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Oltraggio antisemita nella notte di Capodanno

"Io non posso entrare". Manifesto antisemita sul portone del municipio nella notte di Capodanno

Un foglio con la scritta “Io non posso entrare” affisso all’ingresso del Comune. La condanna della sindaca Monica Durante e il richiamo alle leggi razziali del 1938

Volantino antisemita

Volantino antisemita appeso al municipio di Brandizzo

Durante la notte di Capodanno, mentre la città salutava l’arrivo del nuovo anno tra brindisi e festeggiamenti, ignotihanno scelto il portone del municipio come luogo per affiggere un messaggio carico di odio. Un foglio formato A4, comparso nelle prime ore del mattino, riportava un contenuto chiaramente antisemita, tanto esplicito quanto inquietante.

L’immagine raffigura un uomo con abiti tradizionali dell’ebraismo ortodosso, intento a leggere la Torah. La figura è inserita all’interno di un segnale di divieto, il classico cerchio rosso barrato, accompagnato dalla didascalia: “Io non posso entrare”. Un messaggio semplice, diretto, che richiama senza giri di parole l’esclusione, la discriminazione e la negazione dei diritti sulla base dell’identità religiosa.

Un gesto che non può essere archiviato come una bravata notturna o una provocazione isolata. Colpisce innanzitutto il luogo scelto: il municipio, sede delle istituzioni democratiche e casa simbolica di tutti i cittadini. Proprio lì, dove dovrebbero essere rappresentati i valori dell’inclusione, della legalità e del rispetto, qualcuno ha deciso di esporre un messaggio che va nella direzione opposta.

La sindaca Monica Durante ha condannato immediatamente l’episodio, definendolo senza esitazioni «un atto gravissimo». L’amministrazione comunale si è mossa da subito per chiarire quanto accaduto: è stata infatti disposta la visione delle immagini registrate dalle videocamere di sorveglianza presenti in piazza Carlo Tempia. Le registrazioni sono ora al vaglio della Polizia Municipale, con l’obiettivo di identificare i responsabili e trasmettere gli elementi utili alle autorità competenti.

Un passaggio doveroso, perché episodi di questo tipo non possono e non devono restare impuniti. Non si tratta soltanto di vandalismo, ma di un messaggio d’odio che tocca nervi scoperti della storia collettiva, riaprendo ferite che non si sono mai completamente rimarginate.

Il gesto, infatti, richiama in modo sinistro un passato che l’Italia conosce bene e che dovrebbe rappresentare un monito permanente. Proprio nei luoghi istituzionali, come i municipi, nel 1938 vennero affisse le leggi razziali e il cosiddetto Manifesto della razza. Fu l’inizio ufficiale della persecuzione antisemita nel nostro Paese: esclusioni dai luoghi pubblici, dalle scuole, dal lavoro, dalla vita civile. Cartelli, divieti, firme su carta intestata che trasformarono l’odio in norma e la discriminazione in legge.

Vedere oggi, a distanza di decenni, un messaggio che riecheggia quell’immaginario – “io non posso entrare” – non può lasciare indifferenti. Ricorda quanto sia fragile la memoria storica e quanto sia necessario vigilare, soprattutto quando certi simboli riemergono nei contesti più delicati.

Insomma, non è solo un foglio affisso nella notte, ma un segnale che interroga tutta la comunità. Perché la condanna istituzionale è fondamentale, ma altrettanto lo è la risposta civile e culturale di una città che non può permettersi di abbassare la guardia di fronte a rigurgiti di odio che la storia ha già mostrato dove possono condurre.



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