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Giornata mondiale contro l’AIDS: i numeri del Piemonte obbligano a non abbassare lo sguardo

Dal lieve aumento delle nuove diagnosi ai casi tardivi: perché il 1° dicembre resta un appuntamento essenziale per prevenzione, consapevolezza e accesso alle cure

Giornata mondiale contro l’AIDS: i numeri del Piemonte obbligano a non abbassare lo sguardo

Giornata mondiale contro l’AIDS: i numeri del Piemonte obbligano a non abbassare lo sguardo

Il 1° dicembre, ogni anno, il mondo si ferma davanti a una data che non ha perso né significato né urgenza. La Giornata mondiale contro l’AIDS, istituita per promuovere prevenzione, corretta informazione e accesso ai trattamenti, arriva nel 2025 con uno slogan scelto da UNAIDS che è già un programma: “Superare le difficoltà, trasformare la risposta all’AIDS”. Un invito a guardare oltre definizioni e automatismi, ricordando che la sfida all’HIV non è affatto chiusa, nemmeno nei paesi che da anni dispongono di terapie efficaci.

In questo quadro globale si inserisce il nuovo rapporto regionale che fotografa la situazione piemontese. I dati, elaborati dal Seremi, mostrano un quadro complesso: il calo dell’incidenza osservato dal 2009 resta confermato, ma il 2024 registra comunque un incremento rispetto all’anno precedente, con 160 nuove diagnosi contro le 141 del 2023. Un segnale che non parla di emergenza, ma ricorda la necessità di continuità nei programmi di screening e prevenzione.

Le fasce d’età più colpite compongono un’immagine precisa. Il tasso più elevato riguarda le persone tra i 35 e i 44 anni, mentre tra i giovani la prima causa di contagio resta quella dei rapporti eterosessuali non protetti, una tendenza stabile nelle statistiche regionali e nazionali. Il Piemonte ha effettuato circa 161.000 test a livello ambulatoriale in un anno: numeri importanti, ma insufficienti a impedire un fenomeno che continua a spostarsi, in troppi casi, verso diagnosi tardive. Nel 2024, il 51% dei nuovi positivi ha scoperto l’infezione già in una fase avanzata, quando il sistema immunitario è compromesso e l’intervento tempestivo si fa più complesso.

La distinzione tra HIV e AIDS, che per decenni è stata oggetto di informazione pubblica capillare, sembra oggi meno chiara alle generazioni più giovani. L’HIV è il virus, l’AIDS è la fase conclamata della malattia: una differenza essenziale perché, grazie alle terapie antiretrovirali, è possibile bloccare la replicazione virale, impedire il deterioramento del sistema immunitario e vivere una vita lunga e in salute. Sono cure efficaci, ormai standardizzate e accessibili nei centri infettivologici regionali. Ma funzionano solo se la diagnosi arriva per tempo, e soprattutto solo se la persona contagiata sa di essere tale.

La prevenzione resta il punto più delicato. Le modalità di trasmissione dell’HIV — rapporti sessuali non protetti, scambio di sangue infetto, trasmissione da madre a figlio — non sono cambiate negli anni, ma ciò che continua a cambiare è il modo in cui si percepisce il rischio. Gli esperti ribadiscono l’importanza di un uso corretto del preservativo, dell’accesso alla PrEP per chi rientra nelle categorie ad alto rischio, della profilassi post-esposizione entro 48 ore nei casi limite, e della necessità di non scambiare oggetti taglienti o strumenti che possono entrare in contatto con sangue infetto. Una serie di accortezze semplici e note, che però richiedono consapevolezza costante.

Il Piemonte dispone di una rete capillare di Centri MST, luoghi in cui è possibile accedere gratuitamente, senza prenotazione e in forma anonima, a visite e test di screening. Una presenza strategica che intercetta dubbi, sintomi e paure e permette diagnosi rapide, lontane dallo stigma che per decenni ha circondato l’infezione. Sono poli che svolgono un ruolo fondamentale anche per i cittadini più giovani, molti dei quali non conoscono la portata delle terapie attuali, né i rischi connessi a una trasmissione che, pur non essendo più una condanna, resta una questione di salute pubblica.

La Giornata mondiale del 1° dicembre non è solo una ricorrenza. È un momento per guardare ai progressi, alle fragilità del sistema, alle sfide che restano aperte. L’obiettivo ONU — porre fine all’AIDS entro il 2030 — è scritto sulla carta, ma la strada passa per ciò che succede ogni giorno nei reparti ospedalieri, nelle scuole, nei consultori e nei centri MST. I numeri piemontesi raccontano che un pezzo di cammino è stato fatto, ma che molto dipende dalla capacità collettiva di promuovere responsabilità, ridurre i pregiudizi e spingere chiunque a effettuare un test, senza timore.

Il virus non si trasmette con saliva, sudore, contatti occasionali, punture di insetto o condivisione di oggetti d’uso quotidiano. Si trasmette per comportamenti specifici, prevenibili, che richiedono informazione chiara e politiche pubbliche adeguate. Per questo il 1° dicembre rimane un appuntamento necessario. Serve a ricordare che la battaglia contro l’HIV si vince con la prevenzione, con la scienza, con la diagnosi precoce, ma anche — soprattutto — con una società capace di non lasciarsi indietro nessuno.

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