quelli dei volontari on bastano: chi controlla deve sempre mostrare anche il documento di identità personale».

Sul tesserino spesso c’è scritto “guardia particolare giurata”. Questo non crea confusione?

«Enorme confusione. Perché il cittadino dovrebbe conoscere una norma che dice che le guardie zoologiche, quando in servizio, sono pubblici ufficiali. Ho chiesto chiarimenti al Ministero: mi hanno risposto che non si può scrivere “pubblico ufficiale” sul tesserino perché non lo siamo h24, ma solo nel momento in cui siamo regolarmente in servizio. Il risultato è un sistema nebuloso, che non tutela né il cittadino né le guardie serie».

Cosa rischia una guardia che opera fuori servizio o senza i requisiti?

«Il cittadino può presentare denuncia per violenza privata. È bene che sia chiaro. Alcuni pensano di essere in servizio 24 ore su 24, e questo è uno dei problemi più gravi. Così si distrugge la legittimazione del ruolo».

Lei parla di una battaglia personale. Perché?

«Perché come cittadino sono schifato da tante situazioni. E come ex poliziotto so quanto sia delicata questa qualifica. Ho 72 anni, sono in pensione da 12. Quando sono entrato in questo mondo, prima della riforma del 2017, era impossibile avere decreti chiari, bilanci trasparenti. Oggi qualcosa è cambiato, ma non abbastanza».

Il suo timore qual è?

«Che episodi come quello raccontato nel vostro articolo buttino benzina sul fuoco di chi vuole chiudere tutto. E invece le guardie zoologiche servono, eccome. Ma solo se operano nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini e della legge. Altrimenti perdiamo credibilità».

Un ultimo punto: le sanzioni. Chi può farle e su cosa?

«Contano solo le violazioni di regolamenti nazionali, regionali e comunali. Il microchip è legge nazionale: 300 euro. La mancata raccolta delle deiezioni non è prevista da una legge nazionale: se non c’è un regolamento comunale, non è contestabile. La legge Brambilla vieta la catena, sanzione da 1000 euro, ma paradossalmente non chiarisce chi riscuote. Ho scritto al Ministero, nessuna risposta».

In sintesi, presidente: cosa servirebbe davvero?

«Chiarezza. Controlli veri. Regole rispettate. E Comuni più attenti: quante associazioni operano sul territorio? Quanto incassano dalle sanzioni? Questa non è una guerra agli animali né ai volontari. È una battaglia per la legalità. Perché solo così si tutela davvero chi ha un cane, chi fa volontariato serio e chi crede nelle istituzioni».

Una passeggiata con il cane, in una sera qualunque, può diventare un caso solo quando le regole sono opache. L’intervista a Nicodemo De Franco restituisce una fotografia nitida: il problema non è il controllo, ma il modo in cui viene esercitato. E soprattutto la chiarezza delle regole che lo rendono legittimo. Perché senza legalità non c’è tutela, e senza fiducia nessun controllo può dirsi davvero utile.

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