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29 Novembre 2025 - 00:45
HIV
La fotografia scattata da Ecdc e Oms Europa alla vigilia della Giornata Mondiale contro l’Aids è uno schiaffo alla percezione di sicurezza che molti, negli ultimi anni, avevano dato per scontata. L’Hiv continua a circolare con intensità e a sfuggire ai radar diagnostici: oltre la metà delle nuove diagnosi registrate nel 2024 nella Regione europea dell’Oms è arrivata troppo tardi, quando la conta dei CD4 era già scesa sotto le 350 cellule/mm³. Un dato che mette a rischio non solo la salute dei singoli, ma anche gli obiettivi globali fissati per il 2030.
La tardività delle diagnosi non è un dettaglio tecnico, ma un meccanismo che alimenta una spirale pericolosa: più tardi si scopre l’infezione, più alto è il rischio di sviluppare Aids, di trasmettere il virus e di andare incontro a complicanze cliniche. È per questo che gli esperti parlano apertamente di “crisi nascosta”, una quota crescente di persone positive che non sanno di esserlo e che continuano a vivere senza cure né prevenzione adeguata.
Nel 2024 la Regione europea dell’Oms ha registrato 105.922 nuove diagnosi. Una cifra in lieve diminuzione rispetto al 2023, ma che nasconde differenze profonde tra Paesi. Undici Stati hanno registrato un aumento dei casi, mentre altri hanno visto un calo, spesso legato non a una reale riduzione della circolazione del virus, ma a oscillazioni dei programmi di testing. La Federazione Russa, per esempio, ha riportato un crollo del 40% delle diagnosi negli ultimi cinque anni, un dato che non corrisponde a un contenimento dell’infezione nell’Est Europa, dove l’Hiv resta ampiamente diffuso.
L’elemento più evidente è il cambio del profilo epidemiologico: la trasmissione eterosessuale è in costante crescita e oggi rappresenta il 64% delle diagnosi nella Regione europea, arrivando fino all’80% nei Paesi dell’Est. Un terzo delle nuove diagnosi riguarda persone nate all’estero, spesso con difficoltà di accesso a test, cure e informazioni.

Nei Paesi dell’Ue/See, con 24.164 diagnosi e un’incidenza di 5,3 casi ogni 100mila abitanti, la situazione non è molto diversa: quasi una diagnosi su due avviene in ritardo. La trasmissione tra uomini che fanno sesso con uomini resta predominante, ma quella eterosessuale sta crescendo con rapidità, toccando il 46% dei casi. Il peso dei migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana continua a essere rilevante, segno delle difficoltà a raggiungere comunità particolarmente vulnerabili.
Il report conferma che tra il 2015 e il 2024 i test Hiv sono aumentati del 62%, ma sottolinea che la crescita non basta: non si intercettano ancora le persone realmente a rischio e molti Paesi non distinguono tra nuove diagnosi e casi noti, fatto che limita la capacità di pianificazione. Negli ultimi dieci anni, i nuovi casi di Aids si sono dimezzati e la mortalità correlata è scesa del 47%, ma le differenze tra Europa dell’Est e dell’Ovest restano profonde. In alcune zone orientali, le diagnosi tardive superano il 60% e la tubercolosi rimane tra le principali condizioni collegate all’Aids.
Il direttore Oms Europa, Hans Kluge, ha denunciato il peso dello stigma: «L’aumento delle persone che convivono con l’Hiv senza saperlo rappresenta la vera crisi silenziosa. Senza eliminare stigma e discriminazione non sarà possibile invertire la tendenza. Molti non si sottopongono ai test pur avendone bisogno».
La direttrice dell’Ecdc, Pamela Rendi-Wagner, insiste sull’importanza di cambiare strategia: «Quasi metà delle diagnosi nell’Ue arriva troppo tardi. Servono autotest, percorsi rapidi verso le cure e più presenza delle comunità».
Il messaggio conclusivo del rapporto è diretto: l’Europa non ha fallito, ma rischia di rallentare troppo. Per raggiungere l’obiettivo 2030 servono test accessibili ovunque, servizi inclusivi, sistemi informativi più solidi e una lotta culturalmente profonda contro lo stigma. Il virus non attende: ignorarlo significa alimentarlo.
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