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05 Dicembre 2025 - 13:36
Cresce l’occupazione a Torino, ma la qualità del lavoro peggiora: ecco il nuovo rapporto Ires (foto di repertorio)
L’occupazione cresce, ma la qualità del lavoro arretra. I salari restano fermi, le qualifiche si abbassano, i giovani aumentano nella forza lavoro ma continuano a muoversi dentro un sistema che li assorbe più che valorizzarli. È l’immagine, nitida e contraddittoria, che emerge dal nuovo rapporto “I numeri del lavoro a Torino”, prodotto da Ires Piemonte con la collaborazione della Città, della Camera di Commercio, dell’Inail e dell’Agenzia Piemonte Lavoro. Un’immagine che conferma un punto ormai chiaro agli osservatori: Torino non è ferma, ma la sua trasformazione procede verso il basso, rafforzando le occupazioni meno qualificate e indebolendo quelle ad alto profilo. La città lavora di più, ma non necessariamente lavora meglio.
I numeri ufficiali raccontano un aumento di circa 15 mila occupati rispetto al 2019, un +4% che riporterebbe Torino ai livelli pre-pandemia. Scende anche la quota dei contratti atipici, dal 27 al 24%, un segnale che potrebbe suggerire una parziale stabilizzazione. Ma dietro questa superficie si muove la dinamica più rilevante: la crescita riguarda soprattutto i comparti a medio-bassa produttività, dove non sono richieste competenze elevate. La struttura complessiva scivola verso il basso. I lavoratori altamente qualificati passano dal 49 al 44%, mentre aumentano sia le figure intermedie (dal 29 al 33%) sia quelle a bassa qualificazione (dal 21 al 23%). Un restringimento verso il centro e verso la parte meno specializzata del mercato del lavoro, che produce un paradosso evidente: il lavoro si amplia, ma perde valore.
A subire maggiormente questo scenario sono i giovani. Nel rapporto crescono del 2% le persone in “disoccupazione amministrativa”, ossia coloro che hanno dichiarato disponibilità immediata ai Centri per l’Impiego: oggi sono 45.981. Gli under 29 aumentano dell’8%, accompagnati dall’incremento degli stranieri (+5%) e degli extracomunitari (+9%). Numeri che mostrano un mercato in movimento, ma incapace di offrire stabilità. I giovani entrano e riescono a lavorare, ma attraverso contratti brevi, ripetuti, spesso part-time involontari. Sale del 2% anche il numero di iscritti disponibili con titolo universitario, confermando una tendenza ormai strutturale: Torino forma più competenze di quante riesca a trattenere, in particolare nelle discipline meno tecniche.
La geografia della fragilità occupazionale continua a coincidere con alcune aree precise della città. Le circoscrizioni 5 e 6 — Borgo Vittoria, Madonna di Campagna, Vallette, Barriera di Milano, Regio Parco, Falchera — concentrano la quota più elevata di persone in cerca di lavoro. Sono quartieri dove fragilità sociale e mercato poco qualificato si alimentano a vicenda, tenendo la ripresa su livelli disomogenei e creando differenze crescenti tra zone che avanzano e zone che restano indietro.
Le retribuzioni, in questo quadro, non aiutano. Torino segue l’andamento nazionale: negli ultimi vent’anni i salari sono cresciuti meno dell’inflazione e il potere d’acquisto reale è oggi inferiore a quello dei primi anni Duemila. La frattura generazionale è evidente: gli under 30 guadagnano tra il 20 e il 30% in meno rispetto agli over 45, sia per effetto della precarietà sia per la concentrazione nei settori dove gli stipendi sono più bassi. Ristorazione, servizi alla persona, logistica e commercio difficilmente superano i 1000-1200 euro netti, una soglia che, in un contesto metropolitano con costi abitativi in aumento, rende complicata qualsiasi prospettiva di autonomia. Non sorprende, dunque, il flusso costante di giovani laureati che scelgono città con mercati più dinamici e meglio retribuiti.
In questo scenario, l’aumento dell’occupazione non può essere interpretato come un indice isolato di benessere. Torino si muove dentro un sistema produttivo segnato da una transizione industriale irrisolta, dai servizi sempre più polarizzati e da una digitalizzazione non uniforme. Manca un settore-traino come lo fu l’automotive per decenni. I comparti più avanzati — aerospazio, meccatronica, intelligenza artificiale — crescono, ma non abbastanza da compensare la perdita dei lavori qualificati tradizionali.
Il rapporto Ires osserva che la crescita delle disponibilità al lavoro tra i laureati può indicare una maggiore mobilitazione, ma anche un sottoutilizzo del capitale umano. Molti giovani finiscono in ruoli non coerenti con il proprio percorso formativo, con effetti diretti su salario, stabilità e prospettive. Il mismatch tra domanda e offerta resta dunque un nodo cruciale, mentre la città continua a espandersi soprattutto in segmenti dove il valore aggiunto è più basso.
Questo porta a un interrogativo più ampio sul modello di sviluppo. Una Torino che attrae lavoro non necessariamente attrae lavoro qualificato. E una città che non trattiene i suoi giovani rischia di indebolire nel medio periodo la propria competitività. La fotografia restituita da “I numeri del lavoro a Torino” è complessa: crescita quantitativa importante, ma fragilità qualitative persistenti, in alcuni casi accentuate.
Dentro questa cornice, la condizione delle nuove generazioni diventa il punto più critico. Le opportunità aumentano, ma non le condizioni per costruire un percorso stabile. La precarietà continua a pesare, così come la difficoltà ad accedere a carriere strutturate. Le politiche attive non coprono tutti i bisogni, la formazione eccede in alcuni settori e non basta in altri. Ne deriva una generazione che lavora più degli adulti di vent’anni fa, ma con meno prospettive.
Il rapporto, pur mantenendo un’impostazione neutra, solleva una domanda inevitabile: quale Torino vuole costruire il proprio futuro? Una città che accetta la polarizzazione del mercato o una città che decide di sostenere le filiere ad alto valore aggiunto, investendo su competenze e qualità? La risposta chiama in causa istituzioni, imprese, università e un’intera generazione che chiede di non essere considerata solo un dato statistico.
La crescita occupazionale, da sola, non basta più. Conta la qualità del lavoro, conta la capacità di offrire prospettive, conta la possibilità di restare. E su questo terreno, i numeri raccontano una sfida che Torino non può permettersi di rinviare ancora.
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