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29 Novembre 2025 - 17:29
Andrea Malaguti, direttore de La Stampa
La redazione non è soltanto un luogo di lavoro. È casa, rifugio e trincea insieme. È lo spazio in cui un giornalista passa giorni e spesso notti, fra telefonate, verifiche, discussioni con i colleghi, uscite improvvise per inseguire una notizia o un dettaglio che potrebbe cambiare l’intero racconto. È un luogo fatto di voci e silenzi, di tensioni e di sorrisi, ma soprattutto di quella dedizione ostinata che porta chi fa questo mestiere a restare, a tornare, a sentirsi parte di una comunità.
Questa dimensione molto concreta e al tempo stesso simbolica emerge con forza dalle parole del direttore della Stampa, Andrea Malaguti, il giorno successivo all’irruzione nella sede torinese del quotidiano da parte di un gruppo di manifestanti. Un episodio che, più che un semplice gesto dimostrativo, appare come una ferita aperta, un segnale inquietante dei tempi che stiamo vivendo.

Dalle sue parole arriva chiara la determinazione – quasi fisica – a difendere il lavoro dei suoi giornalisti, “venuti uno per uno, perché volevano vedere com’era, in che condizioni era casa loro”, come lui stesso racconta. C’è la preoccupazione profonda per il significato sociale di un assalto portato non a un edificio, ma a una redazione, simbolo di pluralismo e di confronto civile. E c’è, fortissima, l’energia che deriva da una solidarietà arrivata da subito, ininterrotta, corale, come una rete che si stringe spontaneamente attorno a chi è stato colpito.
Malaguti non nasconde l’amarezza. “La cosa che fa male – dice – è che sono ragazzi giovani, fondamentalmente tutti giovani. Quindi è una cosa che ti colpisce due volte. Anche perché noi siamo un giornale totalmente pluralista, che accoglie le voci di tutti, per cui l’impressione è proprio quella della violenza cieca, che non sa quello che fa. Una violenza inconsapevole, spero non manipolata, certamente manipolabile. Questo è un po' il punto di questa storia”.
Parole lucide, che fotografano un contesto più ampio: un’epoca in cui la tensione sembra essersi trasformata in linguaggio, e l’aggressività nella forma più immediata – e più povera – del confronto. “Tutto fa parte, purtroppo – aggiunge il direttore – anche di questi tempi in cui l’aggressività sembra essere l’unica declinazione possibile del confronto. Non è la nostra. Noi siamo soltanto dei professionisti – una redazione di qualità straordinaria – che cercano di fare il loro massimo, il mestiere nel modo più libero e con la maggiore attenzione al rispetto di tutti”.
Il direttore non alza muri. Anzi, rilancia la disponibilità a un dialogo vero, aperto, trasparente. “Se avessero bisogno di un confronto vero, in cui ci si guarda negli occhi e si dicono delle cose, molto volentieri, quando credono. Il nostro lavoro è esattamente questa roba qua: guardare le persone negli occhi e confrontarsi, loro compresi”. Una posizione che restituisce il senso più autentico del giornalismo: l’incontro, la parola, la responsabilità.
Nelle prossime ore, annuncia Malaguti, anche l’editore sarà presente in redazione: un gesto non formale, ma simbolico, per ribadire insieme il ruolo, la missione e quella necessità irrinunciabile di libertà e pluralismo che ogni giornale porta sulle spalle. Gedi ha confermato la presenza di John Elkann e del presidente Paolo Ceretti, ulteriore segno di un sostegno pieno e convinto.
Intorno alla Stampa, intanto, si è stretta fin da subito una solidarietà rara, immediata, quasi istintiva. “Mi ha colpito la solidarietà immediata bipartisan – osserva il direttore –. Uno su questo fa molte riflessioni. Da un lato quello che succede è ovviamente molto preoccupante, perché ti dà l’idea di quanto il tessuto sociale si stia scollando. Dall’altro la capacità di reagire in maniera unitaria da parte di tutto l’arco costituzionale ti fa pensare che in fondo forse abbiamo ancora dei valori condivisi”.
È forse questo il punto più importante: un attacco a una redazione non riguarda solo chi ci lavora. Riguarda tutti. Perché la stampa – con i suoi limiti, i suoi errori, le sue diversità – resta uno degli ultimi spazi pubblici dove la società può ancora guardarsi allo specchio. E difenderla significa difendere quel fragile confine tra libertà e prevaricazione, tra critica e violenza, tra passione civile e pura distruzione.
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