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Cronaca

Identificate 40 persone dopo l'assalto a La Stampa. Il prefetto parla di “strategia per mettere sotto scacco la città”

Sirna: molti sono gli stessi del blitz alla Città metropolitana; Lo Russo chiede fermezza senza strumentalizzazioni

Identificate 40 persone dopo l'assalto a La Stampa. Il prefetto parla di “strategia per mettere sotto scacco la città”

Identificate 40 persone dopo l'assalto a La Stampa. Il prefetto parla di “strategia per mettere sotto scacco la città”

A ventiquattr’ore dal blitz a La Stampa, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato in Prefettura mette subito un punto fermo: sono una quarantina le persone identificate, volti già noti agli investigatori e ricondotti – almeno in parte – agli stessi gruppi coinvolti nell’irruzione alla Città metropolitana. È il primo segnale concreto di una risposta istituzionale che vuole essere rapida e compatta.

Il prefetto Donato Cafagna apre il vertice con parole che fotografano lo stato d’emergenza: avverte “una strategia per mettere in scacco la città”, un tessuto di azioni che punta a usare la pressione di piazza come grimaldello politico. La sua descrizione è netta: non c’è giorno senza una manifestazione che può degenerare, non c’è corteo privo del rischio di infiltrazioni violente. Torino, insomma, è diventata il teatro stabile di una sfida al limite, dove il disagio sociale si mescola a gruppi organizzati che scelgono sistematicamente la forzatura.

Il questore Paolo Sirna conferma il quadro investigativo che si va consolidando: tra gli identificati per l’irruzione in via Lugaro ci sarebbero “molti degli stessi che hanno assaltato il palazzo della Città metropolitana”. Un dettaglio che pesa, perché suggerisce una continuità operativa e una regia non improvvisata. Il segnale, in altre parole, è quello di una escalation strutturata, che non colpisce la stampa come bersaglio occasionale ma come parte di una strategia più ampia.

Sul fronte politico, il sindaco Stefano Lo Russo mantiene una linea ferma ma senza cedimenti alla polarizzazione. La condanna è totale, la richiesta di intervento immediato altrettanto chiara: se ci sono nomi e cognomi, dice, “si proceda”. Il punto nodale, per lui, è evitare di fare di tutta un’erba un fascio, distinguere chi manifesta pacificamente da chi utilizza la violenza come linguaggio. La sua è una posizione che chiede rigore ma anche proporzionalità, consapevole che la città rischia di trovarsi schiacciata tra estremismi contrapposti e narrazioni distorte.

In Prefettura entra nel vivo anche il dossier Askatasuna, con l’assessore regionale alla Sicurezza Maurizio Marrone e il sindaco su posizioni diverse, in un confronto teso ma istituzionale. Sullo sfondo, l’immobile di corso Regina 47, al centro di un percorso di “legalizzazione” che da mesi divide la politica e agita la piazza. Marrone insiste sul ruolo dell’area antagonista negli episodi più recenti, Lo Russo frena, chiedendo di colpire i responsabili senza trasformare il dibattito in un terreno di scontro ideologico permanente. È il riflesso di una frattura politica che a Torino si riproduce puntualmente: sicurezza e ordine pubblico da una parte, libertà di manifestazione dall’altra, due binari che l’amministrazione cerca di tenere paralleli mentre la realtà li spinge a incrociarsi.

Il quadro finale è quello di una città che naviga in un equilibrio sempre più fragile. Le parole del prefetto e del questore parlano di un salto di qualità nelle modalità e negli obiettivi dei gruppi più radicali. Le parole del sindaco richiamano invece l’urgenza di evitare la criminalizzazione indiscriminata, perché il rischio è quello di confondere dissenso e violenza, legittima protesta e agguato organizzato. Sul fondo rimane la domanda che attraversa Torino da mesi: come difendere la libertà di manifestare mentre si tenta di contenere una deriva che usa la protesta come copertura?

Torino, in queste ore, cerca una risposta che tenga insieme tutto: legalità, sicurezza, diritti. La sfida è abbassare la temperatura prima che si avviti del tutto, colpendo con rapidità chi usa la forza come linguaggio politico e allo stesso tempo restituendo spazio al dissenso civile, quello che non devasta redazioni, non lancia letame, non aggredisce le istituzioni. L’equilibrio è sottile. Ma è precisamente su quel filo che la città, oggi più che mai, è chiamata a camminare.

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