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La Stampa sotto attacco, Albanese nel mirino per il suo "monito alla stampa": scoppia lo scontro nazionale

Ecco perché le parole della relatrice ONU hanno provocato una valanga politica

La giurista e relatrice Onu Francesca Albanese

La giurista e relatrice Onu Francesca Albanese

L’assalto alla sede torinese de La Stampa continua a produrre onde d’urto politiche e istituzionali, amplificate nelle ultime ore dalle dichiarazioni della giurista Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi. La condanna per l’irruzione è stata trasversale e immediata: dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dai presidenti delle Camere Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana ai leader dell’opposizione Elly Schlein e Giuseppe Conte, fino ai vertici piemontesi come il sindaco Stefano Lo Russo e il presidente della Regione Alberto Cirio. Una condanna che sembrava unanime fino al momento in cui, intervenendo sul caso, la Albanese ha affermato che «al tempo stesso questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro».

È stata proprio questa frase, pronunciata dopo un’apparente condanna dell’assalto, a scatenare la tempesta politica. In serata, dal palco del corteo pro-Pal di Roma, Albanese ha tentato di chiarire: «Non c’è stato nessuno scivolone, vergognatevi. Condanno la violenza e condanno l’attacco a La Stampa». Ma la precisazione non ha spento l’incendio. Il caso, già di per sé delicato per la dinamica dell’assalto, è diventato un terreno di scontro frontale.

Quanto accaduto alla redazione de La Stampa è stato ricostruito nei dettagli dagli investigatori. Un gruppo di circa un centinaio di manifestanti si è staccato dal corteo principale dello sciopero generale, ha scavalcato i cancelli senza difficoltà, ha lanciato fumogeni, ha strappato le telecamere di sorveglianza e ha devastato gli spazi interni. In un quarto d’ora, giovani con il volto coperto hanno rovesciato sedie, lanciato libri, strappato giornali, imbrattato i muri con scritte a sostegno della Palestina libera e contro la redazione, arrivando anche a urlare «giornalista terrorista» e «giornalista, ti uccido».

Hanno lasciato letame sulle scale prima di fuggire saltando di nuovo i cancelli mentre i furgoni delle forze dell’ordine stavano arrivando. Il direttore Andrea Malaguti ha raccontato che non c’è stato il tempo di utilizzare il bottone di emergenza che chiude le porte tagliafuoco. Ha aggiunto che gli aggressori «avrebbero potuto fare molti più danni, perché c’erano computer ovunque, ma non li hanno toccati», e ha annunciato la visita dei vertici di Gedi, con John Elkann e il presidente Paolo Ceretti, per ribadire l’importanza del pluralismo e della libertà di informazione.

Nel frattempo, la Digos ha identificato oltre una trentina di partecipanti, anche grazie ai video recuperati nelle ore successive. Molti sono riconducibili al centro sociale Askatasuna, altri ai collettivi studenteschi Cua e Ksa, tra cui anche un sedicenne già noto per scontri davanti al liceo Einstein. Il prefetto di Torino Donato Cafagna ha sottolineato che «più volte, nel corso di attività di notifica di atti giudiziari, si è verificato che all’interno di Askatasuna ci fossero ancora soggetti destinatari di provvedimenti di sicurezza per attività violente», osservando che «occorre arrivare a una consequenzialità nelle scelte» e parlando apertamente di «un salto di qualità nella violenza da parte di questi gruppi antagonisti». Al termine del Comitato per l’ordine pubblico ha annunciato un rafforzamento dei presìdi, anche fissi, davanti alle sedi della Rai e de La Stampa, oltre a pattugliamenti dinamici su altri obiettivi sensibili della città.

Dentro questo quadro così delicato, le parole di Francesca Albanese sono state interpretate come un attacco, più che come un’analisi. La deputata della Lega Simona Loizzo le ha definite «inquietanti», contestando che un “monito alla stampa” possa essere accostato a un episodio di violenza così grave. Il senatore del Pd Filippo Sensi ha parlato di «solidarietà pelosa» e ha respinto il «ditino alzato» verso i giornalisti. Il leader di Azione Carlo Calenda ha scritto che Albanese è «una delle figure di cui la sinistra si dovrà vergognare». La vice-segretaria della Lega Silvia Sardone ha accusato la giurista di utilizzare «modalità espressive riconducibili ai centri sociali» e di allinearsi alle richieste dei manifestanti, citando l’imam Shahin, per il quale i gruppi presenti all’assalto chiedevano la revoca del decreto di espulsione.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha definito «inconcepibile» l’idea che «chi subisce violenza se la sia in qualche modo meritata», ricordando che Albanese, pochi giorni prima, aveva ricevuto a Trieste un premio intitolato a giornalisti uccisi in guerra. Il vicepremier Matteo Salvini si è spinto al sarcasmo, dicendo che «se pensa che l’attacco sia un monito, ha bisogno di un bravo medico». Da parte di Italia Viva, il senatore Enrico Borghi ha evocato gli anni Settanta, citando l’omicidio di Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa ucciso dalle Brigate Rosse nel 1977 dopo intimidazioni precedenti: «Abbiamo già visto dove portano i moniti ai giornalisti. La storia non va riscritta».

Un giudizio altrettanto severo arriva dal portavoce nazionale di Forza Italia Raffaele Nevi, secondo cui Albanese rappresenterebbe «un atteggiamento culturale pericoloso», mentre la Fnsi, con la segretaria Alessandra Costante, parla di «parole come pietre», che «sembrano più una minaccia che una solidarietà».

La presidente regionale di FdI Alessandra Binzoni, collegando l’intervento della Albanese alle responsabilità di Askatasuna, chiede lo sgombero immediato dello stabile occupato: «Non si può più far finta di nulla. È necessario procedere senza indugi prima che la spirale di violenza passi dagli atti vandalici alle intimidazioni contro le persone». Per Binzoni, le parole della giurista ONU «sono vergognose e ingiustificabili».

Il dibattito politico, così, si biforca su due piani: da un lato l’allarme per l’assalto alla redazione e la richiesta di un intervento deciso contro i gruppi antagonisti torinesi; dall’altro la reazione alla frase di Albanese, percepita come un tentativo di giustificare, ridimensionare o, in qualche modo, caricare di significato politico un episodio che ha colpito al cuore la libertà di stampa.

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