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Calcio
27 Novembre 2025 - 13:27
Tre giornate di squalifica diventano una: la FIFA piega le regole al "brand Ronaldo". Parlateci ancora di pirateria e fair play...
C’è un cartellino rosso che pesa più di altri. Non perché sia stato il primo nella lunghissima carriera internazionale di Cristiano Ronaldo, ma perché è diventato il simbolo di un calcio dove le regole esistono, sì, ma solo per chi non ha un nome abbastanza grande da poterle piegare.
L’espulsione contro l’Irlanda è stata limpida come poche: gomitata a Dara O’Shea, palla lontana, VAR che richiama l’arbitro, giallo che diventa rosso. “Condotta violenta”. Quella definizione che di solito apre automaticamente la porta a tre giornate di squalifica, come da regolamento FIFA. Nessun dibattito, nessuna interpretazione artistica: tre giornate.
E invece no.
Perché se ti chiami Cristiano Ronaldo le giornate diventano una. Una soltanto, quella già scontata contro l’Armenia. Le altre due? In modalità “condizionale”: se nei prossimi dodici mesi non combinerai nulla, tutto cancellato, come se la gomitata a O’Shea fosse un refuso, un errore di battitura nella storia del calcio moderno.
E allora sì, viene spontaneo chiedersi: di cosa stiamo parlando?
Abbiamo vissuto settimane di sermoni contro la “pirateria”, contro le piattaforme che ruberebbero soldi al sistema calcio. Ce l’hanno ripetuto fino alla nausea: “Così uccidete il gioco”. È curioso, quasi commovente, che gli stessi moralisti non trovino nulla da dire quando ad assassinare il calcio non sono gli streamer abusivi, ma chi dovrebbe proteggerne credibilità e integrità.
Perché la verità è semplice, e brucia: alla FIFA serviva Ronaldo ai Mondiali. Punto.
E tutto il resto – etica, coerenza, regolamenti – diventa un arredamento superfluo, da spolverare solo quando fa comodo.
Che messaggio passa?
Che un giovane difensore irlandese, O’Shea, può prendere una gomitata in faccia senza che nessuno riconosca la gravità del gesto.
Che i tifosi, che fischiano Ronaldo e si beccano reazioni isteriche, devono incassare e tacere.
Che un qualsiasi giocatore di una nazionale “normale”, stesso fallo, stessa dinamica, oggi starebbe guardando il Mondiale dal divano.
Che le regole non sono regole, ma suggerimenti.
Che il calcio, quello vero, è diventato un teatro da cui far sparire tutto ciò che potrebbe disturbare lo show principale.
C’è quasi da ridere – o da piangere – quando ripensiamo alla severità con cui si puniscono certi falli nelle serie minori, nelle giovanili, persino nei tornei amatoriali. “È per educare i ragazzi”, ci dicono. E poi arriva la FIFA e smentisce ogni briciolo di coerenza: il gesto violento vale tre giornate… ma solo se non sei titolo di copertina globale.
Il problema non è Cristiano Ronaldo. Il problema è un sistema che passa anni a vendere la favola del fair play, del “calcio pulito”, delle regole uguali per tutti. Un sistema che poi si inginocchia, senza pudore, davanti a un nome, a un marchio, a un prodotto da non lasciare sugli spalti il giorno dell’inaugurazione mondiale.
“Parlateci ancora della pirateria”, scrive qualcuno sui social. Sì, parlatecene. Con calma.
Nel frattempo noi continueremo a guardare l’unica vera rapina che sta andando in scena: quella ai danni della credibilità del calcio.
Mentre loro, i signori del pallone, continuano ad ammazzarlo un pezzetto per volta.

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